conflitto israelo palestinese

Che fine ha fatto la soluzione dei due Stati?

La guerra esplosa il 7 ottobre 2023 ha ridisegnato l’immaginario del conflitto israelo-palestinese, ma non ha inventato nulla di nuovo; ha solo riportato alla superficie i traumi e le ossessioni del passato. L’attacco di Hamas, per brutalità e portata, non ha precedenti, così come la risposta israeliana, fatta di bombardamenti incessanti, assedio e fame imposta a milioni di civili, ha trasformato la morte in una strategia, come mai prima. Ogni parte ha evocato le proprie memorie: i palestinesi hanno parlato di una nuova Nakba, gli israeliani hanno rivisto i fantasmi dell’Olocausto. La storia, in questo conflitto, si piega, ritorna, si vendica, ma non si evolve. Mai.

Eppure, nel corso degli anni, non sono mancati i tentativi di invertire la rotta. Gli Accordi di Oslo del 1993, suggellati dalla celebre stretta di mano tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat alla Casa Bianca sotto lo sguardo di Bill Clinton, furono salutati come una svolta epocale. Per la prima volta l’OLP riconosceva lo Stato di Israele, mentre Israele riconosceva l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese. Eppure, dietro l’entusiasmo mediatico, non mancarono voci critiche, come quella di Edward Said che parlò apertamente di un “accordo di resa”, sottolineando come la nascente Autorità Palestinese ricevesse solo frammenti di sovranità amministrativa su zone circoscritte (le cosiddette aree A e B), senza esercito, senza controllo dei confini, delle risorse idriche e dello spazio aereo. La struttura stessa di Oslo, fondata su rinvii successivi e “questioni da discutere più avanti” (Gerusalemme, rifugiati, confini definitivi), conteneva già i germi del fallimento.

Gli eventi successivi mostrarono con chiarezza quella fragilità. Nel 1995 l’assassinio di Rabin da parte di un estremista israeliano tolse di scena il principale sostenitore del compromesso. Intanto, la realtà sul terreno minava la credibilità degli accordi: tra il 1993 e il 2000, il numero dei coloni israeliani in Cisgiordania passò da circa 110mila a oltre 190mila, mentre a Gerusalemme Est superarono le 170mila unità. Per i palestinesi, questo significava che mentre la comunità internazionale parlava di pace, Israele consolidava una presenza permanente nei territori occupati.

Sul fronte palestinese, la corruzione e l’inefficacia dell’Autorità Palestinese alimentavano la sfiducia, mentre Hamas e la Jihad islamica guadagnavano consenso attraverso gli attentati suicidi, che insanguinavano le città israeliane e rendevano ogni concessione politicamente rischiosa. Secondo i sondaggi condotti dall’Istituto Palestinese di Ricerca Politica (PCPSR), nel 1996 il 60% dei palestinesi ancora credeva negli accordi, ma nel 2000 la fiducia era crollata sotto il 30%. Un dato che trovava riscontro anche in Israele, dove i dati dell’Israel Democracy Institute mostrano come dopo gli attentati del 1996 e del 1997 la maggioranza riteneva ormai “poco credibile” la disponibilità palestinese a una pace reale.

Il vertice di Camp David del luglio 2000, voluto da Clinton per chiudere la partita, segnò il colpo definitivo. Le divergenze su Gerusalemme, sul diritto al ritorno dei rifugiati (oltre 4 milioni registrati dall’UNRWA all’epoca), sui confini e sulla sicurezza si rivelarono insanabili. Ehud Barak offrì ai palestinesi una sovranità frammentata, senza controllo delle frontiere e con continuità territoriale ridotta; Arafat rifiutò, consapevole che avrebbe legittimato uno “Stato fantoccio”. Poche settimane dopo esplose la Seconda Intifada, innescata anche dalla visita provocatoria di Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee. E per molti palestinesi fu il segnale che Oslo era morto e che la resistenza armata restava l’unica via.

Gli ultimi tentativi, come i negoziati di Taba del gennaio 2001, furono troppo tardivi. Le due fazioni si avvicinarono a un’intesa più di quanto non avessero fatto a Camp David, discutendo mappe e ipotesi di compromesso, ma lo scenario politico era ormai cambiato. L’elezione di Sharon in Israele e il crollo della fiducia reciproca, aggravato da centinaia di morti nelle prime settimane di Intifada, posero fine a ogni prospettiva. Da allora, la logica della violenza e della repressione ha prevalso definitivamente sulla fragile promessa del compromesso.

accordi oslo 1993
Yitzhak Rabin, Bill Clinton ed Yasser Arafat durante la firma degli accordi di Oslo del 13 settembre 1993

Molti attribuiscono a Benjamin Netanyahu la morte definitiva della soluzione a due Stati. In realtà, Netanyahu è più il simbolo che la causa. È il volto perfetto su cui proiettare ogni colpa, ma anche i governi che lo hanno preceduto – da Barak a Sharon, da Olmert a Bennett – hanno contribuito a minare le basi di un compromesso reale. Persino i più “moderati” hanno perseguito, con altri strumenti, l’obiettivo di mantenere il controllo sui territori e frammentare la leadership palestinese. Netanyahu ha solo reso evidente ciò che altri facevano con maggiore discrezione.

La soluzione dei due Stati si è trasformata in un espediente pericoloso. Non è più un obiettivo politico realistico, ma un mantra evocato per ragioni estranee alla sua effettiva realizzazione. Negli anni Novanta e Duemila l’amministrazione americana ne fece un vessillo utile a costruire una coalizione regionale contro i jihadisti e l’Iran, o a contenere l’influenza dei gruppi palestinesi più radicali. Con Biden, invece, la formula è stata piegata all’obiettivo di promuovere la normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita. Oggi, il suo richiamo serve soprattutto a rassicurare opinioni pubbliche occidentali inquiete e a distogliere l’attenzione dalla codardia morale dell’Occidente, incapace di assumere misure concrete per fermare le azioni di distruzione e sterminio a Gaza. Lo si è visto con Macron, che ha giustificato il riconoscimento di uno Stato palestinese inesistente invocando le “prospettive svanite” della soluzione dei due Stati, un ragionamento che suona come un paradosso. O con il Primo ministro canadese Mark Carney, secondo cui il fallimento dei negoziati avrebbe spinto Ottawa a valutare un riconoscimento condizionato, subordinato a riforme dell’Autorità Palestinese, come se il diritto a uno Stato dipendesse dalla natura del suo governo e come se tale Stato potesse sorgere senza il consenso di Israele. Ancora più esplicito Keir Starmer, il premier britannico, che ha presentato la possibilità di un riconoscimento della Palestina come semplice strumento di pressione su Israele, una moneta di scambio, nulla più. Tutto appare così poco serio, così distante dalla realtà.

Il passato, intanto, è tornato a dettare legge. Il 7 ottobre e le guerre che ne sono seguite sono state soltanto il detonatore di un lessico antico: Nakba, genocidio, Olocausto, pogrom, colonialismo d’insediamento, sionismo come razzismo, e palestinesi descritti come nazisti moderni. I kibbutz attaccati da Hamas sono stati paragonati al ghetto di Varsavia, mentre l’ostilità verso Israele è stata bollata come antisemitismo contemporaneo. Vecchie categorie e vecchi riflessi mentali sono riemersi con forza, riportando le parti a un’epoca in cui non esisteva alcuna visione di futuro condiviso e la terra era considerata troppo piccola per due popoli. In Israele, il discorso sul controllo totale del territorio, sulla “bonifica” dai palestinesi, sulla pulizia etnica si fa strada nella cultura politica dominante. Dall’altro lato, tra i palestinesi, si avverte un desiderio carsico di porre fine all’esistenza di Israele, talvolta accompagnato dalla convinzione effimera che ciò possa davvero accadere, o più spesso da una cupa rassegnazione allo status quo o a un futuro persino peggiore. E come già accaduto in passato, entrambe le parti continuano a coltivare l’idea di liberarsi dell’altra. Il fatto che solo una disponga dei mezzi per trasformare quel sogno in realtà rende la sproporzione ancora più evidente.

Così, ancora una volta, una calamità si è abbattuta sui palestinesi, che si ritrovano a ripercorrere i passi dei loro antenati. È una seconda Nakba, raccontata dalle immagini delle famiglie di Gaza costrette a fuggire dalle case distrutte, una, due, tre volte, mentre bandiere israeliane vengono piantate tra le macerie. I palestinesi, come nel 1948, sono soli, traditi dai fratelli arabi, abbandonati da una leadership ufficiale che non sa offrire altro che indignazione sterile, o da Hamas, che aveva un piano per provocare Israele ma nessuna strategia per proteggere il proprio popolo dalle conseguenze prevedibili di quella provocazione. Dopo il 1948, la politica palestinese dovette ricostruirsi dalle macerie, tra atti isolati di violenza e tentativi più ampi di mobilitazione collettiva, spinti dalla disperazione e dalla sete di riscatto. Oggi i palestinesi si trovano davanti a una nuova lunga marcia politica. Forse al suo termine Fatah e Hamas esisteranno ancora, ma nessuno dei due sarà lo stesso.

Israele, dal canto suo, ha sfiorato la devastazione, ma ne è uscito vittorioso. Questa vittoria giustifica la fiducia riposta nella forza militare e alimenta la convinzione che, al di là delle apparenze, il Paese possa contare soltanto su se stesso. È una dinamica antica. Già dopo il 1967 Israele sperimentò il governo militare diretto sui territori occupati; alla fine degli anni Settanta creò le “Leghe di Villaggio” per controllare i palestinesi locali, e con Oslo affidò la gestione della popolazione all’Autorità Nazionale Palestinese, trasformata in intermediario scomodo ma funzionale. In seguito ha tollerato il governo di Hamas a Gaza, finché questo si è rivelato utile a dividere il fronte palestinese. Ma l’idea di uno sfratto forzato su larga scala resta invece un desiderio ricorrente, mai del tutto abbandonato.

Chi difende ancora il progetto dei due Stati si appella all’argomento tautologico del “non ci sono alternative”. Ma la storia dimostra il contrario. Alternative sono sempre esistite, anche se accantonate: il mantenimento dello status quo, che molti definiscono apartheid, ma che dura da oltre cinquant’anni; forme di autonomie limitate, una Palestina con sovranità ridotta e senza esercito; l’ipotesi, inquietante, di trasferimenti forzati di popolazione, già discussa negli anni Trenta e in parte realizzata nel 1948; una confederazione con la Giordania, evocata più volte prima del riconoscimento dell’OLP; oppure il ritorno all’idea di uno Stato binazionale, coltivata da figure come Judah Magnes e Martin Buber, che già negli anni Trenta immaginavano una convivenza con pari diritti. Nessuna di queste soluzioni è priva di problemi morali o pratici, ma tutte hanno più consistenza della retorica vuota che circonda i due Stati.

La guerra di Gaza ha dimostrato che il conflitto non è mai stato soltanto una questione di confini. È una questione di memorie e di paure, di identità e di esilio. Ogni lato proietta sull’altro i propri traumi: per Israele, i palestinesi come nazisti moderni; per i palestinesi, Israele come potenza coloniale genocida. È un gioco di specchi che rende impossibile la fiducia.

L’urgenza è fermare la carneficina di Gaza imponendo sanzioni a chi ne è responsabile, ma è anche quella di liberarsi dalla gabbia mentale della soluzione a due Stati, che per trent’anni ha monopolizzato l’immaginario politico e soffocato ogni alternativa. È tempo di tornare a idee che la retorica dominante ha relegato ai margini; non mappe disegnate nei palazzi, ma processi reali di riconoscimento reciproco, capaci di affrontare paure radicate e memorie traumatiche. La pace intesa come obiettivo finale forse non esiste, e il suo miraggio non ha prodotto altro che dolore. Ma possono esistere forme pratiche di convivenza, compromessi imperfetti che consentano a due popoli di sopravvivere fianco a fianco.

La divisione rigida tra due entità etnico-religiose non era un destino, ma il frutto di categorie importate dall’Europa coloniale, estranee alla complessità ottomana che per secoli aveva regolato convivenze e autonomie. Chi ancora invoca i due Stati liquida come utopia l’idea di uno Stato unico, democratico e secolare. È vero: abolire identità politiche fondate sull’appartenenza religiosa non colmerebbe il bisogno di sicurezza e riconoscimento di israeliani e palestinesi. Ma la scelta binaria tra uno Stato e due Stati è falsa. In mezzo c’è uno spettro di possibilità, di gradazioni di sovranità e forme di autonomia condivisa. Non esistono formule preordinate: uno Stato può non essere del tutto uno Stato, e tuttavia funzionare.

Oggi tutto è in palio. Le vittorie militari non garantiscono sicurezza, la militanza armata non porta la liberazione, e il ritmo incalzante degli eventi rivela la fragilità di ciò che si pensava solido. Oslo è morto, i due Stati sono morti, e con loro i protagonisti che li avevano incarnati. Restano due popoli senza rotta, costretti a ripiegare su vecchi modelli e su un conflitto che riproduce se stesso. Ma proprio in questo vuoto può aprirsi uno spazio.

Il futuro sarà pieno di sorprese. Forse gli israeliani scopriranno l’assurdità delle loro vittorie, che lasciano soltanto rovine. Forse i palestinesi troveranno l’unità e una guida politica capace di includere persino gli ebrei israeliani. Forse nuovi linguaggi e nuove forme di convivenza nasceranno dal basso, mentre gli Stati arabi useranno la normalizzazione per garantire almeno qualche tutela ai palestinesi. Forse, perfino gli Stati Uniti, stanchi delle proprie menzogne, saranno costretti a un confronto morale.

Non ci sarà pace assoluta. Ma ci può essere coesistenza. Non ci sarà giustizia totale. Ma ci può essere riconoscimento. È tempo di smettere di inseguire miraggi e di affrontare la realtà: due popoli che condividono la stessa terra e che, piaccia o no, continueranno a farlo.

La guerra finirà. I leader si stringeranno la mano. L’anziana continuerà ad aspettare il figlio martire. La ragazza aspetterà il marito amato. I bambini aspetteranno il loro padre eroe. Non so chi abbia venduto la nostra patria. Ma ho visto chi ha pagato il prezzo.

Mahmoud Darwish

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