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LeBron James e l’ultima metamorfosi

Per quasi vent’anni, parlare di LeBron James ha significato confrontarsi con un’idea di superiorità atletica e mentale che sembrava sottratta alle leggi comuni del tempo. Il suo corpo ha resistito dove altri si sono fermati, la sua influenza sul gioco è rimasta intatta ben oltre la soglia in cui la maggior parte dei campioni comincia a scolorire, e proprio per questo, nel momento in cui i primi segnali di declino hanno iniziato a mostrarsi in modo più evidente, la reazione del mondo NBA è stata quasi di stupore ironico, come se si fosse improvvisamente costretti a riconoscere che persino LeBron, alla fine, appartiene alla specie umana.

All’inizio di questa stagione, la ventitreesima della sua carriera, James è diventato persino oggetto di scherzi. La sciatalgia e poi l’artrite al piede sinistro, hanno alimentato l’idea che il re stesse finalmente cedendo sotto il peso dei suoi anni e, soprattutto, sotto il logorio accumulato in oltre sessantamila minuti di basket professionistico ad altissima intensità. A quarantun anni, LeBron non appariva propriamente vecchio nel senso ordinario del termine, ma per la prima volta offriva l’immagine di un campione costretto a fare i conti con il proprio limite fisico in modo visibile, persino banale: meno esplosività e meno presenza totalizzante sui due lati del campo.

Il punto, tuttavia, non è tanto che LeBron stia invecchiando — questo era inevitabile — quanto il modo in cui sta reagendo a questa trasformazione. Perché il vero tema di questa fase della sua carriera non è il declino, ma l’aggiustamento.

Il LeBron che dominava tutto

Per capire quanto sia radicale il cambiamento in corso, bisogna ricordare che LeBron non è stato solo uno dei più grandi giocatori della storia, ma uno dei più assoluti monopolizzatori di gioco che il basket moderno abbia mai conosciuto. Sin dai primi anni, la sua grandezza si è espressa non soltanto nella capacità di segnare, passare, difendere e leggere le partite meglio di quasi tutti i suoi contemporanei, ma nella facoltà di imporre il proprio ritmo all’intero ecosistema della gara.

Organizzava il gioco, ne decideva i tempi, ne orientava le scelte. Era lui il punto da cui tutto partiva e a cui tutto tornava. Le squadre costruite attorno a lui, da Cleveland a Miami fino al ritorno in Ohio e poi ai Lakers, erano pensate per massimizzare questa centralità. Anche quando condivideva il parquet con grandi campioni, era raro che l’asse simbolico e tecnico della squadra si spostasse altrove. Per questo la fase attuale è così interessante. Per la prima volta, LeBron non è più il centro indiscusso di tutto.

L’arrivo di Luka Dončić

Il vero punto di rottura della stagione è stato l’arrivo di Luka Dončić a Los Angeles, un passaggio che ha cambiato immediatamente la gerarchia tecnica e simbolica dei Lakers. Per la prima volta, la franchigia ha fatto capire in modo più o meno esplicito che il futuro non ruota più attorno a lui. Il presente, in parte, sì. Ma l’orizzonte della squadra ormai guarda altrove. È una transizione che qualsiasi grande atleta fatica ad accettare, tanto più se ha fondato la propria carriera su un controllo quasi assoluto del proprio ambiente sportivo.

LeBron, almeno inizialmente, ha mostrato una certa resistenza. Non tanto attraverso dichiarazioni dirette, quanto nel modo in cui si muoveva in campo. L’attacco dei Lakers, quando lui divideva il possesso con Dončić, sembrava spesso impacciato, come se due intelligenze cestistiche immense faticassero ancora a decidere chi dovesse davvero reggere il volante. Nei minuti senza di lui, ma con Dončić e Austin Reaves, la squadra appariva a tratti più fluida e moderna; con LeBron sul parquet, invece, riaffiorava la tendenza a rallentare.

Da qui sono nati dubbi, ipotesi, perfino voci di separazione futura. Sembrava possibile che la storia tra James e Los Angeles stesse per avviarsi verso un addio onorevole, prima di diventare d’intralcio a un progetto ormai orientato verso altri protagonisti.

Il corpo cambia, il gioco si sposta

È ovvio che il mutamento di LeBron non dipende soltanto dalla presenza di Dončić. Il suo corpo non gli permette più di essere, per quaranta minuti ogni sera, l’uomo che spezzava le difese con una progressione devastante, e dettava legge in ogni zona del campo. Con l’età arrivano l’artrite, le infiammazioni croniche, la perdita di elasticità, il rallentamento dei riflessi, la riduzione dei margini di recupero. Un atleta può gestire questi processi, ritardarli, compensarli con l’intelligenza e con la preparazione, ma non cancellarli del tutto. E nel caso di LeBron, il dato impressionante non è che questi segnali esistano, ma che siano arrivati così tardi.

La sua risposta è stata quella dei grandi giocatori che capiscono che la sopravvivenza dell’eccellenza dipende dalla trasformazione. James ha cominciato a occupare spazi diversi, a restare più spesso sopra l’arco, a selezionare con maggiore attenzione i momenti in cui attaccare davvero il ferro, a investire meno energia nel dominio costante del possesso e più nella costruzione di vantaggi secondari: blocchi, tagli, letture preventive, gioco in transizione, ricezioni in posizione già favorevole.

In altre parole, LeBron ha iniziato a fare ciò che fanno i campioni maturi quando non possono più essere onnipotenti: ha smesso di cercare il controllo totale e ha imparato a diventare decisivo in modo intermittente e chirurgico.

La pazienza come nuova forma di grandezza

Il passaggio più sorprendente, e forse più difficile, è stato proprio questo: imparare ad aspettare. In alcune partite, James ha trascorso interi quarti quasi senza cercare il tiro, limitandosi a portare blocchi e a lasciare che fossero gli altri a iniziare l’azione. Non pretende più che tutto cominci da lui; sceglie, piuttosto, il momento esatto in cui comparire dentro il flusso della partita e cambiarne la direzione.

Questa mutazione richiede una qualità rara, che non coincide con la semplice intelligenza cestistica perché richiede disciplina emotiva. La maggior parte delle grandi star, quando si avvicina alla fine, continua a difendere il proprio ruolo passato, anche a costo di compromettere l’equilibrio collettivo. LeBron, invece, resta grande senza essere più totalizzante.

È questa, forse, la sua ultima vera prova di grandezza.

Il paradosso di questa fase è che, mentre LeBron rinuncia a una parte del suo vecchio dominio, le schiacciate, le letture impossibili, le serate da trenta punti con percentuali irreali non sono scomparse. Nelle partite in cui Dončić domina il volume offensivo e Reaves garantisce una seconda fonte di iniziativa, James può scegliere di diventare il rifinitore di lusso. Può lasciare che il gioco lo raggiunga, invece di andare lui a strapparlo. Ed è proprio in questa pazienza che si misura la profondità della sua metamorfosi.

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