Il suono di un ago che attraversa il tessuto è quasi impercettibile. Prima un piccolo scatto, poi il fruscio lieve della stoffa trafitta. È un rumore minimo, eppure nel cinema di Paul Thomas Anderson assume il peso di un evento cosmico. In Phantom Thread quel gesto minuscolo diventa il centro di un universo sensoriale fatto di silenzi, tensioni e dettagli che vibrano nello spazio tra i personaggi.
I registi meticolosi costruiscono il suono dei loro film in modo che ogni scena resti chiara anche nel peggiore dei cinema. I più raffinati aggiungono poi un secondo livello acustico, quasi invisibile, destinato agli spettatori più attenti. Basti pensare allo sfrigolio delle gonne nel The Age of Innocence di Martin Scorsese. Anderson lavora nello stesso modo, ma porta questa attenzione all’estremo. Nel suo film ambientato nell’alta moda londinese degli anni Cinquanta ogni minimo gesto, ogni fruscio, contribuisce a costruire una sorta di epica dei dettagli. Il protagonista è Reynolds Woodcock, interpretato da Daniel Day-Lewis, stilista geniale e tirannico che vive prigioniero della propria ossessione per il controllo. Nulla deve sfuggire alla sua volontà. Persino il rumore del burro spalmato sul pane dalla sua compagna, interpretata da Vicky Krieps, può rovinare l’intera giornata. Il film si muove allora sul filo di una tensione nervosa che non esplode mai in dolore aperto ma resta sospesa, quasi insopportabile. La relazione tra i due personaggi diventa una guerra silenziosa. E Anderson sorprende lo spettatore quando la donna, apparentemente fragile, trova il modo di rovesciare i rapporti di potere.
Molti spettatori hanno percepito Phantom Thread come un film quasi soffocante. Eppure quell’atmosfera chiusa e rarefatta è la condizione necessaria per raccontare l’universo mentale di un uomo incapace di tollerare l’imprevisto. Anderson possiede infatti una qualità rara: qualunque sia il tema del film, egli immerge lo spettatore nella materia concreta dell’esperienza. Nei suoi lavori più monumentali come Magnolia o There Will Be Blood, così come in opere più intime quali The Master, l’immagine non si limita a raccontare una storia ma diventa un campo di forze dove il mondo appare quasi troppo vivo, troppo pieno.
Questo eccesso non è disordine. È piuttosto il segno di un piacere quasi fisico per il cinema. Quando Anderson parla del proprio lavoro nelle interviste sembra quasi voler minimizzare ciò che fa. Gli occhi scappano altrove, la voce resta prudente. Non ama il linguaggio solenne dell’arte e preferisce ricordare le proprie origini nella San Fernando Valley piuttosto che evocare tradizioni europee. Dietro quella modestia c’è però uno dei registi più originali del cinema americano contemporaneo, forse il più imprevedibile dopo Robert Altman.

Il suo film più recente, One Battle After Another, vincitore di 6 Oscar incluso quello per il Miglior Film, porta questa libertà ancora oltre. La storia si apre vicino al confine messicano. Un gruppo disordinato di rivoluzionari di sinistra libera alcuni migranti rinchiusi in un recinto improvvisato. L’azione è convulsa, quasi caotica. Non è chiaro quando si svolgano gli eventi né quale sia la natura di questa ribellione. Bianchi e neri combattono fianco a fianco, e il film assume presto la forma di una fantasia politica più che di una ricostruzione storica. Al centro del racconto emerge Perfidia Beverly Hills, interpretata da Teyana Taylor, guerrigliera feroce e imprevedibile che vive la violenza con una passione quasi febbrile. In una scena memorabile vuole fare l’amore con il compagno, interpretato da Leonardo DiCaprio, mentre prepara un attentato nel pieno di un assedio. Personaggio liberatore o traditrice? Il film non offre risposte immediate e la figura scompare presto dalla scena, lasciando però dietro di sé un’eredità destinata a tornare.
Questa ambiguità appartiene all’intero cinema di Anderson. Pur lavorando dentro il sistema hollywoodiano, il regista scrive personalmente i suoi film, collabora spesso con gli stessi direttori della fotografia – prima Robert Elswit, poi Michael Bauman – e soprattutto evita di ripetersi. Non esiste uno stile unico che definisca la sua filmografia. Esiste però un tema ricorrente che attraversa tutte le sue opere. Anderson racconta uomini e donne isolati, disorientati, affamati di legami. In altre parole racconta la solitudine americana.
Nato nel 1970 a Studio City, nel cuore della San Fernando Valley, Anderson ha imparato il cinema quasi da autodidatta. Frequentò diverse scuole private e per un breve periodo seguì i corsi dello scrittore David Foster Wallace all’Emerson College. Poi abbandonò gli studi e continuò a formarsi guardando film in modo quasi ossessivo, spesso tre o quattro al giorno. Ancora oggi, nella sua casa, la televisione trasmette spesso i classici di Turner Classic Movies. Il primo lungometraggio, Hard Eight, racconta l’incontro tra due solitari in un casinò di Reno. Un giocatore anziano, interpretato da Philip Baker Hall, prende sotto la propria protezione un giovane sbandato interpretato da John C. Reilly. Il film è elegante e controllato, quasi classico nella struttura. Anderson però dimostra subito di avere ambizioni più vaste.
Il vero salto avviene l’anno successivo con Boogie Nights. La storia si apre con un lungo piano sequenza che entra in un locale della San Fernando Valley nel 1977 e introduce lo spettatore nel mondo dell’industria pornografica. Qui incontriamo il produttore Jack Horner, interpretato da Burt Reynolds, la fragile Amber Waves di Julianne Moore e soprattutto Dirk Diggler, il giovane attore porno interpretato da Mark Wahlberg. Il gruppo finisce per diventare una sorta di famiglia improvvisata, un rifugio paradossale per ragazzi senza radici. Anderson osserva questi personaggi con ironia ma anche con una sorprendente tenerezza. I protagonisti sono ingenui, spesso mediocri, ma nel loro mondo trovano un’identità e persino un sogno. Il cinema del regista possiede proprio questa qualità: sa guardare l’assurdo senza disprezzo.
Il rapporto con la San Fernando Valley resta centrale anche in film successivi come Punch-Drunk Love o Licorice Pizza, dove la periferia di Los Angeles diventa quasi un territorio mitologico popolato da outsider e sognatori. L’opera più monumentale della sua carriera rimane tuttavia There Will Be Blood. Qui Anderson racconta la nascita dell’America moderna attraverso la figura del cercatore di petrolio Daniel Plainview. Il personaggio possiede la grandezza tragica dei grandi protagonisti letterari. Costruisce un impero industriale mentre distrugge ogni legame umano, fino a trasformarsi in un solitario rinchiuso nella propria ricchezza.
La solitudine ritorna anche in The Master, dove Joaquin Phoenix interpreta Freddie Quell, veterano di guerra instabile che entra nell’orbita di un leader carismatico ispirato a L. Ron Hubbard. Il rapporto tra i due uomini diventa un duello psicologico senza vera conclusione dove Anderson rifiuta le spiegazioni semplici e lascia i personaggi sospesi in una zona di mistero.
Nel nuovo One Battle After Another questa ossessione per i legami impossibili assume una forma epica. La storia segue la giovane Willa, figlia della rivoluzionaria Perfidia, mentre diversi uomini cercano di controllarne il destino. Tra loro c’è il colonnello Lockjaw, interpretato da Sean Penn, figura grottesca e brutale che ricorda il Sergente Maggiore Hartman di Kubrick. Il film culmina in un inseguimento spettacolare sulle strade ondulate del deserto californiano, ispirato alla celebre sequenza di The French Connection. Tre automobili sfrecciano tra le colline senza potersi vedere a causa dei dossi improvvisi della strada. Il caos dell’azione diventa così una metafora della lotta per il futuro dell’America.
Chi erediterà quel Paese? I fanatici del nazionalismo bianco oppure i ribelli meticci e disordinati che attraversano il film? Come politica la domanda può sembrare brutale. Come mito cinematografico funziona invece con forza travolgente. Alla fine emerge un’idea semplice e quasi inattesa nel cinema di Anderson. I suoi personaggi sono spesso soli, perduti, incapaci di trovare un posto nel mondo. Eppure, ogni tanto, il film concede loro un momento di riconciliazione. Una casa, una figlia, un legame fragile ma reale. Non è molto, MA basta a suggerire che la solitudine non è necessariamente il nostro destino definitivo.







