La notte del 5 marzo 2006, al Kodak Theatre di Hollywood, successe qualcosa che nessuno in sala sembrava aspettarsi davvero. Quando arrivò il momento di annunciare l’Oscar per il miglior film, Jack Nicholson aprì la busta, lesse il titolo e per un istante rimase quasi interdetto. Poco dopo mormorò un incredulo «wow». Il film vincitore era Crash, il dramma corale di Paul Haggis ambientato nella Los Angeles delle tensioni razziali. Con quella vittoria diventava ufficialmente il settantottesimo titolo a conquistare il premio più importante degli Academy Awards, ma invece di essere accolta con entusiasmo unanime, la decisione scatenò immediatamente discussioni e polemiche.
A distanza di vent’anni quella notte continua a essere ricordata come una delle più controverse nella storia degli Oscar. E la domanda resta aperta: fu davvero uno degli errori più clamorosi mai commessi dall’Academy?
Un film nato dal trauma razziale americano
La sceneggiatura di Crash nasce circa dieci anni dopo uno degli episodi più traumatici della storia recente di Los Angeles: il caso Rodney King. Nel 1991 il giovane afroamericano fu brutalmente picchiato dalla polizia. Le immagini dell’aggressione fecero il giro del mondo e, quando l’anno successivo gli agenti vennero assolti, la città esplose. Nel 1992 Los Angeles fu travolta da giorni di rivolte, incendi e saccheggi che lasciarono una ferita profonda nella memoria collettiva.
Paul Haggis voleva raccontare proprio quella tensione sotterranea, quel contrasto di una società convinta di aver archiviato il problema del razzismo anche se continuava a riaffiorare nei gesti più ordinari della vita quotidiana. Bobby Moresco, co-sceneggiatore e produttore del film, ha ricordato che l’idea prese forma anche a partire da un’esperienza personale del regista. Haggis, infatti, era stato rapinato fuori da un Blockbuster da due adolescenti afroamericani. Dopo l’episodio non riuscì a smettere di pensare a quei ragazzi. Si chiedeva chi fossero, da dove venissero, che tipo di vita conducessero prima e dopo quell’incontro fugace.
Il film venne girato in appena trentadue giorni e con un budget di circa 6,5 milioni di dollari, una cifra modesta per gli standard di Hollywood. Eppure il progetto riuscì ad attirare un cast sorprendentemente ricco. Tra gli interpreti figuravano Don Cheadle, Sandra Bullock, Thandiwe Newton, Brendan Fraser e Matt Dillon, tutti coinvolti in una storia costruita come un mosaico di vite che si sfiorano e si scontrano nella stessa città. La prima mondiale avvenne al Toronto International Film Festival del 2004. Nello stesso giorno Lionsgate acquistò i diritti di distribuzione per tre milioni di dollari. Tom Ortenberg, allora responsabile dei film della società, fu piuttosto schietto nel suo giudizio: secondo lui Crash era un ottimo film, ma non sembrava affatto il tipico candidato agli Oscar. Piuttosto, disse, era uno di quei titoli destinati a crescere lentamente grazie al passaparola del pubblico.
Una campagna Oscar fuori dagli schemi
Quando il film arrivò nelle sale nel maggio del 2005, venne distribuito in quasi duemila cinema negli Stati Uniti. Nel primo fine settimana incassò circa nove milioni di dollari e, alla fine della sua corsa, raggiunse 55 milioni al botteghino americano e quasi 100 milioni nel mondo. Un risultato decisamente notevole per un film indipendente realizzato con un budget così contenuto. La vera partita, però, iniziò qualche mese dopo, con l’avvicinarsi della stagione dei premi. Lionsgate decise di adottare una strategia piuttosto originale. Invece di puntare soltanto sulle tradizionali proiezioni riservate ai votanti dell’Academy, lo studio sfruttò l’uscita in DVD per rilanciare il film proprio nel momento in cui gli elettori iniziavano a prendere le loro decisioni. Migliaia di copie furono inviate direttamente ai membri dello Screen Actors Guild. Secondo Moresco furono spediti più di centomila DVD in semplici custodie di carta, un’operazione quasi senza precedenti.
Un altro momento chiave arrivò quando una copia del film finì nelle mani di Oprah Winfrey. Nel suo popolarissimo talk show, seguito all’epoca da circa nove milioni di spettatori al giorno, la conduttrice parlò apertamente del film e raccontò un episodio personale di discriminazione razziale avvenuto in una boutique Hermès a Parigi. Da quel momento Crash entrò improvvisamente nel cuore del dibattito culturale americano. E l’espressione “Crash moment” divenne di uso comune per indicare situazioni di tensione razziale nella vita quotidiana.
Il film ricevette diversi riconoscimenti da organizzazioni legate alla critica afroamericana, come l’African-American Film Critics Association, i NAACP Image Awards e i Black Reel Awards. Ma nelle grandi cerimonie più tradizionali il dominio restava saldamente nelle mani di Brokeback Mountain, il grande favorito agli Oscar.
Il favorito che sembrava imbattibile
Il film di Ang Lee, tratto da un racconto di Annie Proulx e interpretato da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, era stato accolto come un momento storico. Brokeback Mountain portava sul grande schermo una storia d’amore tra due uomini con una sensibilità e una visibilità che il cinema mainstream aveva raramente concesso fino ad allora. La critica lo aveva celebrato quasi all’unanimità. Durante la stagione dei premi sembrava semplicemente imbattibile. Aveva vinto ai Golden Globe, ai BAFTA, ai Critics’ Choice Awards, agli Independent Spirit Awards e ai premi del sindacato dei produttori. Anche al botteghino aveva ottenuto risultati straordinari, incassando oltre 178 milioni di dollari nel mondo a fronte di un budget di appena 14 milioni.
Accanto a quel gigante, Crash appariva come l’outsider della corsa. Il film di Haggis aveva comunque raccolto alcuni riconoscimenti importanti, tra cui il premio del sindacato degli attori per il miglior cast e due BAFTA. Ma quasi nessuno immaginava che potesse davvero arrivare fino all’Oscar per il miglior film. Poi arrivò il momento dell’annuncio finale. Quando Jack Nicholson pronunciò il titolo Crash, nella sala si diffuse un silenzio incredulo, seguito da un brusio di sorpresa. Molti dei presenti non se lo aspettavano affatto.
Perché il film scatenò così tante critiche
Le polemiche iniziarono quasi subito. Molti osservatori suggerirono che la sconfitta di Brokeback Mountain potesse essere legata anche a una certa prudenza dell’industria cinematografica, ancora poco disposta a premiare un film che raccontava apertamente una storia d’amore tra due uomini.
Ma nel mirino delle critiche finì presto anche Crash.
Secondo diversi commentatori, il film costruisce sì un mosaico di personaggi appartenenti alle molte comunità che compongono Los Angeles, ma finisce spesso per privilegiare il punto di vista dei personaggi bianchi. Il giornalista Gene Demby ha osservato che sono proprio loro ad avere una vera profondità psicologica, mentre molti personaggi appartenenti alle minoranze restano confinati in ruoli più schematici. Uno degli esempi più discussi riguarda il poliziotto interpretato da Matt Dillon. In una delle scene più dure del film l’agente ferma un’auto e molesta sessualmente Christine, il personaggio interpretato da Thandiwe Newton, sotto gli occhi impotenti del marito Cameron. Più avanti, però, lo stesso poliziotto salva la donna da un incidente stradale, in un passaggio che suggerisce una possibile redenzione del personaggio. Negli anni questa scelta narrativa è diventata uno dei punti più contestati del film. La stessa Thandiwe Newton ha raccontato in un’intervista del 2020 di non aver mai creduto davvero a quella svolta, che a suo avviso, era solo un espediente per attenuare la rabbia reale che molte persone afroamericane provano di fronte agli abusi di potere.
Anche il modo in cui viene raccontato il personaggio di Christine è stato spesso criticato. Per alcuni osservatori la donna finisce per diventare soprattutto un meccanismo narrativo utile alla trasformazione del poliziotto, mentre il film dedica più spazio alla frustrazione del marito dopo l’aggressione che all’esperienza della vittima stessa. La giornalista Stacey Wilson Hunt, che nel 2016 ha ricostruito la storia della vittoria del film agli Oscar, ha però offerto una lettura leggermente diversa. A suo giudizio la scena dell’aggressione non appare irrealistica e, soprattutto alla luce delle testimonianze emerse con il movimento #MeToo, oggi risulta persino più potente di quanto sembrasse all’epoca. Allo stesso tempo, anche lei si interroga sul senso della scelta narrativa che finisce per concedere una forma di redenzione morale all’aggressore.
Un film riletto alla luce del presente
Guardato oggi, con il dibattito contemporaneo su razzismo, violenza della polizia e discriminazione, Crash appare a molti ancora più problematico di quanto sembrasse vent’anni fa. Il film contiene alcune intuizioni su tensioni sociali che negli anni successivi sono diventate centrali nel dibattito pubblico. Allo stesso tempo, però, non riesce davvero ad affrontarle sul piano strutturale. Le dinamiche di potere vengono trasformate in drammi individuali, mentre la dimensione sistemica del problema resta quasi assente.
Alla domanda se un film come Crash potrebbe ancora vincere l’Oscar per il miglior film oggi, diversi critici sono scettici. All’epoca sembrava un tentativo progressista di raccontare l’America multiculturale attraverso un intreccio di storie e personaggi, ma oggi probabilmente verrebbe giudicato troppo superficiale. Questo non significa che il meccanismo degli Oscar sia diventato completamente prevedibile. Secondo la Hunt i votanti dell’Academy restano una comunità imprevedibile, influenzata non solo dalla qualità dei film ma anche dalle campagne promozionali, dalle relazioni nell’industria e dal sostegno delle celebrità.
Resta però la domanda che continua a emergere ogni volta che si parla di quella notte del 2006: fu davvero la peggiore decisione nella storia degli Oscar? Per alcuni critici la risposta è sì, almeno se si guarda agli ultimi decenni. Altri invitano a mantenere una prospettiva più ampia. La storia dell’Academy, infatti, è costellata di episodi ben più controversi. Uno dei più citati risale al 1940, quando Hattie McDaniel — la prima attrice afroamericana a vincere un Oscar, per Via col vento — fu costretta a sedersi a un tavolo separato durante la cerimonia, a causa delle leggi sulla segregazione razziale. La vittoria di Crash, quindi, appare meno come uno scandalo assoluto e più come uno di quei momenti in cui i gusti dell’industria, la politica culturale e il clima del tempo si intrecciano in modo imprevedibile. Resta comunque uno degli episodi più sorprendenti e discussi nella storia degli Academy Awards. Un film nato per raccontare le fratture della società americana finì, in modo quasi ironico, per diventare esso stesso una delle fratture più durature nella memoria degli Oscar.







