L’idea che la Germania imperiale fosse destinata alla sconfitta appartiene più alla narrazione costruita a posteriori che alla realtà dei fatti, perché fino agli ultimi mesi del 1918 il conflitto restò incerto e attraversato da possibilità concrete che avrebbero potuto condurre a esiti molto diversi da quelli che oggi consideriamo inevitabili. La tentazione di leggere la Prima guerra mondiale come una lunga e inesorabile discesa verso il collasso tedesco semplifica una dinamica che, al contrario, fu segnata da una serie di scelte strategiche, alcune delle quali si rivelarono decisive non tanto per ciò che produssero nell’immediato, quanto per le conseguenze che innescarono nel medio periodo, alterando progressivamente l’equilibrio tra le potenze in campo.
La Russia attaccò la Prussia orientale nell’agosto del 1914, solo per essere circondata e annientata nella battaglia di Tannenberg. Perse 170 mila uomini contro i “soli” 12 mila tedeschi in una delle battaglie di accerchiamento più famose della storia. Eppure l’avanzata russa spaventò il Capo di Stato Maggiore dell’esercito tedesco, Helmuth von Moltke, costringendolo a trasferire tre corpi d’armata dalla Francia alla Prussia orientale. Arrivarono troppo tardi per Tannenberg, privando al contempo l’offensiva occidentale di truppe vitali nel momento migliore per la Germania per sconfiggere la Francia e possibilmente porre fine alla guerra. Da quel momento in poi, l’impero prussiano dovette distribuire le sue forze tra Occidente e Oriente, supportando al contempo gli alleati austro-ungarici e turchi.
I tedeschi sperimentarono anche nuove e innovative tattiche di infiltrazione degli stosstruppen (soldati d’assalto), una prima forma di guerra lampo senza carri armati, che permisero loro di uscire dallo stallo della guerra di trincea. E le offensive della Kaiserschlacht (“battaglia del Kaiser”) sbaragliarono diversi eserciti britannici e costrinsero il comandante britannico, Douglas Haig, ad avvertire le sue truppe che erano con le spalle al muro.
Evitare una guerra su due fronti
Il nodo centrale resta quello già emerso anche nella nostra analisi, Perché la Germania perse la Prima guerra mondiale, ovvero l’incapacità di sostenere una guerra su più fronti senza disporre delle risorse necessarie per farlo, un limite strutturale che la leadership tedesca tentò di aggirare con soluzioni tattiche brillanti ma strategicamente fragili. La logica del piano Schlieffen, che puntava a una rapida vittoria contro la Francia prima di rivolgersi alla Russia, conteneva in sé una lucidità teorica che però si scontrò con l’imprevedibilità del conflitto reale, dove anche minime deviazioni, come il trasferimento di truppe verso il fronte orientale, finirono per compromettere l’equilibrio complessivo dell’offensiva occidentale, privandola della massa critica necessaria per chiudere la guerra in tempi brevi. Da quel momento in poi, la Germania si trovò intrappolata in una condizione che la sua stessa tradizione militare aveva sempre cercato di evitare, ovvero la dispersione delle forze su più direttrici, con l’aggravante di dover sostenere anche alleati più deboli.
Non invadere il Belgio
Ancora più evidente appare, a distanza di un secolo, il peso della decisione di violare la neutralità del Belgio, una scelta che dal punto di vista militare rispondeva a una logica coerente — aggirare le difese francesi e colpire in profondità — ma che sul piano politico produsse un effetto devastante, offrendo alla Gran Bretagna il pretesto formale per entrare in guerra e, soprattutto, mobilitando una potenza economica e navale che avrebbe inciso in modo determinante sull’esito del conflitto. Fu infatti il blocco navale britannico, più ancora delle battaglie sul campo, a logorare progressivamente la Germania, colpendo la popolazione civile e minando il morale interno.
Anche la corsa agli armamenti navali appare come una scelta discutibile, perché impegnò risorse ingenti senza produrre un reale vantaggio strategico, finendo per provocare l’ostilità britannica prima ancora dello scoppio del conflitto e senza riuscire, una volta iniziata la guerra, a modificare gli equilibri sul mare in modo significativo.
Non ricorrere alla guerra sottomarina senza restrizioni
La stessa guerra sottomarina, spesso citata come uno dei momenti più aggressivi della strategia tedesca, rivela tutta l’ambiguità di decisioni prese in condizioni di crescente pressione.
Nel 1914, i sottomarini avrebbero dovuto emergere in caso di attacco alle navi mercantili, consentendo all’equipaggio e ai passeggeri di mettersi in salvo. Ma per quanto nobilmente umanitaria, questa usanza rendeva i sottomarini più vulnerabili. I tedeschi rispettarono questa convenzione fino al 1915, per poi passare ad una guerra senza restrizioni, in cui le navi venivano affondate senza preavviso. E i tedeschi affondarono molte navi, solo per fermarsi momentaneamente sotto la pressione americana, per poi riprendere nel 1917 come misura disperata per porre fine a un conflitto che li stava dissanguando.
Ne è valsa la pena? L’offensiva degli U-Boot affondò 880 mila tonnellate di navi solo nell’aprile del 1917 e mise a repentaglio il commercio marittimo da cui dipendeva la Gran Bretagna. Sfortunatamente, aiutò anche il presidente americano Woodrow Wilson a convincere il Congresso a dichiarare guerra alla Germania nell’aprile del 1917. L’intervento di oltre un milione di soldati americani freschi alla fine del 1918 rincuorò gli eserciti britannico e francese. A quel punto, anche le offensive del 1918 — per quanto innovative e inizialmente efficaci — si trovarono a operare in un contesto ormai compromesso, dove ogni successo tattico risultava insufficiente a compensare uno squilibrio strategico ormai consolidato.
L’idea che la Germania avrebbe potuto vincere la guerra non è dunque priva di fondamento, ma va collocata all’interno di un sistema di possibilità che si restringe progressivamente man mano che le decisioni si accumulano, perché ciò che emerge con chiarezza non è tanto un singolo errore fatale, quanto una sequenza di scelte che, nel loro insieme, hanno reso la vittoria sempre meno raggiungibile.







