Il giudizio su Churchill continua a oscillare tra celebrazione e revisione critica. La sua leadership durante la Seconda guerra mondiale, soprattutto nei mesi in cui la Gran Bretagna affrontò quasi da sola la minaccia nazista, gli ha garantito un posto centrale nella memoria pubblica britannica. La sua immagine di guida tenace, capace di sostenere il morale nazionale nei momenti peggiori, ha finito per imporsi come la chiave principale della sua eredità. Non sorprende, quindi, che nel 2002 sia stato votato come il più grande britannico di tutti i tempi, davanti a Shakespeare, Darwin e Brunel.
Questa centralità simbolica, però, rischia di semplificare una figura politica che fu molto più contraddittoria di quanto il mito pubblico lasci intendere. Churchill ebbe una carriera lunghissima, attraversò governi, guerre imperiali, crisi sociali e due conflitti mondiali. In circa settant’anni di vita pubblica accumulò posizioni e dichiarazioni che continuano a suscitare discussione, non solo tra gli storici ma anche nel dibattito politico contemporaneo.
1. Opinioni sulla razza
Negli ultimi anni alcune dichiarazioni di Churchill sono tornate al centro della polemica, soprattutto quando esponenti politici o attivisti lo hanno definito razzista o suprematista bianco. I suoi difensori rispondono di solito in due modi. Da una parte ricordano il contesto storico, sostenendo che Churchill parlasse il linguaggio comune della sua epoca; dall’altra insistono sul fatto che le sue convinzioni non fossero assimilabili al razzismo genocidario del nazismo.
Nel 1937, davanti alla Commissione reale sulla Palestina, Churchill affermò di non riconoscere alcun grande torto nel fatto che una “razza più forte” avesse preso il posto di popolazioni come i nativi americani o gli aborigeni australiani. Diversi storici hanno sottolineato come egli credesse in una gerarchia tra popoli e civiltà, nella quale i bianchi protestanti occupavano il vertice. Questo non significa che sostenesse una politica di sterminio sul modello hitleriano, ma rende difficile negare la presenza di un pensiero profondamente gerarchico e imperiale.
2. Il sostegno all’uso dei gas velenosi
Un secondo punto molto discusso riguarda il suo sostegno all’uso dei gas nelle guerre coloniali. Le accuse più dure sostengono che Churchill fosse favorevole all’impiego di armi chimiche contro curdi e afghani. Il nodo, qui, è anche terminologico. Nei memorandum del 1919 Churchill si dichiarò favorevole all’uso del gas contro “tribù incivili”, ma diversi studiosi precisano che, in quel contesto, stava pensando soprattutto a gas lacrimogeni o incapacitanti, non necessariamente al gas mostarda. Churchill considerava legittimo l’uso di strumenti chimici per piegare resistenze coloniali e ridurre, a suo giudizio, le perdite britanniche. Anche se il tipo di gas proposto non coincide sempre con quello evocato nelle polemiche contemporanee, il principio resta netto: era disposto a impiegare mezzi oggi percepiti come moralmente e politicamente inaccettabili contro popolazioni soggette all’Impero.
3. La carestia del Bengala
La carestia del Bengala del 1943 resta una delle questioni più gravi e difficili da assorbire nella narrazione celebrativa di Churchill. La crisi, aggravata dalla guerra e dall’occupazione giapponese della Birmania, provocò la morte di milioni di persone. Gli storici discutono ancora oggi la misura precisa delle responsabilità del governo britannico, ma su un punto il consenso è ampio: Churchill non considerò la catastrofe indiana una priorità comparabile agli altri fronti della guerra. Alcuni studiosi sostengono che si rifiutò di destinare in modo tempestivo grano e altri generi di sostentamento necessari ad alleviare la crisi e che continuò a ragionare prevalentemente in funzione dello sforzo bellico globale. Le sue frasi sugli indiani, tra cui il noto commento secondo cui “si riproducono come conigli”, hanno aggravato ulteriormente il giudizio storico. I difensori di Churchill insistono sul carattere eccezionale del conflitto mondiale, sulle limitazioni logistiche e sul fatto che, una volta compresa più chiaramente la portata del disastro, il governo cercò comunque di intervenire. Ma la percezione prevalente, anche tra molti studiosi non ostili a Churchill, è che la tragedia del Bengala rappresenti una delle macchie più serie della sua carriera.
4. Le dichiarazioni su Gandhi
Un’altra controversia riguarda il rapporto con Gandhi e, più in generale, con l’autogoverno indiano. Churchill fu tra i più accesi oppositori di qualsiasi trasferimento significativo di potere all’India negli anni Trenta. Le sue dichiarazioni su Gandhi sono tra le più note e più citate: lo definì un “avvocato sedizioso” che si atteggiava a fachiro e manifestò ripetutamente disprezzo per il movimento nazionalista indiano. Churchill vedeva realmente nel processo di autonomia indiana una minaccia all’ordine imperiale britannico e riteneva che la perdita dell’India avrebbe accelerato il declino della Gran Bretagna. Proprio per questo molti storici osservano che, prima ancora di essere la voce che mise in guardia contro Hitler, Churchill fu percepito da una larga parte dell’establishment come un irriducibile imperialista incapace di leggere il mutamento dei tempi.
Perché Gandhi non è ancora morto?
Churchill parlando dello sciopero della fame del leader indiano
5. Atteggiamenti verso gli ebrei
Da un lato Churchill fu un convinto sostenitore del sionismo e dell’idea di uno Stato ebraico, e non può essere collocato nel campo dell’antisemitismo politico radicale che segnò tanta parte dell’Europa del primo Novecento; dall’altro lato, alcune sue osservazioni rivelano stereotipi tipici della sua classe e del suo tempo, e alcuni testi a lui attribuiti mostrano un lessico intriso di pregiudizi allora diffusi. Un suo articolo inedito del 1937, intitolato Come gli ebrei possono combattere la persecuzione, è stato scoperto nel 2007 e ha subito fatto scoppiare un caso. Churchill scrive:
Può darsi che, inconsapevolmente, stiano attirando la persecuzione, che siano stati in parte responsabili dell’antagonismo di cui soffrono. C’è la sensazione che l’ebreo sia uno straniero incorreggibile, che la sua prima lealtà sarà sempre verso la propria razza.
6. Il rapporto con l’Islam
Sono spesso citati passi de The River War, del 1899, in cui Churchill descrive l’islamismo come portatore di fanatismo e fatalismo.
Quanto sono terribili le maledizioni che l’islamismo scaglia sui suoi seguaci! Oltre al fanatismo sfrenato, pericoloso in un uomo quanto l’idrofobia [rabbia] in un cane, c’è questa spaventosa apatia fatalistica […] Abitudini imprudenti, sistemi agricoli negligenti, metodi commerciali lenti e insicurezza della proprietà esistono ovunque i seguaci del Profeta governino o vivano.
Sono frasi che vengono ancora oggi riprese per accreditarne l’immagine di pensatore anti-islamico. Ma il quadro è più articolato. Quel libro nasce nel contesto preciso della guerra in Sudan, e più avanti nella sua vita Churchill mantenne rapporti pragmatici, talvolta anche rispettosi, con il mondo musulmano. È stato recentemente rivelato che Churchill era talmente affascinato dall’Islam che a un certo punto la sua famiglia si preoccupò che potesse convertirsi. Nel 1940, il suo gabinetto stanziò 100 mila sterline per la costruzione di una moschea a Londra in segno di riconoscimento per i musulmani indiani che avevano combattuto per l’Impero britannico. In seguito, dichiarò alla Camera dei Comuni:
Molti dei nostri amici nei Paesi musulmani di tutto l’Oriente hanno già espresso grande apprezzamento per questo dono.
7. Il rapporto con il movimento sindacale
Sul piano interno, Churchill suscitò forti ostilità nel movimento operaio e sindacale. L’episodio simbolicamente più importante fu Tonypandy, nel 1910, quando inviò truppe in risposta ai disordini collegati allo sciopero dei minatori gallesi. Le accuse secondo cui i soldati avrebbero sparato sui lavoratori furono in larga misura infondate, e alcuni storici sottolineano che Churchill aveva anche cercato di limitare l’uso della forza. Ciononostante, il suo nome restò per decenni associato alla repressione antioperaia nel Galles del sud. Questo giudizio si consolidò ulteriormente per il ruolo che ebbe in altri momenti di tensione sociale, tra cui gli scioperi a Liverpool e il dispiegamento di forze a Glasgow nel 1919. Va però ricordato che Churchill sostenne anche riforme sociali piuttosto radicali, ma si trattava più di un paternalismo di stampo vittoriano; era poi un oppositore irriducibile del comunismo, di cui vedeva l’influenza dietro il movimento laburista degli anni Venti.
8. L’assedio di Sidney Street
Poco dopo le rivolte di Tonypandy, Churchill finì di nuovo al centro delle polemiche, questa volta per un intervento avventato di tutt’altro genere. L’assedio di Sidney Street fu una sparatoria avvenuta nell’East End di Londra nel gennaio 1911. Circa duecento poliziotti circondarono il rifugio di una banda di anarchici lettoni guidata da “Peter il Pittore”, responsabile dell’uccisione di tre agenti. Il lungo scontro a fuoco si concluse con la morte di due membri della banda, dopo che Churchill ordinò ai vigili del fuoco di non spegnere l’edificio in fiamme, in cui gli anarchici si erano asserragliati, finché la sparatoria non fosse terminata. La controversia, però, nacque soprattutto dall’impressione che Churchill stesse impartendo ordini operativi e interferendo direttamente con un’azione di polizia.
Arthur Balfour, alla Camera dei Comuni, osservò con sarcasmo: “Sia lui sia un fotografo stavano mettendo a rischio vite preziose. Capisco che cosa ci facesse il fotografo, ma che cosa ci faceva l’onorevole gentiluomo?” Un contemporaneo scrisse in una lettera: “Credo davvero che Winston si interessi agli affari politici solo se comportano il rischio di spargimento di sangue”.
Secondo John Charmley, autore di Churchill: The End of Glory, a Churchill piaceva cogliere ogni occasione per mettersi in mostra, ancora prima che esistesse il concetto moderno di politica come spettacolo.
9. L’Irlanda
Nel gennaio 1919 Churchill divenne Segretario di Stato per la Guerra e per l’Aeronautica. Undici giorni dopo ebbe inizio la guerra d’indipendenza irlandese. Il suo nome, in Irlanda, resta legato soprattutto all’impiego dei controversi Black and Tans contro l’IRA. Questi corpi di polizia ausiliaria, riconoscibili per le uniformi che diedero loro il nome, si guadagnarono rapidamente la fama di forza brutale e scarsamente controllata. Nel libro Churchill: The Greatest Briton Unmasked, Nigel Knight sostiene che Churchill si rifiutò più volte di fermarne l’azione e arrivò persino a sostenere l’uso della forza aerea sull’isola.
Ridurre però Churchill a una figura semplicemente anti-irlandese, osserva Richard Toye, sarebbe storicamente impreciso. Se da un lato si oppose a lungo all’autogoverno irlandese e appoggiò inizialmente una linea repressiva molto dura, dall’altro fu anche tra i primi a sostenere la spartizione e svolse un ruolo importante nel Trattato anglo-irlandese del 1921, che pose fine al conflitto. Allen Packwood riassume questa doppia tendenza con una formula efficace: “In guerra, risolutezza; in pace, magnanimità”. Va inoltre ricordato che già nel 1912 si era espresso a favore di una qualche forma di autogoverno irlandese. Toye aggiunge che Churchill riconobbe anche il contributo dato dagli irlandesi alle forze armate britanniche, sia durante la Prima guerra mondiale sia, più tardi, durante la Seconda.
10. Soldi in cambio di influenza
Uno degli episodi più discussi riguarda il rapporto tra Churchill e il mondo degli affari. Come ricorda Martin Gilbert, nel 1923 due compagnie petrolifere — la Royal Dutch Shell e la Burmah Anglo-Persian Oil Company — gli offrirono 5 mila sterline perché sostenesse presso il governo la loro proposta di fusione. All’epoca Churchill attraversava una fase di declino della carriera politica e, stando anche a una ricostruzione interna della British Petroleum, accettò di mettere la propria influenza parlamentare al servizio dell’operazione.
Richard Toye invita tuttavia alla cautela nel definire l’episodio una tangente in senso stretto. Churchill, osserva, accettava regolarmente doni e favori che oggi, in un sistema fondato sulla trasparenza, provocherebbero uno scandalo, ma all’epoca quel tipo di regole semplicemente non esisteva. Churchill, in altre parole, si muoveva dentro un contesto etico molto diverso da quello contemporaneo.
Winston Churchill nacque il 30 novembre 1874 a Blenheim Palace, nell’Oxfordshire, in una famiglia dell’aristocrazia britannica. Studiò a Harrow e a Sandhurst, poi intraprese la carriera militare, partecipando alle campagne militari in India e in Sudan, prima di entrare in politica. Eletto deputato conservatore nel 1900, passò ai liberali nel 1904 e, a partire dal 1908, ricoprì diversi incarichi di governo. Fu Primo Lord dell’Ammiragliato dal 1911 fino al fallimento della spedizione dei Dardanelli nella Prima guerra mondiale, dopo il quale servì per un periodo sul fronte occidentale. Tornato al governo, rimase una figura centrale della politica britannica anche se, negli anni Trenta, le sue posizioni sull’India, il sostegno a Edoardo VIII e i suoi allarmi contro Hitler lo lasciarono in una fase di isolamento. Divenne primo ministro nel 1940, succedendo a Neville Chamberlain, e in quel ruolo consolidò la propria fama di leader. Sconfitto alle elezioni del 1945, tornò al potere nel 1951 e restò a Downing Street fino al 1955. Morì il 24 gennaio 1965.
In sintesi
L’eredità di Churchill, in definitiva, è difficile da separare in due blocchi semplici, l’eroe e il colpevole. La sua figura continua a reggere nella memoria pubblica britannica soprattutto per il ruolo decisivo svolto tra il 1940 e il 1945. Ma quella centralità non cancella le responsabilità imperiali, le convinzioni razziali, le dichiarazioni offensive, le scelte dure o miopi e le ambiguità che emergono in molti altri momenti della sua carriera. Il punto non è stabilire se Churchill debba essere venerato o demolito. Il punto, più utilmente, è riconoscere che la statura storica non elimina la controversia, e che la controversia, nel suo caso, non è marginale ma strutturale.







