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Qual è l’obiettivo finale di Israele?

La distruzione avanza e le vittime aumentano in entrambi i Paesi, ma ancora non si intravede una via d’uscita.

Queste ultime notti su Tel Aviv sono state squarciate da missili e contromisure: missili iraniani hanno solcato il cielo, intercettati dai bagliori delle difese israeliane. All’indomani del primo confronto diretto tra i due Paesi, Benjamin Netanyahu ha diffuso un video rivolto direttamente al popolo iraniano, invitandolo a ribellarsi contro il regime teocratico. Secondo il premier, l’operazione Rising Lion – il nome dato all’attacco israeliano contro le infrastrutture nucleari e i comandanti militari – avrebbe aperto la strada alla liberazione.

È il momento di unirsi sotto la vostra bandiera e rivendicare la vostra eredità storica” – ha detto – “per liberarvi da un regime malvagio e oppressivo, oggi più debole che mai“. Poi, con la bandiera israeliana alle spalle e parlando in farsi, ha fatto sua la frase simbolo delle proteste del 2022: “Zan, Zendegi, Azadi” (Donna, Vita, Libertà).

Video

Il giorno dopo, Netanyahu è tornato a parlare con un altro video, affermando che i vertici iraniani erano già “con le valigie pronte per fuggire”.
Nel frattempo, però, l’offensiva israeliana aveva già preso un’altra piega: raffinerie e depositi di gas sono stati colpiti in pieno, incendiando i cieli sopra Teheran e avvolgendo la capitale in una coltre di fumo.


Teheran brucia”, ha scritto il ministro della Difesa, Israel Katz, su X. Le incursioni si sono allargate ad altre città, colpendo le vene economiche del Paese. Alcune fonti governative israeliane hanno perfino lasciato intendere che la figura di Khamenei, Guida Suprema dal 1989, non sia più intoccabile. Un’ipotesi che in passato era stata respinta perfino da Donald Trump. Ma il solo fatto che oggi venga ventilata apertamente dice molto su quanto Israele sia disposto a spingersi oltre.

Da anni Israele gioca d’attacco nella regione: raid, sabotaggi, operazioni contro gli alleati di Teheran – da Hezbollah a Hamas, fino ai miliziani sciiti in Iraq e agli Houthi in Yemen. Ha eliminato comandanti, smantellato reti, ucciso migliaia di combattenti. Eppure, anche con questo vantaggio militare, centrare l’obiettivo finale resta tutt’altro che semplice. Distruggere il programma nucleare iraniano, azzerare l’arsenale missilistico, strangolare l’economia e spingere il popolo alla rivolta: ognuno di questi obiettivi è un’impresa a sé.

L’attacco iniziale è stato così efficace che la tentazione di alzare l’obiettivo è forte,” ha commentato il generale Frank McKenzie, ex comandante del Centcom, il comando centrale degli Stati Uniti. Ma subito dopo ha messo in guardia: “Bisogna capire cos’è realisticamente fattibile“. Israele può colpire duro, certo, ma cancellare del tutto il programma nucleare iraniano è un’altra storia.

Ehud Barak, ex premier e generale, ha detto chiaro e tondo che un’azione militare può rallentare i progressi iraniani di qualche settimana, al massimo, mesi – e questo anche con l’intervento diretto degli Stati Uniti. Il punto è che l’infrastruttura nucleare è ormai diffusa e ben protetta: come Fordow, una delle centrali chiave, scavata a oltre sessanta metri di profondità tra i monti Zagros.

Israele ha già inflitto colpi durissimi, eliminando in poche ore i vertici delle forze armate, dei Pasdaran e del programma missilistico iraniano. Ma il sistema regge.

La Guida Suprema li sostituirà con i loro vice, poi con i vice dei vice, e così via“, ha detto Wendy Sherman, ex negoziatrice dell’accordo sul nucleare del 2015.

E il sogno di un cambio di regime, almeno per ora, resta un’illusione. Danny Citrinowicz, ex capo dell’intelligence militare israeliana in Iran, ha accusato il governo Netanyahu di trascinare il Paese in guerra inseguendo l’idea – mai dichiarata apertamente – di coinvolgere gli Stati Uniti in un’operazione di rovesciamento del regime. Ma il vero nodo, ha scritto, è un altro: come pensano, in Israele, di concludere la guerra? Come consolidare i risultati senza finire impantanati in un conflitto lungo e senza via d’uscita, come sta accadendo a Gaza?

Il paragone con la guerra in Iraq è inevitabile. Quando, nel 2003, George W. Bush ordinò l’invasione per distruggere le presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, si aprì un conflitto che durò otto anni e contribuì alla nascita dell’ISIS. “Anche allora sembravamo invincibili, con la nostra ‘shock and awe’,” – ha ricordato Sherman – “Poi siamo rimasti bloccati.”
E come spesso accade nei Paesi aggrediti, anche in Iran il nemico esterno rischia di compattare il fronte interno. Il nazionalismo persiano ha radici profonde, millenarie.

Nasser Hadian, professore universitario a Teheran con studi negli Stati Uniti, racconta che l’80% degli iraniani rifiuta il regime. Ma solo pochi – pochissimi – prenderebbero sul serio l’appello di Netanyahu alla rivolta. Anche tra le minoranze più marginali, come curdi e baluci, il dissenso non è sufficiente a rovesciare il potere.

Jonathan Panikoff, ex analista dell’intelligence americana, ha ricordato che molti israeliani credevano che, una volta caduto il regime, sarebbe arrivato un giorno nuovo. Ma, ha avvertito, la storia insegna che le alternative possono essere anche peggiori. Il rischio, secondo lui, è un Iran trasformato in una sorta di “Guardistan”, in mano ai Pasdaran, più radicale che mai. Oppure, uno Stato fallito, lacerato da guerre interne, come accaduto all’Iraq.

Ali Vaez, dell’International Crisis Group, è netto: al momento non esiste alcuna forza di opposizione – né interna né in esilio – pronta a prendere il controllo. Nemmeno Reza Pahlavi, il figlio dell’ex Shah, esiliato da decenni negli Stati Uniti, ha una vera credibilità. “Una volta gli chiesi in che lingua sognasse” – racconta Robin Wright del New Yorker – “Mi rispose: inglese o francese. Il farsi, nemmeno lo ricordava.”

Teheran, ora sotto pressione, ha una sola strategia possibile: non mostrare cedimenti. Ha ancora carte da giocare: il petrolio, lo Stretto di Hormuz, i mercati energetici globali. Dopo lo scoppio del conflitto, il prezzo del greggio è schizzato del 7%. E se la guerra dovesse estendersi oltre il Medio Oriente, l’Iran spera che siano gli scossoni economici a spingere Trump a intervenire su Israele per fermare l’escalation.

Nel frattempo, i numeri parlano da soli: oltre duecento morti in Iran, centinaia di feriti in Israele, almeno venti vittime civili. Sabato, Teheran si è ritirata dai colloqui sul nucleare previsti in Oman. Trump ha detto che la diplomazia non è finita e che dietro le quinte si continua a trattare. Su Truth Social ha scritto:

Faccio tanto e nessuno me ne dà merito, ma va bene così. IL POPOLO CAPISCE. RENDIAMO IL MEDIO ORIENTE DI NUOVO GRANDE!

Domenica, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato Israele di sabotare ogni possibilità di dialogo. Ha ribadito che Teheran è disposta a porre limiti al programma nucleare, ma non a rinunciare al diritto di produrre energia civile. I blackout, ormai, sono all’ordine del giorno.

Ad aprile, Trump aveva concesso sessanta giorni per arrivare a un nuovo accordo. L’attacco israeliano è arrivato al giorno sessantuno.

Molti iraniani ora pensano che gli Stati Uniti abbiano orchestrato tutto con Israele”, ha detto Hadian. Tornare al tavolo sarà già un’impresa. Raggiungere un nuovo accordo, ancora di più. I regimi rivoluzionari vivono nella diffidenza. E questa guerra, come quella in Ucraina o in Gaza, rischia di durare molto più di quanto chi l’ha iniziata sia disposto ad ammettere.

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