Leader politico, attivista, e figura militante palestinese, Marwan Barghouti è stato condannato oltre due decenni fa, accusato di aver orchestrato operazioni in cui persero la vita cinque civili. Da allora, la prigione è la sua casa, ma il suo nome continua a risuonare nei cuori e nelle menti dei palestinesi, che lo considerano il loro leader più carismatico e potenzialmente decisivo.
Un sondaggio pubblicato a marzo 2024 dal ricercatore palestinese Khalil Shikaki ha confermato la sua popolarità: se oggi si tenessero le elezioni, Barghouti riceverebbe più voti di entrambi i suoi principali rivali messi insieme.

Per i comandanti di Hamas, è un modello, nonostante appartenga ad Al Fatah. Per i sostenitori di una soluzione a due Stati, Barghouti rappresenta una speranza. Persino alcuni politici israeliani, come Ami Ayalon, ex capo dello Shin Bet, lo vedono come un potenziale partner per la pace:
È nel nostro interesse che gareggi nelle prossime elezioni palestinesi: prima avverrà, meglio sarà.
La storia di Barghouti comincia a Kobar, un villaggio della Cisgiordania circondato da insediamenti israeliani. Nato nel 1959, in una Palestina ancora sotto il controllo giordano, crebbe in una casa affollata con nove familiari, poche opportunità e molte speranze. Nel 1967, con l’occupazione israeliana della Cisgiordania durante la guerra dei Sei Giorni, la sua vita cambiò radicalmente. A otto anni, vide le prime manifestazioni di oppressione: vicini arrestati per aver sventolato bandiere palestinesi, mentre degli altri soldati israeliani uccidevano il cane di famiglia per il solo fatto di abbaiare. Si avvicinò presto alla politica, unendosi al partito comunista, che predicava la resistenza non violenta e la soluzione dei due Stati. Da giovane, guidava le marce a Ramallah e aiutava il padre a costruire case, unendo il pragmatismo della vita quotidiana a una visione più ampia di giustizia sociale.
La rivolta popolare scoppiata nel dicembre 1987, nota come prima Intifada, rappresentò un momento cruciale nella storia del conflitto israelo-palestinese. Nata spontaneamente nel campo profughi di Jabalia, nella Striscia di Gaza, si diffuse rapidamente anche in Cisgiordania, coinvolgendo migliaia di palestinesi in una lotta protrattasi fino al 1993. Fu una rivolta unica, caratterizzata dal coinvolgimento di ampie fasce della popolazione, inclusi giovani, donne e anziani, che adottarono metodi di resistenza prevalentemente non armata. Tra le conseguenze politiche più significative vi fu la decisione del re Husain di Giordania di rinunciare a qualsiasi rivendicazione sulla Cisgiordania, e la proclamazione unilaterale da parte dell’OLP dello Stato di Palestina nel novembre 1988.
Nel 1977, a soli 18 anni, fu arrestato durante un raid notturno nella sua casa a Kobar. Le guardie carcerarie gli misero un sacco sporco in testa, lo spogliarono e gli picchiarono i genitali con un bastone fino a farlo svenire, come lui stesso ha affermato. Quando si riprese, lo presero in giro dicendogli che non sarebbe stato in grado di avere figli. Trascorse quattro anni e mezzo in prigione, dove imparò l’ebraico e iniziò a leggere voracemente. Quando fu rilasciato, sposò Fadwa, l’amore della sua giovinezza e futura sua portavoce, e si iscrisse all’Università di Bir Zeit, dove studiò storia e politica. Negli anni Ottanta, entrò e uscì di prigione più volte, consolidando il suo status di figura influente in Al Fatah, la principale fazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Nel 1987, insieme a parte della dirigenza del gruppo palestinese, fu espulso dal Paese e si trasferì in Giordania, dove continuò a coordinare le attività del movimento durante la Prima Intifada.
In modo inatteso, si ritrovò a interagire e persino a socializzare con politici israeliani. Gli Accordi di Oslo, sostenuti con entusiasmo dai governi occidentali, avevano aperto la strada a una serie di conferenze e incontri per la costruzione della pace, che misero intorno allo stesso tavolo israeliani e palestinesi, creando, in alcuni casi, legami autentici e personali.
Barghouti, grazie al suo perfetto ebraico, era a suo agio in queste circostanze. Dopo essere stato eletto al primo parlamento palestinese nel 1996, partecipò con energia a queste riunioni, dimostrando un umorismo contagioso che contribuì a rompere le barriere. Durante un incontro informale con alcuni vertici israeliani in un ristorante sulla spiaggia di Tel Aviv, esclamò scherzosamente: “Tra noi abbiamo 145 anni di prigione“. Gideon Ezra, ex capo dell’intelligence israeliana, gli rispose con altrettanto spirito: “E sono stato io a mettervi tutti lì!“
Purtroppo i negoziati che avrebbero dovuto aprire la strada a uno Stato palestinese si trascinarono, tra promesse vaghe e sospetti reciproci, senza produrre risultati tangibili. Mentre la disillusione cresceva, Barghouti, promosso a segretario generale di al-Fatah in Cisgiordania, percorse Israele e Palestina lanciando un avvertimento tanto lucido quanto inascoltato: se il processo di Oslo non avesse generato uno Stato palestinese reale, i moderati sarebbero stati travolti.
Gli venne affidata anche la guida dei Tanzim, la rete di attivisti che aveva animato le proteste dell’Intifada e che, nelle città e nei campi profughi, rappresentava la forza militante e popolare di al-Fatah.
Nel luglio del 2000, Bill Clinton tentò l’ultima mediazione convocando un vertice a Camp David per raggiungere un accordo definitivo. Ma il clima era già avvelenato. Il negoziato si arenò sul nodo di Gerusalemme e sulle questioni irrisolte dei confini e dei profughi. Entrambe le delegazioni sapevano che il fallimento avrebbe significato un ritorno alla violenza. E infatti, l’innesco arrivò pochi mesi dopo, con la visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio, il luogo più sacro dell’ebraismo e, al tempo stesso, sede di una delle moschee più venerate dell’Islam. Fu un gesto deliberatamente provocatorio, carico di simbolismo politico. Barghouti e i suoi lo attendevano sul posto. Denunciarono l’atto come una profanazione e affrontarono la scorta israeliana lanciando sedie e pietre. In poche ore, la miccia era accesa. Quella scena, trasmessa in diretta da ogni televisione araba, segnò l’inizio della seconda Intifada.
La seconda Intifada, o Intifada di al-Aqsa, iniziò nel settembre 2000 in risposta al crescente malcontento palestinese per il mancato rispetto degli Accordi di Oslo del 1993 e per l’espansione degli insediamenti israeliani. Diversamente dalla prima Intifada, caratterizzata da disobbedienza civile, questa rivolta si militarizzò rapidamente, con il ricorso ad armi da fuoco e attentati suicidi, e fu seguita da una dura repressione israeliana, condannata dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale.
Verso la fine del 2000, Barghouti aiutò Arafat a creare un’ala militare dei Tanzim, la Brigata dei Martiri di al-Aqsa. I suoi vecchi amici israeliani cercarono di allontanarlo dalla militanza. “L’ho avvisato, l’ho chiamato, gli ho detto ‘stai lontano, non toccare il terrore‘”, ha dichiarato Shitreet, che all’epoca era ministro della giustizia. Ma Barghouti voleva dimostrare che l’occupazione aveva un costo. In piena clandestinità, in un editoriale sul Washington Post scrisse:
Se i palestinesi devono negoziare sotto l’occupazione [israeliana], allora Israele deve negoziare mentre noi resistiamo a questa occupazione. Non sono un terrorista, ma non sono nemmeno un pacifista. […] Non voglio distruggere Israele, ma voglio porre fine all’occupazione del mio Paese.
Nel 2002, fu catturato durante un’operazione dell’intelligence israeliana. Fu accusato di essere responsabile di 37 attacchi e dichiarato colpevole di cinque omicidi. Nonostante le accuse, il processo gli diede una piattaforma per ribadire il suo messaggio politico. Dichiarò: “Sono un combattente per la pace per entrambi i popoli.”
Trasformò la galera in un centro di apprendimento, organizzando corsi universitari per oltre 1.200 detenuti. Scrisse una tesi di dottorato sulla democrazia palestinese e divenne un simbolo vivente della resistenza.
Dopo la morte di Arafat, prese in considerazione per due volte l’idea di candidarsi come indipendente alle elezioni presidenziali palestinesi, pur essendo ancora detenuto. In entrambe le occasioni fu convinto a restare fedele ad al-Fatah, l’organizzazione fondata dal suo mentore. Ma la sua figura, imprigionata eppure centrale, stava assumendo un peso politico che andava oltre le mura di Hadarim, il carcere israeliano dove erano rinchiusi molti dei principali leader palestinesi (un luogo che, paradossalmente, era diventato laboratorio politico e crocevia di contatti tra le fazioni rivali).
Nel 2006 la sua capacità di mediazione si rivelò decisiva. Quell’anno, i palestinesi andarono alle urne per le seconde elezioni legislative della loro storia. Contro ogni previsione, Hamas ottenne una vittoria schiacciante, ribaltando la supremazia di al-Fatah e mettendo Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, davanti a un dilemma insolubile: ignorare il risultato avrebbe significato negare la legittimità democratica, accettarlo avrebbe voluto dire condividere il potere con i suoi nemici.
Dalla prigione, Barghouti tentò di aprire un varco. Con pazienza diplomatica, riuscì a stabilire un dialogo tra prigionieri di Hamas e al-Fatah, e da quelle conversazioni nacque il Documento dei prigionieri, pubblicato nel maggio 2006. Il testo proponeva la creazione di un governo di unità nazionale e ridefiniva la “resistenza” come lotta circoscritta ai territori occupati oltre la Linea Verde. Era un progetto politico di sorprendente modernità: uno Stato palestinese democratico, fondato sui confini del 1967, con pari diritti per tutti i cittadini, comprese le donne. Abbas, in cerca di legittimità dopo il terremoto elettorale, accolse la proposta e avviò i primi passi per un governo di unità nazionale. Nacque così un fragile esperimento che includeva rappresentanti di Hamas, al-Fatah e figure indipendenti, tra cui l’economista Salam Fayyad, ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale. Ma la tregua durò poco. Le diffidenze interne, le pressioni esterne e le interferenze americane minarono il progetto. Gli Stati Uniti, temendo l’ascesa di Hamas, appoggiarono la formazione di milizie di al-Fatah a Gaza per contenerne il potere. La risposta di Hamas fu brutale e nel 2007 le sue forze presero il controllo totale della Striscia, espellendo le truppe fedeli ad Abbas e sancendo la divisione definitiva tra Gaza e Cisgiordania.
Da quel momento, Barghouti rimase l’unica figura in grado di incarnare una possibile riconciliazione. Per i palestinesi, divenne qualcosa di più di un leader: il simbolo di un’unità tradita e di un futuro ancora immaginabile.
Era a favore della pace, completamente. Una pace vera con Israele. Avevamo rapporti molto amichevoli.
Meir Sheetrit, ex ministro ed ex parlamentare del Likud
Ancora oggi la sua immagine è dipinta sui muri dei villaggi, e il suo nome emerge in ogni bozza di discussione tra israeliani e palestinesi. Eppure le opinioni su di lui rimangono divise. Per alcuni, è un moderato che potrebbe guidare i palestinesi verso la pace, un Nelson Mandela palestinese. Per altri, è un estremista la cui liberazione rappresenterebbe un rischio (Yahya Sinwar, il leader militare di Hamas che pianificò gli attacchi del 7 ottobre, venne liberato in uno scambio di prigionieri nel 2011, e molti hanno paura di commettere lo stesso errore).
Nel frattempo, le notizie su di lui sono sempre meno. Dal 2017 le autorità carcerarie israeliane hanno ridotto le visite alla sua prigione, dopo che aveva organizzato un grande sciopero della fame a cui avevano partecipato migliaia di carcerati. Perfino sua moglie non lo vede ormai da un anno. L’ultima fotografia ufficiale che abbiamo di lui risale al 2012. La sua assenza dalla scena pubblica per oltre vent’anni ha alimentato il mito, ma ha anche sollevato dubbi su chi sia realmente oggi. Potrebbe essere il leader in grado di unire i palestinesi e negoziare una pace duratura? Oppure è rimasto un simbolo intrappolato nel passato, incapace di adattarsi a una realtà in continua evoluzione?







