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Il mito del calcio italiano smontato: perché Lahm ha (quasi) torto

L’analisi proposta da Philipp Lahm nel suo intervento sul The Guardian ha il merito di rimettere al centro la questione reale della distanza crescente tra i diversi modelli calcistici europei, ma lo fa semplificando eccessivamente il caso italiano, finendo per costruire un nesso che appare meno lineare di quanto suggerisca. Attribuire alla marcatura a uomo una sorta di identità nazionale italiana significa ignorare ciò che il calcio italiano è diventato negli ultimi anni, un sistema ibrido, spesso contraddittorio, ma raramente riconducibile a un’unica matrice tattica; quella forma estrema di uomo contro uomo evocata da Lahm non è mai stata la norma, bensì una scelta specifica, legata a contesti altrettanto specifici, come l’Atalanta di Gian Piero Gasperini, che ne ha fatto un principio radicale ma anche circoscritto, e che già nella scorsa stagione aveva iniziato a mostrare i limiti strutturali di quel sistema contro avversari di livello superiore.

Estendere quell’esperienza all’intero movimento italiano rischia di produrre una lettura distorta, perché il problema del calcio italiano non risiede tanto in un eccesso di marcature individuali quanto, semmai, nell’assenza di una direzione condivisa, in una frammentazione che impedisce la costruzione di un’identità riconoscibile e competitiva su scala europea. La stessa Roma del tecnico di Grugliasco, pur avendo attraversato fasi in cui ha sperimentato riferimenti più diretti sull’uomo, non ha mai costruito il proprio gioco su una marcatura sistematica e totalizzante, e anzi ha oscillato tra soluzioni diverse, senza mai stabilizzarsi davvero.

La distanza dalla Spagna, che Lahm individua correttamente ma interpreta in modo parziale, non nasce da una contrapposizione tra uomo e zona, bensì da una differenza più profonda, che riguarda la qualità delle connessioni tra i giocatori, la capacità di occupare lo spazio in modo coerente e continuo, e la presenza di uno stile comune che attraversa e identifica club e allenatori; in Spagna esiste una linea evolutiva riconoscibile, mentre in Italia si assiste a una dispersione di modelli che raramente dialogano tra loro.

La terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali pesa come un dato che non può essere spiegato ricorrendo a un singolo elemento tattico, perché riguarda la perdita di densità del sistema nel suo complesso, la difficoltà nel produrre giocatori capaci di interpretare il gioco a ritmi e livelli richiesti dal calcio contemporaneo, e una certa inerzia culturale che fatica a trasformarsi in progetto.

Lahm coglie il punto quando richiama il rischio di scorciatoie, ma la sua critica finisce per sovrapporre piani diversi, confondendo un’esperienza specifica con una tendenza generale e trasformando un dettaglio tattico in una spiegazione sistemica; il problema dell’Italia non è aver scelto una strada sbagliata, quanto piuttosto non averne scelta davvero una, rimanendo in una zona intermedia in cui né la tradizione difensiva né le nuove forme di gioco riescono a diventare struttura. È proprio questa indeterminatezza tattica che rende il confronto con la Spagna così netto, perché da una parte si osserva un modello che evolve mantenendo coerenza interna, dall’altra un sistema che cambia e sperimenta senza sedimentare, e che per questo fatica a reggere la competizione ai livelli più alti, dove non basta adattarsi ma diventa necessario imporre un’idea riconoscibile e sostenibile nel tempo.

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