Viktor Orbán ha ispirato per anni la destra nazional-populista europea, ma dopo sedici anni consecutivi al potere ha perso le elezioni, e la causa principale della sconfitta non è stata ideologica, ma economica. L’Ungheria, che dopo la Guerra fredda era stata considerata uno dei Paesi più promettenti dell’Europa centro-orientale, è oggi tra i più poveri dell’Unione Europea. La crescita economica dell’ultimo anno si è fermata allo 0,4 per cento. La disoccupazione è ai massimi da dieci anni. E, come se non bastasse, secondo Transparency International, l’Ungheria è oggi il Paese più corrotto dell’Unione insieme alla Bulgaria.
La relazione tra questi due elementi è centrale. Il sistema costruito da Orbán non si è limitato a concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo o a ridurre l’autonomia di media, magistratura e organismi di controllo, ma ha anche alterato in profondità il funzionamento dell’economia, premiando fedeltà politica e vicinanza al governo invece di competenza, concorrenza ed efficienza. Una parte rilevante degli appalti pubblici è stata assegnata a imprese favorite non per capacità o competitività, ma per allineamento politico. Secondo l’economista Krisztián Orbán, che ha studiato da vicino gli effetti economici del sistema, la quota di Pil controllata da reti vicine al potere ha raggiunto circa un quinto dell’intera economia nazionale.
Il peggioramento della produttività è uno degli indicatori più chiari di questo processo. Nel decennio precedente al ritorno di Orbán al potere, la produttività ungherese cresceva in media del 2 per cento l’anno. Nel suo primo decennio di governo, la media è scesa all’1 per cento. Dal 2020 in poi si è ridotta a circa lo 0,2.
Alcuni leader populisti arrivano al potere promettendo di ripulire il sistema e combattere la corruzione. Una volta al governo, però, indeboliscono proprio quelle istituzioni che dovrebbero controllare il potere e limitare gli abusi, e usano le risorse pubbliche per consolidare il proprio blocco politico. Questo è esattamente ciò che è accaduto in Ungheria. Orbán ha collocato uomini fedeli ai vertici della magistratura, delle autorità indipendenti e dei media. Ha usato lo Stato per neutralizzare la formazione di centri economici autonomi e per favorire invece una rete di imprese politicamente affidabili. Tra i casi più discussi c’è quello di István Tiborcz, suo genero, diventato uno degli uomini d’affari più ricchi del Paese grazie a un vasto impero immobiliare e finanziario sostenuto anche da fondi pubblici. Orbán ha usato il denaro pubblico per consolidare gruppi elettorali favorevoli, con sussidi energetici, aumenti delle pensioni e una gestione mirata dei fondi europei. Ma questo meccanismo ha iniziato a mostrare i suoi limiti quando, dal 2022, l’Unione Europea ha congelato una parte dei finanziamenti destinati all’Ungheria, citando problemi sistemici negli appalti e nella gestione della corruzione. A quel punto, gli effetti del sistema si sono fatti sentire più chiaramente anche tra gli elettori.
È in questo quadro che va letta la vittoria di Peter Magyar. Ex uomo dell’establishment di Fidesz, legato per anni al sistema di potere costruito da Orbán, Magyar ha rotto con il governo nel 2024 e si è presentato come il candidato della discontinuità, puntando soprattutto sul tema della corruzione e sul fallimento del modello economico ungherese. La sua affermazione deriva proprio dal fatto di essersi presentato come un insider che conosce dall’interno i meccanismi del regime. La sua ascesa è stata rapida. Avvocato, proveniente da un ambiente conservatore e ben inserito nelle reti di potere ungheresi, Magyar ha lavorato in una banca statale e come diplomatico a Bruxelles, ed è stato sposato con Judit Varga, già ministra della Giustizia del governo Orbán. La rottura con Fidesz avvenne dopo uno scandalo che coinvolse la grazia concessa a un uomo condannato per aver coperto abusi sessuali in un orfanotrofio statale. Poco dopo, Magyar annunciò la sua uscita dal sistema e iniziò a denunciare pubblicamente il livello di corruzione del governo.
All’inizio la sua iniziativa sembrava marginale, ma in pochi mesi ha assunto la guida del partito Tisza, ottenendo un sorprendente risultato alle europee del 2024. Da allora il suo profilo politico si è consolidato fino alla vittoria schiacciante delle elezioni politiche, con una maggioranza dei due terzi in Parlamento e una percentuale di voti che nessun singolo partito ha più raggiunto dalla fine del comunismo.
Dopo il voto, ha indicato con chiarezza il suo obiettivo principale: smantellare le strutture di potere installate da Orbán ai vertici della Corte Suprema, della procura, delle autorità di controllo sui media, del bilancio e dell’antitrust. Ha anche dichiarato che l’Ungheria rientrerà nella Procura europea, scelta che segnerebbe una rottura netta con il nazionalismo giuridico di Orbán e aprirebbe la strada a indagini più incisive sull’uso dei fondi europei durante la precedente amministrazione.
Sul piano ideologico, Magyar non è un oppositore progressista nel senso tradizionale. Resta un conservatore, con una forte componente religiosa e una sensibilità politica diversa da quella della sinistra urbana di Budapest. Durante la campagna elettorale ha evitato di esporsi su alcune questioni identitarie, come il divieto imposto dal governo alla parata del Pride, proprio per non offrire a Fidesz l’occasione di dipingerlo come un liberale mascherato. Solo dopo la vittoria ha assunto posizioni più nette sulle libertà civili. Questa ambiguità ha alimentato dubbi tra parte dell’opposizione storica, secondo cui Magyar rischia di rappresentare non una rottura ma una variante del sistema precedente. Gli elettori, però, hanno scelto diversamente. I partiti tradizionali dell’opposizione sono stati marginalizzati, mentre Tisza ha superato il 52 per cento dei voti.
La sconfitta di Orbán ha un significato che va oltre l’Ungheria. Il suo modello di governo ha influenzato movimenti e programmi all’estero, compreso il trumpismo americano e parte dell’architettura politica di Project 2025, il programma politico e strategico ideato dalla Heritage Foundation con l’obiettivo di ridefinire il governo federale degli Stati Uniti e implementare un’agenda radicalmente conservatrice. L’esperienza ungherese mostra però anche come la concentrazione del potere può produrre stabilità politica nel breve periodo, ma quando si combina con corruzione diffusa, cattiva allocazione delle risorse e blocco della concorrenza finisce per indebolire l’economia e logorare il consenso. Orbán è stato per anni un modello per molti leader della destra radicale internazionale. Oggi l’Ungheria mostra anche il costo reale di quel modello.







