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Pagare per sopravvivere: dentro l’economia occulta dei soldati russi al fronte

L’appartamento è curato nei dettagli: parquet, acquario, cucina attrezzata e doccia moderna. Nulla lascia intuire che si trovi sotto terra, scavato nelle trincee vicino a Baihavka, nel territorio occupato di Luhansk. È la residenza del comandante di un’unità russa. Non l’ha pagata lui. A costruirla sono stati i soldati. Hanno lavorato gratis, racconta Maxim, un disertore di ventisei anni. Non solo, hanno anche finanziato materiali, elettrodomestici e perfino la vernice. È una delle tante forme di lavoro forzato che, secondo diverse testimonianze, scandiscono la vita quotidiana al fronte.

Non si tratta di episodi isolati. Dai racconti raccolti tra Belgorod, Donetsk e Luhansk emerge un sistema strutturato, in cui il rapporto tra ufficiali e truppa si trasforma in un meccanismo di sfruttamento continuo. I comandanti controllano risorse, stipendi e, di fatto, le possibilità di sopravvivenza dei soldati.

Una guerra che genera un mercato

L’invasione dell’Ucraina ha prodotto una vera economia di guerra. Tutto ha un prezzo. Equipaggiamenti, licenze, trasferimenti nelle retrovie, perfino le medaglie. Ma soprattutto la vita. I soldati descrivono il fronte come un mercato brutale, dove il denaro decide chi viene mandato all’assalto e chi resta relativamente al sicuro. Le nuove tecnologie, in particolare i droni ucraini, hanno trasformato vaste aree in zone di morte quasi certa. Gli attacchi frontali sono spesso suicidi, e pagare diventa l’unica alternativa alla probabilità di morire.

Maxim racconta di essersi arruolato nell’estate del 2024, attratto dai bonus e spinto anche da vicende personali. Senza addestramento, è stato inviato direttamente al fronte. In pochi mesi ha guadagnato milioni di rubli, ma la maggior parte del denaro è svanita. Equipaggiamento acquistato di tasca propria, tangenti, pagamenti ai superiori. Alla fine, sostiene, circa tre quarti di quanto ricevuto è stato assorbito da questo sistema informale. L’equipaggiamento di base, infatti, non è garantito per tutti. Solo alcune unità d’élite ricevono dotazioni adeguate. Gli altri devono procurarsi scarponi e giubbotti antiproiettile. Chi non può permetterselo affronta il combattimento con mezzi inadeguati.

Estorsione e ricatto

Le richieste iniziano spesso con pretesti plausibili: raccolte per droni, cibo o materiali. Ma il meccanismo si trasforma rapidamente in una spirale. Pagare una volta significa entrare in un sistema da cui è difficile uscire.

Chi contribuisce viene risparmiato dagli incarichi più rischiosi. Chi rifiuta può essere inviato in prima linea, dove le probabilità di sopravvivenza sono minime. In alcuni casi, i comandanti arrivano a confiscare carte bancarie e codici PIN prima delle operazioni. Chi rifiuta di pagare rischia punizioni brutali: detenzione in fosse scavate nel terreno, percosse, privazione di cure mediche. Nei casi più estremi, l’eliminazione fisica. Uccisioni simulate come eventi di combattimento, abbandono al freddo, interventi deliberati di operatori di droni. Tra i soldati circola un termine preciso per indicare queste esecuzioni: “azzeramento”. Alcune inchieste indipendenti hanno identificato numerosi comandanti coinvolti in pratiche di questo tipo.

Le famiglie e il silenzio

Le famiglie cercano risposte, spesso senza ottenerle. Elena, dalla regione dell’Altai, ha perso prima il figlio e poi il marito, entrambi arruolati nella stessa unità. Il secondo aveva denunciato richieste di denaro e abusi. È stato riportato al reparto e, poco dopo, ucciso. Le sue domande restano sospese. Chi è responsabile? E soprattutto, esiste una possibilità concreta di giustizia?

Corruzione e sfruttamento non sono elementi nuovi nella storia militare russa. Ma la guerra in Ucraina sembra aver amplificato queste dinamiche, trasformandole in un sistema economico esteso. Il risultato è un esercito in cui la linea tra comando e predazione si fa sempre più sottile. E in cui, per molti soldati, la differenza tra vivere e morire passa attraverso un pagamento.

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