Con la scomparsa di Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio, 1936–2025) si chiude un’epoca intensa e contraddittoria, che ha lasciato un segno profondo nella storia della Chiesa. Eletto nel 2013 come il papa “venuto dalla fine del mondo“, Bergoglio ha incarnato la speranza di una riforma capace di avvicinare il Vaticano alla gente, ai poveri, ai lontani. Ma alla fine del suo pontificato, ciò che resta è un bilancio carico di chiaroscuri, dove le intuizioni profetiche si intrecciano con gesti autoritari, e le aperture pastorali si scontrano con rigidità dottrinali.
Il suo stile da parroco del mondo ha sedotto molti: la scelta di vivere a Santa Marta, il primo “Buonasera” al balcone, l’accento sui migranti e sui poveri. “Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade“, scriveva nella Evangelii Gaudium. Eppure, dietro quell’immagine di umiltà e tenerezza, si nascondeva anche un pontefice capace di accentrare le decisioni come pochi altri prima di lui. Ha rimosso vescovi senza processo, fatto e disfatto leggi con una disinvoltura che ha lasciato molti sbigottiti. “Un papa che fa le leggi e subito dopo le viola allegramente non si era mai visto“, ha scritto Luis Badilla.
Molte delle sue scelte hanno lasciato perplessi persino i fedelissimi. Perché, ad esempio, nominare due suore a ruoli di vertice nello Stato della Città del Vaticano senza prima modificare la Legge Fondamentale che richiede siano cardinali? E perché, di fronte alle critiche, rispondere con ironia o chiusura, come nel caso delle accuse di eccesso di potere?
La sua visione del diritto canonico è apparsa flessibile, al punto da sembrare in certi casi arbitraria. Per lui, la misericordia precedeva la legge. Ma in una Chiesa che si regge sulla disciplina e sulla coerenza normativa, questa inclinazione ha aperto un fronte di critiche: come garantire trasparenza e giustizia se le regole vengono continuamente riscritte? “La Chiesa non può essere una comunità dove la gerarchia fa ciò che vuole senza rispondere a nessuno“, ha ricordato sempre Badilla, con amarezza.
Sui temi sensibili come aborto e omosessualità, Francesco ha mantenuto un profilo dottrinalmente conservatore, sebbene accompagnato da gesti di apertura pastorale. “Chi sono io per giudicare?” disse a proposito degli omosessuali, segnando una svolta epocale nel linguaggio ecclesiale. Ma altrove, ha mostrato la sua maschera di antiabortista convinto (nessun papa prima di lui si era permesso di chiamare “sicari” i medici che praticano gli aborti per obbligo di legge) e ha parlato di “frociaggine” nella Chiesa, per poi lasciarsi andare a un sessismo da bar con frasi come:
Il chiacchiericcio non aiuta. Il chiacchiericcio è una cosa da donne. Noi abbiamo i pantaloni, dobbiamo dire le cose.
Anche sulla crisi degli abusi sessuali nella Chiesa, Francesco ha avuto un approccio disomogeneo. Dopo un inizio incerto, ha avviato importanti riforme: nuove leggi per indagare vescovi negligenti, maggiore trasparenza, il processo al cardinale Becciu. Ma alcuni casi emblematici – come quello di Marko Rupnik – hanno gettato ombre sul suo reale impegno nel fare piena luce. “Le affermazioni del papa sono spesso contraddette dai fatti“, hanno scritto in molti, e questo divario ha minato la fiducia anche dei più pazienti.
Sul fronte della riforma della Curia e della trasparenza economica, poi, ha fatto molto ma non tutto. Ha rivoluzionato la struttura dei dicasteri, promosso figure nuove, cercato di moralizzare le finanze vaticane. Ma i meccanismi interni della Curia sono rimasti in buona parte intatti. Come ha scritto il giornalista Gianluigi Nuzzi: “Sono cambiati gli uomini al comando, ma il Vaticano non ha mai vissuto una vera riforma.“
Eppure, Francesco ha saputo cambiare il volto pubblico della Chiesa. Ha internazionalizzato il Collegio cardinalizio, dando voce a chiese dimenticate. Ha portato la Chiesa nelle periferie del mondo e ha sfidato le logiche del potere con gesti sorprendenti. Il suo linguaggio ha restituito umanità al papato. “Il tempo è superiore allo spazio“, amava ripetere: meglio avviare processi che occupare troni.
Ha fatto emergere contraddizioni profonde: tra Vangelo e istituzione, tra pastoralità e dottrina, e tra misericordia e disciplina. Ha fatto maturare conflitti che covavano da decenni, ma non li ha risolti. Ha lasciato aperte molte domande, tra cui una fondamentale: quale direzione dovrà prendere ora la Chiesa?
Il prossimo conclave sarà cruciale. Tra i possibili successori si profilano figure in continuità con Francesco e altre che potrebbero rappresentare un ritorno alla tradizione. Il cardinale Zuppi, uomo di dialogo e carità, potrebbe incarnare lo spirito bergogliano. Ma non mancano nomi più conservatori, come il cardinale ungherese Péter Erdo, pronti a riportare ordine dottrinale e normativo.
Quel che è certo è che Jorge Mario Bergoglio ha segnato un prima e un dopo. Ha costretto la Chiesa a guardarsi allo specchio, a fare i conti con la sua identità e le sue contraddizioni. “La realtà è più importante dell’idea“, diceva. Ora la realtà è quella di una Chiesa più cosciente ma anche più divisa. Toccherà al suo successore tenerla unita e darle una direzione.
E mentre il mondo cattolico si prepara a voltare pagina, resta il compito più difficile: distinguere il carisma dall’efficacia, il profeta dal riformatore. Perché forse Francesco è stato entrambe le cose. O forse, come diranno gli storici, è stato uno di quei papi che hanno preparato il terreno per un futuro che non vedranno, ma che senza di loro non sarebbe neppure immaginabile.







