Mentre gli Stati Uniti si preparano a ospitare due dei più grandi eventi sportivi del pianeta – la finale della Coppa del Mondo FIFA del 2026 e le Olimpiadi estive di Los Angeles del 2028 – la dimensione sportiva rischia di essere letta ancora con categorie ormai superate. Gli appuntamenti sportivi sono ormai momenti politici, economici e simbolici che si collocano dentro un sistema internazionale sempre più competitivo.
All’inizio del 2025 il Meridian International Center ha organizzato il primo Sports Diplomacy Forum, una conferenza dedicata al ruolo dello sport nella diplomazia internazionale. Molti interventi hanno riproposto una visione piuttosto familiare: lo sport come strumento di dialogo tra popoli, come catalizzatore di crescita economica e come linguaggio universale capace di avvicinare società diverse. È un’idea affascinante e rassicurante, ma rischia di apparire ingenua se osservata alla luce delle trasformazioni geopolitiche degli ultimi anni.
Il mondo contemporaneo è sempre più multipolare. Eventi come i Mondiali di calcio o le Olimpiadi diventano arene strategiche, non molto diverse da porti, infrastrutture digitali, catene di approvvigionamento o campagne elettorali. Se Washington continua a considerare lo sport soltanto come uno strumento di “soft power”, rischia di non cogliere pienamente né i rischi né le opportunità che questi grandi eventi comportano.
Il vantaggio strategico dei regimi autoritari
I regimi autoritari possiedono una capacità di coordinamento che le democrazie liberali spesso non hanno. Possono allineare sport, media, capitale finanziario e obiettivi politici all’interno di una strategia nazionale coerente.
In Cina, ad esempio, la politica sportiva è parte integrante dell’apparato statale. Il governo utilizza lo sport come strumento di prestigio internazionale e come elemento della propria strategia di potenza.
La Russia ha mostrato una versione ancora più aggressiva di questo modello. Le indagini dell’Agenzia mondiale antidoping sullo scandalo di Sochi hanno rivelato come il ministero dello Sport russo avesse orchestrato un sistema di manipolazione dei controlli antidoping. Al di là della questione sportiva, ciò che emerge è la capacità di uno Stato di coordinare istituzioni, atleti e apparati burocratici per perseguire obiettivi politici.
Un esempio ancora più recente è rappresentato dall’Arabia Saudita. Nel quadro della strategia nazionale Vision 2030, lo sport è diventato uno dei pilastri della proiezione internazionale del Paese. Il fondo sovrano saudita, il Public Investment Fund, ha investito miliardi di dollari in competizioni e infrastrutture sportive. Il sostegno finanziario alla lega di golf LIV è solo uno dei casi più evidenti.
Questo modello può essere descritto con un termine sempre più utilizzato negli studi geopolitici: Sportpolitik, cioè l’uso dello sport come strumento diretto di sovranità e influenza internazionale, sostenuto da capitale, reputazione e potere statale.
Il modello americano e i suoi limiti
Gli Stati Uniti rappresentano l’opposto di questo sistema centralizzato. Il governo federale non controlla direttamente le principali leghe sportive. La NFL, la NBA o la Major League Baseball sono organizzazioni private. Anche il Comitato Olimpico e Paralimpico degli Stati Uniti opera in modo autonomo.
Allo stesso modo, Washington non governa direttamente le città che ospitano i grandi eventi sportivi, né può imporre strategie uniformi ai partner commerciali, agli sponsor o ai broadcaster. La Coppa del Mondo del 2026 si svolgerà in undici città statunitensi, mentre le Olimpiadi del 2028 avranno come centro Los Angeles ma coinvolgeranno un’intera rete di infrastrutture e attori locali. E questa complessa geografia crea una serie di vulnerabilità.
Ogni città ospitante è una giurisdizione politica distinta. Ogni stadio rappresenta un ecosistema di sicurezza diverso. Ogni sponsor o partner commerciale ha propri interessi e proprie sensibilità reputazionali. In un contesto del genere, un avversario non ha bisogno di “vincere” sul piano sportivo. Basta sfruttare le crepe del sistema.
Le strategie possibili sono numerose. Alcuni Stati potrebbero tentare operazioni di reputation laundering, investendo in sponsorizzazioni o partnership per migliorare la propria immagine internazionale. Altri potrebbero utilizzare leve economiche o commerciali, come accesso al mercato o restrizioni sui visti. Non si possono escludere nemmeno campagne di influenza o operazioni cyber progettate per generare incidenti mediatici o tensioni politiche.
Questo non significa adottare una visione eccessivamente cinica dello sport. In realtà il governo americano considera già questi eventi come obiettivi sensibili. Il Dipartimento per la sicurezza interna classifica spesso competizioni di questo tipo come National Special Security Events, attivando un imponente apparato federale di sicurezza. Il problema è che questa attenzione riguarda soprattutto la dimensione fisica della sicurezza. Molto meno sviluppata è invece la capacità di coordinamento politico, commerciale e informativo necessaria per gestire le nuove forme di competizione geopolitica.
Trasparenza, sicurezza e mobilità
Un altro elemento cruciale riguarda la gestione dei capitali stranieri e delle sponsorizzazioni legate ai grandi eventi. Gli Stati Uniti non hanno interesse a bloccare completamente gli investimenti internazionali, ma devono garantire trasparenza e screening dei rischi quando enti legati a governi stranieri cercano di acquistare visibilità o prestigio attraverso lo sport.
Allo stesso tempo sarà fondamentale rafforzare le infrastrutture amministrative che gestiscono i flussi di visitatori. Milioni di tifosi arriveranno negli Stati Uniti per i Mondiali e per le Olimpiadi. Un sistema di visti inefficiente o eccessivamente lento potrebbe trasformarsi rapidamente in un problema di reputazione internazionale.
La variabile Trump
A complicare ulteriormente il quadro si inserisce la dimensione politica interna. Negli ultimi mesi il presidente Donald Trump ha dimostrato quanto lo sport possa diventare terreno di scontro politico anche all’interno degli Stati Uniti. Durante una conferenza stampa alla Casa Bianca insieme al presidente argentino Javier Milei, convocata per annunciare un piano di salvataggio da 20 miliardi di dollari per Buenos Aires, Trump ha evocato l’ipotesi di sottrarre alcune partite dei Mondiali del 2026 alla città di Boston. La motivazione ufficiale riguardava questioni di sicurezza legate ai recenti disordini nella città del Massachusetts, ma il tono della dichiarazione ha assunto rapidamente una dimensione politica. Trump ha definito la sindaca di Boston, Michelle Wu, una “radicale di sinistra” e ha suggerito che città governate da amministrazioni progressiste potrebbero non essere in grado di garantire le condizioni necessarie per ospitare eventi globali.
Naturalmente il presidente americano non ha il potere formale di revocare l’assegnazione delle partite, che dipende dalla FIFA e dai contratti già firmati con le città ospitanti. Tuttavia il rapporto personale tra Trump e Gianni Infantino, presidente della FIFA, è diventato sempre più stretto negli ultimi anni.
Infantino è stato più volte ospite alla Casa Bianca, dove sono stati esposti persino i trofei dei Mondiali – quello per nazionali e quello per club – in una sorta di passerella simbolica. I due leader si sono fatti fotografare insieme anche durante visite ufficiali nei paesi del Golfo Persico.
In teoria, quindi, Trump potrebbe esercitare pressioni politiche sul vertice della FIFA. Non sarebbe la prima volta che utilizza la leva mediatica per influenzare decisioni internazionali. Boston non è stata l’unica città finita nel mirino. In precedenza Trump aveva criticato duramente Seattle e San Francisco, entrambe sedi di partite del Mondiale, definendole “città governate da pazzi radicali di sinistra che non sanno cosa stanno facendo”.
Le Olimpiadi di Los Angeles nel mirino
Durante lo stesso incontro con la stampa, Trump ha esteso le sue dichiarazioni anche alle Olimpiadi di Los Angeles 2028.
«Se pensassi che Los Angeles non è pronta, sposterei i Giochi altrove», ha dichiarato. Una possibilità che richiederebbe l’approvazione del Comitato Olimpico Internazionale, oggi guidato dalla nuova presidente Kirsty Coventry, eletta nel marzo scorso. Anche in questo caso esistono contratti già firmati e accordi complessi con il CIO, il comitato organizzatore e le autorità locali. Cambiare sede sarebbe un’operazione quasi impossibile.
Le dichiarazioni di Trump sembrano quindi rientrare soprattutto in una strategia di pressione politica e mediatica. Il presidente ha già inviato la Guardia Nazionale a Los Angeles nelle scorse settimane e mantiene rapporti tesi con il governatore della California Gavin Newsom, criticato anche per la gestione dei devastanti incendi che hanno colpito lo Stato.
Lo sport non è mai davvero apolitico
Per molto tempo in Occidente si è coltivata l’idea che lo sport esistesse in una dimensione separata rispetto ai conflitti politici. È una convinzione rassicurante, ma difficilmente sostenibile. Gli eventi sportivi globali sono ormai parte integrante della competizione tra Stati. Non significa che il gioco sul campo perda il suo valore, ma che il contesto in cui si svolge è inevitabilmente politico.
Nel 2026 e nel 2028 il mondo non giudicherà gli Stati Uniti dalle loro intenzioni, ma dalla loro capacità di organizzare e gestire questi eventi. Se Washington riuscirà a coordinare il proprio vasto ecosistema sportivo, il cosiddetto “decennio americano dello sport” potrebbe diventare un importante vantaggio strategico. Al contrario, le conseguenze potrebbero essere molto drammatiche.







