Aurelio De Laurentiis ha un talento raro nel calcio italiano. Da buon uomo di spettacolo, che conosce perfettamente il valore della provocazione, riesce quasi sempre a spostare il dibattito. E anche stavolta ci è riuscito. Nell’intervista concessa ad Adam Crafton per The Athletic ha messo sul tavolo un pacchetto di idee che, prese insieme, assomigliano meno a una riforma del calcio e più a una sua riscrittura radicale. Tempi da 25 minuti, niente rossi, fuorigioco da ridisegnare, meno squadre in Serie A, e soprattutto un principio che richiama la tanto odiata Super League: se non hai almeno un milione di tifosi, forse non dovresti stare nel massimo campionato.
Il punto è che De Laurentiis parte da una diagnosi non del tutto sbagliata. Il calcio italiano ha davvero un problema strutturale. La nazionale ha mancato il Mondiale per la terza volta consecutiva, la FIGC ha parlato apertamente di crisi di sistema, e nel suo ultimo rapporto ha evidenziato come in Serie A i calciatori non eleggibili per l’Italia hanno giocato il 67,9% dei minuti complessivi, mentre i giocatori Under 21 italiani sono fermi a un misero 1,9%. E alla fragilità tecnica si aggiunge quella economica con il sistema professionistico che perde oltre 700 milioni di euro l’anno. Fin qui, quindi, la provocazione intercetta un malessere reale. Ma è nelle soluzioni che il discorso di De Laurentiis si fa pericoloso, perché confonde la modernizzazione con la semplificazione, e la semplificazione con lo spettacolo.
Ridurre una partita a due tempi da 25 minuti significa inseguire una logica che il calcio non ha mai avuto bisogno di copiare fino in fondo. Il calcio non è debole perché dura (teoricamente) 90 minuti. È debole perché è organizzato male, è spezzettato, è sovraccarico di competizioni. La stessa IFAB, quando è intervenuta negli ultimi mesi per migliorare il flusso delle partite, non ha toccato minimamente il tema del tempo effettivo. Ha scelto invece misure chirurgiche contro le perdite di tempo, come countdown su rimesse e rinvii, limiti più severi sulle sostituzioni e aggiustamenti al protocollo VAR. Anche l’idea di abolire gialli e rossi in favore di esclusioni temporanee può sembrare intuitiva, ma oggi non appartiene al calcio professionistico di alto livello. Le “temporary dismissals”, i cosiddetti sin bins, sono contemplate dall’IFAB per youth, veteran, disability e grassroots football, non come regola ordinaria del grande calcio professionistico. E il motivo è semplice. Nel calcio d’élite il cartellino rosso è un principio di responsabilità sportiva e disciplinare che tiene insieme la gara ed è un deterrente per il futuro. Ma trasformare tutto in penalità a tempo significa importare una logica da sport indoor in un ecosistema competitivo che ha altri equilibri e altre logiche.
Ma la parte più discutibile dell’intervista è un’altra. È l’idea che il valore di una squadra coincida quasi esclusivamente con la dimensione del suo pubblico. Dire che un club di una piccola città non dovrebbe stare in Serie A se non porta abbastanza spettatori (e quindi potenziali investimenti) significa negare il senso della competizione. Il merito sportivo non può essere subordinato al peso commerciale. Non conta più chi è più bravo, chi lavora meglio, chi costruisce meglio. Conta chi parte già grande. È una logica che si scontra con il senso stesso dello sport. Eppure il calcio italiano, se vuole salvarsi, dovrebbe proprio seguire le provinciali che lavorano meglio delle grandi su scouting, sostenibilità, identità e competenza. Il problema non è che esistano Sassuolo, Empoli, Lecce o Atalanta. Il problema è che troppe grandi hanno pensato per anni di poter vivere di nome, storia e rendita, mentre il sistema intorno si impoveriva.
C’è poi una contraddizione che salta subito agli occhi. De Laurentiis, che per anni si è mostrato tra i più feroci critici della Super League, oggi denuncia l’eccesso di partite e il peso di organismi che, a suo dire, finiscono per spremere i club, salvo poi indicare come via d’uscita un super-campionato riservato ai grandi marchi europei. È una soluzione che sa di déjà-vu. Non a caso il progetto originario della Super League, così come era stato concepito, si è progressivamente dissolto (prima l’uscita del Barcellona, poi l’intesa del Real Madrid con la UEFA per chiudere il contenzioso).
Questo non significa che tutte le sue intuizioni siano da archiviare. Quando denuncia il calendario intasato, la bulimia organizzativa di FIFA e UEFA, o l’ipocrisia di chi continua ad aggiungere partite in nome del business, tocca un nervo scoperto. La Serie A stessa sta cercando nuove strade per monetizzare meglio i diritti internazionali, anche perché oggi il suo business estero vale circa 250 milioni di euro l’anno, molto meno di Premier League e Liga. Ma proprio per questo il punto non può essere “tagliare fuori chi ha meno tifosi”, ma, al contrario, dovrebbe essere rendere l’intero campionato più forte, più credibile, più infrastrutturato, più capace di formare giocatori, allenatori, dirigenti e pubblico.
La grande debolezza del ragionamento di De Laurentiis sta tutta qui. Guarda il calcio come un produttore guarda un film. Vuole ritmo, attenzione, spettacolo, target giovane, protagonisti riconoscibili, partite che rendano sempre. È una visione comprensibile, persino brillante, ma parziale, perché il calcio non è soltanto intrattenimento, ma anche radicamento, asimmetria, sorpresa, appartenenza, perfino noia a volte. Non tutto deve essere ottimizzato. Non tutto deve essere vendibile nello stesso modo.







