Louicius Deedson è cresciuto ad Haiti e si è trasferito negli Stati Uniti da adolescente, prima di iniziare una carriera professionistica in Europa. Oggi è uno dei giocatori della nazionale haitiana, qualificata ai Mondiali del 2026 per la prima volta dal 1974. Come molti suoi compagni, vive fuori dal Paese ma mantiene legami costanti con familiari e amici sull’isola. La qualificazione arriva in un contesto particolare. Gli Stati Uniti ospiteranno la maggior parte delle partite del torneo insieme a Canada e Messico, ma le politiche sui visti introdotte dall’amministrazione Trump limitano l’ingresso ai cittadini di diversi Paesi, tra cui Haiti. Le restrizioni non riguardano i giocatori, che possono entrare per motivi sportivi, ma colpiscono tifosi e accompagnatori. Secondo quanto previsto, i cittadini di alcuni Paesi non possono ottenere visti turistici, mentre altri devono affrontare procedure più complesse E costose. In totale, le limitazioni interessano decine di Stati, inclusi diversi partecipanti ai Mondiali come Senegal, Iran e Costa d’Avorio. In alcuni casi è richiesta anche una cauzione elevata per ottenere il visto.
Questo crea una situazione in cui le squadre possono partecipare al torneo senza il supporto diretto del proprio pubblico. Per Haiti il problema è particolarmente rilevante, perché la nazionale gioca abitualmente all’estero a causa della situazione interna e si basa molto sulla presenza della diaspora. Anche durante le qualificazioni, i tifosi hanno viaggiato in altri paesi per seguire la squadra. Le norme della FIFA vietano discriminazioni tra Paesi partecipanti, ma non possono superare le decisioni dei governi nazionali in materia di immigrazione. Il risultato è una discrepanza tra i principi dell’organizzazione e le condizioni effettive di accesso al torneo. Per alcune federazioni, il tema dei visti è diventato parte della preparazione. Il Ghana, ad esempio, ha iniziato con largo anticipo a raccogliere i dati di giocatori, staff e familiari per facilitare le procedure. Anche altri Paesi stanno organizzando richieste collettive per ridurre i rischi di esclusione. Nel caso dell’Iran, la situazione è più complessa. Le tensioni politiche con gli Stati Uniti sollevano dubbi non solo sulla presenza dei tifosi, ma anche sulle condizioni di sicurezza per la squadra. Le autorità iraniane hanno espresso riserve sulla partecipazione e chiesto soluzioni alternative, senza ottenere modifiche al calendario.
Le restrizioni incidono anche sui singoli giocatori. I Mondiali rappresentano un’opportunità importante per chi proviene da campionati meno visibili, perché consentono di attirare l’attenzione di club internazionali. Limitazioni nei viaggi o nell’accesso possono influire indirettamente su queste opportunità, soprattutto per chi ha familiari o contatti coinvolti nelle procedure di ingresso. Un altro aspetto riguarda i parenti. Le eccezioni previste dagli Stati Uniti includono solo familiari stretti, come genitori, coniugi e figli. Altri legami, come amici o parenti più lontani, sono soggetti alle regole ordinarie e quindi più esposti al rischio di rifiuto.
E così, mentre il Mondiale del 2026 si prepara a celebrare l’espansione del calcio globale, emerge con chiarezza una contraddizione difficile da ignorare: il gioco più universale del mondo si svolge in uno spazio che universale non è, dove la possibilità di esserci dipende meno dalla passione e più dal passaporto. Tutto il resto, come spesso accade, resta sospeso tra ciò che potrebbe essere e ciò che, per molti, non sarà.







