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Cosa andò storto nell’incontro tra Susan Sontag e Thomas Mann?

L’episodio dell’incontro tra Susan Sontag e Thomas Mann, lungamente relegato a una curiosità marginale della storia letteraria, si rivela, se osservato con attenzione, come un nodo denso di implicazioni, in cui si intrecciano memoria, costruzione narrativa, formazione intellettuale e tensioni culturali di un’intera epoca.

Nel suo celebre testo Pilgrimage, pubblicato molti anni dopo, Sontag apre il racconto con una dichiarazione che colpisce per la sua tonalità emotiva: tutto ciò che circonda quell’incontro è avvolto da una sensazione di vergogna. L’evento in questione risale al 28 dicembre 1949, quando tre studenti di Chicago, tra cui una giovanissima Sontag, vengono ricevuti nella casa californiana di Thomas Mann, allora già consacrato come uno dei massimi scrittori europei in esilio. Mann, tuttavia, registra l’episodio nel suo diario con una brevità quasi burocratica: “intervista pomeridiana con tre studenti di Chicago su La montagna incantata”, subito seguita da annotazioni su posta, libri e manoscritti. Nulla lascia intuire, da parte sua, l’eccezionalità di quell’incontro, che la critica successiva definirà invece una delle circostanze più singolari del rapporto tra Mann e l’America.

Del resto, non avrebbe potuto essere altrimenti. In quella ragazza intimidita non era ancora riconoscibile la figura che, negli anni a venire, avrebbe inciso profondamente sulla vita intellettuale occidentale. Eppure, proprio questa sproporzione tra l’evento vissuto e il suo significato retrospettivo costituisce uno degli aspetti più affascinanti della vicenda.

L’incontro nasce da una devozione precoce e intensissima. Sontag, che legge La montagna incantata come un libro quasi speculare alla propria esperienza – anche lei, come il protagonista del romanzo, ha conosciuto la vita del sanatorio a causa dell’asma – decide insieme all’amico Merrill Rodin, compagno di entusiasmi intellettuali e di esplorazioni culturali, di compiere un gesto che ha il sapore dell’audacia adolescenziale: cercare il numero di Mann sull’elenco telefonico e chiamarlo, chiedendo un incontro. L’indirizzo, annotato con precisione, è quello di San Remo Drive. Contro ogni previsione, lo scrittore accetta.

L’attesa, tuttavia, è già carica di tensione. Le diverse versioni dell’episodio – il diario di Sontag, un racconto giovanile e il testo maturo pubblicato anni dopo – divergono nei dettagli, persino nella durata dell’attesa in automobile prima di suonare alla porta. Quattordici minuti, venticinque, due ore: la memoria oscilla, si deforma, si ricompone secondo esigenze narrative più che cronachistiche. Merrill Rodin, che di quell’episodio fu protagonista quanto Sontag, ricorda una mezz’ora circa, ma ammette con ironia di non essere più certo di distinguere tra ciò che accadde e ciò che Sontag scrisse. Ad accoglierli è Katia Mann, la moglie dello scrittore, dopo che il cane di casa, un grande barboncino, ha annunciato il loro arrivo con un abbaiare insistente. Lo studio in cui vengono introdotti non è più quello di allora, ma alcune tracce restano: tra queste una grande edizione di Goethe che già allora campeggiava nella stanza. Mann siede alla scrivania, con alle spalle i libri, mentre i ragazzi cercano invano di leggere i titoli dai dorsi lontani.

Rodin, più esperto nel trattare con figure autorevoli grazie alla sua precedente carriera di attore bambino a Hollywood, prende l’iniziativa. Le domande toccano La montagna incantata, Doctor Faustus, il ruolo della traduttrice Helen Lowe-Porter. Si parla anche di James Joyce, che Rodin ammira profondamente. Mann confessa una certa difficoltà nel leggere Joyce in inglese, ma intravede una parentela tra le loro opere, soprattutto nell’uso del mito. Il momento più paradossale arriva quando Mann, supponendo che i giovani americani apprezzino Ernest Hemingway, li interroga in merito. La risposta, esitante, è negativa. I ragazzi citano invece Joyce, Kafka, Tolstoj, Romain Rolland, Jack London. Mann conclude con una battuta che suona insieme ironica e distante: devono essere giovani molto seri.

Accanto alla versione di Pilgrimage e alle annotazioni diaristiche, esiste un terzo testo, rimasto a lungo inedito, intitolato At Thomas Mann’s, che offre una prospettiva ulteriore e, per certi versi, decisiva. Qui l’episodio assume i tratti di una narrazione quasi iniziatica. La scena si apre nel contesto universitario di Chicago, dove la giovane Sontag, insieme a un compagno — ribattezzato “Harry” nel racconto — frequenta un seminario dedicato al capolavoro di Mann. I due, persuasi di aver elaborato un’interpretazione innovativa del romanzo, decidono di rivolgersi direttamente all’autore. Il dettaglio sorprendente è che questa presunta “grande interpretazione” scompare del tutto nella rievocazione successiva. Dopo l’incontro, la narratrice confessa di non ricordarla più. Ciò che resta, invece, è la percezione concreta della presenza di Mann, filtrata attraverso un gioco sottile tra immagine mediatica e realtà. L’autore appare esattamente come nelle fotografie: la postura, l’abito, perfino il cane accanto a lui sembrano usciti da un repertorio iconografico già interiorizzato. Il ricordo oscilla tra certezza e dubbio, rivelando quanto la memoria sia plasmata dalle immagini più che dall’esperienza diretta.

Questo slittamento non è secondario. Sontag, che in seguito rifletterà a lungo sul potere delle immagini e della fotografia, sembra qui anticipare una delle sue intuizioni più note: non ricordiamo i fatti, ma le loro rappresentazioni. Il dialogo stesso, come emerge dalle diverse fonti, appare meno significativo di quanto ci si potrebbe aspettare. Mann risponde con misura, talvolta con cautela; i giovani interlocutori oscillano tra entusiasmo e imbarazzo. Non c’è rivelazione, non c’è scambio memorabile. E tuttavia, proprio questa normalità produce uno scarto decisivo. L’immagine del genio, attesa come assoluta e distante, si infrange contro la presenza di un uomo concreto, attento, forse persino teso. Non è difficile immaginare che anche Mann, da parte sua, provasse una certa inquietudine. Il contesto politico dell’epoca lo vedeva esposto a critiche negli Stati Uniti per le sue posizioni considerate filocomuniste. Nel suo diario, lo stesso giorno dell’incontro, dopo aver annotato brevemente la visita dei tre studenti, si concentra su ben altre preoccupazioni, legate a un saggio polemico che temeva potesse compromettere la sua posizione.

Ma il tema centrale evidenziato dalla Sontag non è tanto ciò che Mann dice, quanto il fatto che egli non incarni pienamente l’idea di grandezza che lei aveva costruito attraverso la lettura. L’incontro diventa allora una lezione precoce sul divario tra opera e autore, tra mito e realtà. Ma il testo At Thomas Mann’s introduce anche un’altra dimensione, meno evidente e più inquieta. Il rapporto con la cultura tedesca, per la giovane Sontag, appare segnato da una tensione profonda. In un passaggio significativo, il racconto accosta in modo allusivo il gioco infantile, il laboratorio chimico e la violenza della storia europea, evocando implicitamente l’ombra del nazismo e del genocidio. Senza mai nominare esplicitamente l’Olocausto, il testo suggerisce che la grande tradizione culturale tedesca convive con una memoria traumatica ancora irrisolta.

L’incontro con Mann, dunque, non è solo un episodio biografico. È il punto in cui convergono diverse linee di forza: la formazione di una coscienza critica, la scoperta dei limiti dell’ammirazione, il confronto con una cultura insieme affascinante e perturbante. Con il passare degli anni, il giudizio di Sontag su Mann si farà più distaccato. L’entusiasmo giovanile lascerà spazio a una valutazione più severa, che privilegia altri modelli letterari, percepiti come più radicali. Eppure, l’impronta di quell’incontro rimane.

Sul fondo, resta una questione più ampia, che riguarda non solo questo episodio ma il rapporto stesso tra lettore e autore. L’incontro con Mann rivela il rischio insito in ogni forma di devozione culturale. L’ammirazione, quando si trasforma in aspettativa assoluta, espone inevitabilmente alla delusione. L’artista, una volta sottratto alla distanza che lo rende mitico, si mostra nella sua dimensione ordinaria.

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