“Adesso Donald Trump è solo il secondo americano più potente al mondo“. Così, con un pizzico d’ironia e realismo, un cronista italiano ha commentato a caldo l’elezione di Robert Francis Prevost al soglio pontificio, diventato ufficialmente Papa Leone XIV.
Fino a ieri, il titolo di Papa americano era solo un soprannome, affibbiato al cardinale Francis Spellman, l’influente arcivescovo di New York che, tra il 1939 e il 1967, esercitò un enorme potere a Roma e sostenne apertamente gli interventi militari degli Stati Uniti in Corea e Vietnam. Oggi quel titolo ha smesso di essere simbolico: un cittadino americano siede davvero sul trono di Pietro.
Nelle prime ore dopo l’annuncio, tra analisi affrettate e dettagli biografici scarni, ci si è interrogati su quale volto dell’America rappresenti davvero Leone XIV. La sua prima benedizione – “La pace sia con tutti voi” – l’ha pronunciata in italiano, latino e spagnolo, ma non in inglese, la sua lingua madre. Un gesto che dice molto.
La sua storia personale parla chiaro: partito per il Perù come missionario nel 1985, a trent’anni, da allora ha trascorso gran parte della sua vita lontano dagli Stati Uniti.
Eppure, le sue radici raccontano un’America profonda e complessa. Diverse testate, dal Black Catholic Messenger al New York Times, hanno sottolineato le sue origini tra i Creoli afroamericani di New Orleans, inserendolo in quella lunga linea di storie segnate da discriminazioni, resilienza e conflitti razziali che attraversano il cuore della storia statunitense.
Tutti questi aspetti sono importanti e lo diventeranno ancora di più man mano che si conosceranno meglio la sua vita e il suo operato. Ma potrebbero passare in secondo piano rispetto al contesto storico in cui Leone XIV è stato eletto. È infatti un Papa di guerra, e i primi tempi del suo pontificato saranno probabilmente segnati dalla sua capacità – o incapacità – di influenzare la pace in un mondo lacerato dai conflitti.
Quando si parla di un Papa di guerra, il pensiero corre subito a Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli, pontefice dal 1939 al 1958. Fu lui a negoziare, già da segretario di Stato, il controverso concordato con la Germania nazista nel 1933: un patto che garantiva alla Chiesa libertà religiosa in cambio della promessa di non interferenza nella vita politica del Reich. Un accordo che, nei fatti, contribuì a legittimare Hitler sul piano internazionale. Qualche anno prima, un’intesa analoga era già stata firmata con il regime fascista di Mussolini.
Quando Pacelli fu eletto Papa, il mondo era già sull’orlo del baratro. La guerra civile in Spagna aveva portato al potere il regime di Franco con l’appoggio della Germania nazista e dell’Italia fascista; Hitler si preparava ad annettere la Cecoslovacchia e a invadere la Polonia; i campi di concentramento erano in fase di espansione. E mentre l’Europa si avvitava nel caos, in India Gandhi sceglieva la via del digiuno per protestare contro l’oppressione coloniale britannica, ad indicare come la crisi dell’ordine mondiale non fosse confinata al vecchio continente.
Ottantasei anni dopo, siamo di nuovo in guerra. Papa Francesco, nel corso del suo pontificato, ha parlato spesso di una “Terza Guerra Mondiale a pezzi“. Una definizione che oggi suona più vera che mai. Nell’ultima benedizione Urbi et Orbi Francesco ha elencato i principali focolai di violenza: il conflitto tra Israele e Palestina; la guerra in Yemen, con la sua catastrofe umanitaria; l’Ucraina, devastata dall’invasione russa; le tensioni tra Armenia e Azerbaigian; i disordini nei Balcani occidentali; le guerre civili in Congo, Sudan, Sud Sudan, Sahel, Corno d’Africa e regione dei Grandi Laghi; e la guerra civile in Myanmar. Ha ricordato poi anche i prigionieri politici e i prigionieri di guerra, e denunciato la crescita dell’antisemitismo.
E questo era il 20 aprile. Da allora, Israele ha annunciato l’intensificazione della guerra su Gaza. L’India ha lanciato missili in territorio pakistano, compreso il Kashmir, e il Pakistan ha promesso ritorsioni. E Donald Trump, nel suo secondo mandato da presidente, ha confermato l’intenzione di annettere la Groenlandia con la forza, se necessario.
Cosa può fare, in questo scenario, un Papa? Francesco ha denunciato l’industria bellica “intrisa di sangue, spesso sangue innocente” anche davanti al Congresso USA nel 2015, ma senza grandi risultati. Giovanni Paolo II scrisse ai leader mondiali nel 2003 per fermare la guerra in Iraq, senza successo. Benedetto XVI ne parlò nel 2006, e anche lui rimase inascoltato. Solo Giovanni XXIII è ricordato per un gesto diplomatico efficace: la lettera ai leader USA e URSS che contribuì a risolvere la crisi dei missili a Cuba nel 1962. Al contrario, la scelta di neutralità di Pio XII nella Seconda guerra mondiale, e il suo silenzio sull’Olocausto, è oggi ampiamente condannata: non portò la pace e, anzi, lasciò che il genocidio degli ebrei avvenisse nell’impunità.
I precedenti, insomma, non sono dei più confortanti. Eppure, oggi più che mai, c’è bisogno di un Papa della pace. In Italia c’è già chi ha iniziato a definire così Leone XIV, quasi a volerlo investire subito di un ruolo che il momento storico reclama con urgenza. La pace, in un mondo dominato da logiche di potenza e ritorsione, ha bisogno di voci forti nei posti giusti. E il Vaticano, pur con i suoi limiti, resta uno dei pochi attori sulla scena globale che insiste sulla mediazione, sulla diplomazia e sulla difesa dei più vulnerabili, coerentemente con quanto hanno fatto i suoi ultimi pontefici.
Ma oggi l’equilibrio internazionale è più instabile che mai, e a renderlo ancora più fragile c’è un presidente americano che ha fatto del nazionalismo impulsivo e della strategia dell’imprevedibilità il suo marchio personale.
Non stupisce, quindi, che ci sia chi tema un tentativo di appropriazione politica del nuovo Papa da parte dell’amministrazione statunitense. L’irruzione del vicepresidente J.D. Vance nella Settimana Santa per una visita improvvisata a Papa Francesco, seguita dalla circolazione, da parte della Casa Bianca, di una grottesca immagine di Trump in vesti pontificie, lasciano intendere che la tentazione esista.
Ma Leone XIV, per ora, sembra tutt’altro che disposto a farsi strumentalizzare. Alcuni post rilanciati sul suo profilo X mostrano chiaramente il suo dissenso rispetto alla linea dura sull’immigrazione promossa da Trump. E in una lunga intervista pubblicata lo scorso agosto, quando era ancora cardinale, ribadì senza esitazioni la sua adesione all’impegno della Chiesa per la giustizia:
Una giustizia vera, per tutti, soprattutto per i più emarginati, per i poveri, per chi soffre, per gli immigrati e per chi ha più bisogno della misericordia di Dio.
Ora da Papa, Leone XIV ha la possibilità di portare avanti con decisione il lavoro iniziato da Francesco. Tra i tanti richiami alla pace nel suo primo discorso, uno in particolare colpisce: ha parlato della pace di Cristo come di una pace “disarmata e disarmante, umile e perseverante“. Una visione della pace che spiazza, soprattutto se pronunciata da un Papa. E da un Papa americano, per giunta.







