kafka follia

Kafka e il patto con la follia

Kafka resta, ancora oggi, una delle figure più enigmatiche e filosoficamente feconde della modernità, non tanto perché abbia rappresentato l’assurdo o l’alienazione in senso generico, quanto perché ha saputo portare alla superficie, con una precisione quasi clinica e insieme con una raffinatezza formale ineguagliabile, quella zona instabile in cui il soggetto si costituisce proprio attraverso i propri impedimenti, trasformando la debolezza in una condizione di possibilità piuttosto che in un semplice difetto da correggere.

È sufficiente soffermarsi su una celebre annotazione del febbraio 1922 per cogliere la portata di questa intuizione:

C’è in me una certa mancanza, un difetto, che è abbastanza chiaro e distinto ma difficile da descrivere: è un composto di timidezza, riserbo, loquacità e mancanza di decisione; con ciò intendo caratterizzare qualcosa di specifico, un insieme di difetti che, sotto un certo aspetto, costituiscono un unico difetto ben definito (che non ha nulla a che fare con vizi gravi come la menzogna, la vanità, ecc.). Questo difetto mi impedisce di impazzire, ma anche di fare qualsiasi progresso. Poiché mi impedisce di impazzire, lo coltivo; per paura della follia sacrifico qualsiasi progresso potrei fare e sarò certamente io a perdere nello scambio, poiché a questo livello non sono possibili accordi.

In questa passo apparentemente paradossale si condensa l’intera logica dell’universo kafkiano, nel quale il fallimento non si presenta mai come una semplice negazione del successo; i suoi personaggi, infatti, non sono soltanto incapaci di raggiungere i propri obiettivi, ma sembrano in qualche modo costitutivamente legati a questa incapacità, come se il loro stesso permanere nel mondo dipendesse dalla rinuncia a compiersi pienamente. Ne deriva una configurazione del reale profondamente instabile, ma non per questo caotica nel senso di una dissoluzione formale: ciò che colpisce nella scrittura di Kafka è, al contrario, la tensione costante tra un contenuto perturbante e una forma sorprendentemente controllata, quasi classica nella sua compostezza, come se la lingua si facesse carico di contenere ciò che, sul piano dell’esperienza, tende continuamente a sfuggire; il mondo può incrinarsi, certo, e spesso lo fa attraverso dettagli minimi — un gesto leggermente fuori posto, una presenza che non dovrebbe esserci, una metamorfosi che non suscita lo stupore che ci si aspetterebbe — ma il racconto non si disgrega mai, prosegue con una linearità che rende ancora più inquietante ciò che vi accade.

È in questa coesistenza di ordine e perturbazione che si radica la specificità di Kafka rispetto ad altre forme di modernismo, le quali hanno spesso scelto la via della frantumazione esplicita; Kafka, invece, non distrugge le forme tradizionali, ma le svuota dall’interno, mantenendo intatta la loro superficie mentre ne altera profondamente il funzionamento, come se la vera crisi non fosse quella della forma in quanto tale, ma quella del soggetto che la abita. Ed è così che si inserisce anche il dibattito critico che ha a lungo oscillato tra una lettura schizofrenica e una lettura nevrotica della sua opera: se è indubbio che l’universo kafkiano presenti elementi che evocano una frattura radicale del reale — metamorfosi improvvise, intrusioni animalesche, slittamenti ontologici che mettono in discussione l’identità stessa del soggetto — è altrettanto evidente che la dinamica dominante non è quella della certezza delirante tipica della psicosi, bensì quella, assai più tortuosa e ambivalente, della nevrosi, in cui il soggetto è intrappolato in una rete di dubbi, rinvii, interpretazioni e contro-interpretazioni che lo paralizzano proprio nel momento in cui dovrebbe agire.

I personaggi kafkiani sono, in questo senso, figure esemplari di una soggettività che si costituisce attraverso l’indecisione, attraverso un rapporto sempre differito con la legge, con il desiderio, con il riconoscimento, incapace di trovare una posizione stabile e tuttavia impossibilitata a rinunciare del tutto alla ricerca di tale posizione; essi vivono in uno stato di permanente sospensione, in cui ogni movimento è accompagnato da un contro-movimento che lo neutralizza, ogni avanzamento da una forza che lo riporta indietro, come se il loro stesso essere fosse inscritto in una logica di auto-sabotaggio che, lungi dall’annientarli, li mantiene in una forma di esistenza paradossale.

È qui che Kafka compie uno dei suoi gesti più radicali, trasformando la nevrosi in una vera e propria grammatica del mondo, capace di ridefinire anche i grandi miti e le figure della tradizione: Abramo, Ulisse, Alessandro Magno e Mosè, tutte queste figure vengono sottratte alla loro funzione originaria e reinscritte in una logica dell’esitazione e del ritardo, diventando soggetti incapaci di coincidere con il proprio destino.

Il riferimento a Mosè si rivela particolarmente illuminante. In un’annotazione del 19 ottobre 1921, Kafka accosta il destino del legislatore biblico alla conclusione dell’Educazione sentimentale. Il suo Mosè assume tratti sorprendentemente moderni, quasi romanzeschi: somiglia a Frédéric Moreau, figura segnata da un desiderio mai compiuto, da un amore che si consuma nella propria stessa irresolutezza. Nel momento decisivo, quando la possibilità di realizzazione sembra finalmente a portata di mano, Frédéric si ritrae, come sopraffatto da una stanchezza opaca, da un’improvvisa nausea che svuota il desiderio proprio mentre potrebbe trovare compimento. Kafka immagina Mosè in modo analogo: arrestato da una sorta di esitazione interna, come se, giunto alle soglie della terra promessa, fosse lui stesso a sottrarsi all’ultimo passo, quasi infastidito dall’idea stessa di compimento.

Esitazione prima della nascita. Se esiste una trasmigrazione delle anime, allora non sono ancora al gradino più basso. La mia vita è un’esitazione prima della nascita.

Il celebre mito di Er, con cui si chiude La Repubblica di Platone, offre una delle più potenti rappresentazioni antiche del destino delle anime: un ciclo in cui i morti, ritornati nell’aldilà, sono chiamati a scegliere consapevolmente la forma della loro futura esistenza. Nella torsione operata da Kafka, tuttavia, l’anima non giunge mai davvero al momento della scelta, o meglio, vi permane sospesa, come trattenuta in una soglia che non riesce ad attraversare. Non si tratta più di decidere tra alternative — tiranno o eremita, animale o uomo — bensì di confrontarsi con l’impossibilità stessa di scegliere.

Il problema non è più che cosa essere, ma come riuscire a essere, o meglio perché questo riuscire sembri sempre sfuggire, come se il soggetto fosse costitutivamente in ritardo rispetto a se stesso, incapace di attraversare definitivamente la soglia che lo separa dall’essere. Il fallimento assume una valenza completamente diversa da quella che gli attribuiamo abitualmente, perché diventa una struttura che consente al soggetto di non essere travolto, una sorta di equilibrio dinamico che si mantiene proprio attraverso l’inceppo; il personaggio kafkiano si costruisce così una sorta di spazio intermedio, una gabbia che è al tempo stesso prigione e protezione, limite e condizione di possibilità.

Ciò che emerge, allora, è una concezione estremamente sofisticata della soggettività, in cui la coerenza non deriva da una solidità originaria ma da una capacità di gestire le proprie fratture, di trasformare la mancanza in risorsa, di costruire un terreno proprio là dove il terreno sembra mancare; non si tratta di superare il vuoto, ma di orbitargli attorno, di mantenerlo a distanza attraverso una serie di movimenti minimi che impediscono la caduta pur senza eliminarne la possibilità. È in questa linea che l’inconscio freudiano può essere inteso come una singolare rielaborazione dell’oltretomba platonico: non più luogo separato in cui le anime transitano e scelgono, ma spazio immanente e sotterraneo in cui il soggetto si smarrisce, si duplica, si sottrae a se stesso. Un aldilà senza trascendenza, potremmo dire, che abita il cuore stesso del presente e ne rivela l’irriducibile instabilità.

Si può trarre da Kafka una lezione clinica di notevole finezza, che invita a riconsiderare radicalmente ciò che sostiene l’equilibrio della soggettività nevrotica: non già una più salda adesione alla realtà condivisa, né l’interiorizzazione stabile di una legge simbolica, come vorrebbe una certa ortodossia lacaniana, bensì una singolare attitudine a fare della propria fragilità una risorsa operativa, a convertire la mancanza in una forma di eccedenza e il fallimento in una paradossale modalità di riuscita, fino al punto di sottrarre alla vittoria stessa ogni compimento, scoprendovi un resto d’assenza che ne incrina la pienezza. Il segreto, se così si può dire, consiste nel mantenersi in movimento attorno a un vuoto che non deve mai essere colmato, ma nemmeno affrontato frontalmente: un moto circolare sufficientemente rapido da impedire la caduta, una dinamica che ricorda l’immagine, tipicamente kafkiana, di una scala che si genera sotto i passi di chi la percorre, crescendo nella misura stessa in cui viene salita.

Da un’altra prospettiva, questa costruzione potrebbe apparire come un artificio, un’escamotage: chi, come lo psicotico, percepisce con maggiore immediatezza la precarietà del reale, sarebbe portato ad attendersi il collasso improvviso di tale equilibrio, la rivelazione dell’abisso sotto i piedi di chi sale. E tuttavia, proprio qui si gioca il paradosso: ciò che in Kafka appare come un “patto perdente” non è una resa alla follia, ma piuttosto una strategia obliqua per eluderla, un modo di differirne indefinitamente l’irruzione.

Non sorprende allora che la sua opera abbia spesso sollecitato letture in chiave schizofrenica, giacché il suo universo è costellato di fratture, intrusioni, figure ibride e perturbanti; e tuttavia, ciò che vi si dispiega non è tanto una dissoluzione del senso quanto una forma di coerenza costruita attraverso le crepe. I personaggi kafkiani si muovono in un regime di autosabotaggio sistematico, ma questo stesso sabotaggio non giunge mai a compimento: fallisce nel suo intento distruttivo, lasciando aperta la possibilità di continuare, di proseguire nel movimento, di “salire” ancora. Ne risulta una forma di esistenza paradossale, in cui si vive proprio attraverso l’impossibilità di vivere pienamente, generando quella particolare tonalità che oscilla tra il comico e il tragico. L’uomo appare come un instancabile costruttore delle proprie gabbie, ma anche come colui che, nel medesimo gesto, lascia intravedere una libertà irriducibile, non addomesticabile. In Kafka non vi è redenzione né via d’uscita, ma nemmeno una chiusura definitiva: piuttosto, un processo incessante, sempre più esigente, di confronto con il proprio limite.

Quando Jacques Lacan definisce Hegel «l’isterico più sublime», si potrebbe, con una certa cautela, pensare a Kafka come al nevrotico ossessivo più sublime; ma il punto non è ridurre l’opera a un caso clinico, bensì riconoscere come la letteratura possa trasformare le strutture della psicopatologia in un vero e proprio stile di pensiero. Non a caso, nei suoi quaderni annota che esiste una meta, ma non una via, e che ciò che chiamiamo “via” non è altro che esitazione, una formula che definisce la condizione stessa del nostro essere nel mondo.

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