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Il calo dell’umanità è più vicino di quanto immagini

L’anno scorso il tasso di fecondità della Turchia, cioè il numero medio di figli che una donna avrebbe nell’arco della vita se i comportamenti attuali restassero invariati, è sceso a 1,48. È ben sotto la soglia che, nel lungo periodo, permette a una popolazione di restare stabile, intorno a 2,1. E soprattutto è sceso prima e più in basso di quanto si aspettassero i demografi. Secondo le stime della Divisione Popolazione delle Nazioni Unite, la Turchia non avrebbe dovuto toccare livelli simili prima del 2100.

Solo che la Turchia non è un’eccezione. Il calo delle nascite sta diventando più rapido e più profondo quasi ovunque. Nei Paesi ricchi, nei Paesi a medio reddito, perfino in molti contesti che fino a poco fa venivano descritti come “giovani” e in crescita. Prendiamo Bogotá, capitale della Colombia, il cui tasso di fecondità totale è stimato intorno a 0,91 figli per donna, più basso di Tokyo, o l’India, che per anni è stata raccontata come il grande serbatoio demografico del pianeta, e che ora è scesa sotto il livello di sostituzione.

La Cina ha già imboccato la strada della contrazione. Il Messico è a 1,6, praticamente come il suo vicino più ricco, gli Stati Uniti. La Francia nel 2024 ha registrato meno nascite che nel 1806, quando la sua popolazione era meno della metà di oggi. E l’Italia ha toccato il minimo storico dalla nascita dello Stato unitario.

Un lungo declino

Che le famiglie diventino più piccole non è una novità. Anzi, per secoli la diminuzione della fertilità è stata legata a trasformazioni in gran parte positive. L’espansione dei sistemi pensionistici e di protezione sociale ha ridotto la necessità di “fare figli” come assicurazione per la vecchiaia. La mortalità infantile, crollata rispetto al passato, ha tolto dal tavolo quella logica brutale per cui si mettevano al mondo “riserve” sapendo che non tutti sarebbero sopravvissuti. E poi c’è stata la grande rivoluzione del secondo Novecento, quella dell’istruzione femminile, del lavoro, della contraccezione, della scelta. Dopo i baby boom degli anni Sessanta, la discesa delle nascite è stata anche il riflesso della libertà conquistata dalle donne.

La sorpresa, dunque, non è il calo in sé, ma la velocità.

Il ritmo medio globale di discesa è raddoppiato tra gli anni Duemila e gli anni Dieci, e in questo decennio è raddoppiato ancora, arrivando in media a quasi il 2 per cento l’anno. In molti Paesi il crollo è più brusco, dove livelli che un tempo sarebbero sembrati quasi impensabili stanno diventando una normalità statistica. La Corea del Sud è il caso più estremo e più istruttivo. Da sette anni ha un tasso di fecondità sotto l’1. Se restasse così, la popolazione si ridurrebbe di oltre la metà nell’arco di una sola vita.

In Thailandia le Nazioni Unite si aspettavano per il 2024 un valore intorno a 1,2, invece il dato è stato circa 1. In Egitto, l’anno scorso, sono nati meno di due milioni di bambini, un livello che non ci si aspettava di vedere prima del 2100.

Oggi solo circa un terzo dell’umanità vive in Paesi dove la fertilità è abbastanza alta da mantenere la popolazione in crescita. E anche lì, spesso, la discesa è rapida. L’Africa continua a registrare tassi superiori alla media globale, ma non sta sfuggendo al modello, sta solo percorrendo la stessa curva con un ritardo. La spiegazione più plausibile è un intreccio di cambiamenti sociali che si sta sincronizzando su scala planetaria.

Per anni si è parlato di una popolazione mondiale destinata a crescere fino alla fine del secolo. Secondo le proiezioni attuali delle Nazioni Unite, il picco arriverebbe attorno al 2084, a circa 10,3 miliardi di persone. Ma se la fertilità continua a scendere più velocemente del previsto, il picco potrebbe arrivare molto prima e più in basso. Una possibilità è che la crescita si fermi già negli anni Cinquanta del secolo e che la popolazione globale non superi mai i 9 miliardi. Da lì inizierebbe la diminuzione, qualcosa che su scala mondiale non accade dal XIV secolo, quando la Peste Nera spazzò via più o meno un quinto dell’umanità.

Un picco anticipato e una contrazione più vicina avrebbero conseguenze enormi, non solo per la pianificazione economica (visto che Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e governi usano le stime ONU come bussola), ma cambierebbero anche gli equilibri di potere, i modelli di welfare, la struttura delle città, il mercato del lavoro, la geopolitica delle migrazioni, perfino il modo in cui pensiamo l’ambiente e la crescita.

Il nodo delle previsioni

Qui entra in gioco un problema tecnico che, però, è anche psicologico. Molte previsioni demografiche assumono implicitamente che, dopo aver toccato un minimo, la fertilità tenderà a stabilizzarsi o a risalire. In parte perché proiettare la discesa attuale troppo lontano nel tempo porta a un esito paradossale, a una popolazione che alla lunga tende a zero. E in parte perché è difficile scegliere un anno credibile in cui dire “da qui in poi cambia tutto”. Per evitare arbitrarietà, la soluzione più semplice diventa assumere che la correzione inizi quasi subito. Di conseguenza, le Nazioni Unite collocano i Paesi che hanno già una bassa fertilità su una traiettoria di stabilizzazione oppure di risalita.

Gli Stati Uniti, per esempio, sono messi sulla prima. Il loro tasso è sceso quasi senza interruzione da circa 1,9 nel 2010 a circa 1,6. Secondo questa impostazione, resterebbe più o meno lì per il resto del secolo. La Corea del Sud finisce invece sulla seconda traiettoria, quella della risalita graduale. Dopo essere precipitata da 1,2 a 0,72 in un decennio, la fertilità coreana, nelle proiezioni ONU, risalirebbe lentamente fino a circa 1,3 nei prossimi ottant’anni. Il punto critico è che, in queste proiezioni, praticamente nessun Paese dovrebbe continuare a scendere. L’implicazione, parecchio ottimista, è che la bassa fertilità sia un problema che si autocorregge e che la correzione inizi quasi immediatamente, persino nei casi più drammatici.

È possibile che in alcuni contesti la fertilità rimbalzi, come è accaduto all’inizio degli anni Duemila, negli Stati Uniti e in parte del Nord Europa, dove si vide una risalita legata soprattutto a donne che avevano rinviato la maternità e poi l’avevano recuperata più tardi. Ma non è affatto certo che il mondo sia destinato a replicare quel copione, anche perché in molte aree considerate “virtuose” le nascite stanno di nuovo calando. Nei Paesi nordici, per esempio, il tasso è sceso di circa un quinto dal 2010.

John Wilmoth, della Divisione Popolazione ONU, cita la logica dell’aspettativa di un continuo progresso verso l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile. In teoria, se avere figli smettesse di penalizzare carriera e finanze delle donne, la natalità potrebbe risalire. Ma finora, guardando il mondo com’è, l’avanzamento dell’autonomia femminile è stato spesso associato a una diminuzione ulteriore della fertilità.

C’è da notare che le medie nazionali spesso nascondono Paesi che contengono molte demografie diverse, in fasi diverse della transizione. In India, per esempio, la variabilità regionale è enorme. A Delhi una donna può aspettarsi in media circa 1,2 figli. Negli Stati più poveri del nord, come Uttar Pradesh e Bihar, che insieme arrivano a circa 300 milioni di abitanti, il tasso è più del doppio. Ma anche lì sta scendendo. In pratica, una parte gigantesca della popolazione indiana sta seguendo la stessa traiettoria delle aree più ricche, con un ritardo di circa un decennio. Questo significa che il valore nazionale, intorno a 1,9, è una miscela di regioni che hanno già completato gran parte della discesa e regioni che sono ancora in piena accelerazione.

Una logica simile vale per molti altri Paesi, dalla Colombia alla Turchia. E, più in generale, l’idea che l’insieme delle tendenze sociali che ha spinto verso famiglie più piccole si inverta ovunque, nello stesso momento, è difficile da prendere sul serio.

Piccoli slittamenti, grandi mondi diversi

Il fatto davvero inquietante della demografia è la sensibilità agli scarti minimi. Un anno in più di declino, un decennio in più, e il mondo cambia parecchio. In un’analisi sui diversi scenari, The Economist ha evidenziato quanto il momento del picco globale dipenda dall’ipotesi su quando la fertilità smetterà di scendere. Secondo le Nazioni Unite, in 182 Paesi su 210 il cambiamento annuale della fertilità nei prossimi 75 anni dovrebbe essere più favorevole di quanto non sia stato dal 2013. Tradotto, dove il tasso è sceso, dovrebbe rallentare molto, fermarsi o invertire. Dove è salito, dovrebbe accelerare.

Se però si sposta più avanti nel tempo il punto in cui avviene questa “svolta”, l’effetto è dirompente. Se il tasso globale continuasse a scendere al ritmo recente anche solo per un altro anno, il picco arriverebbe circa tre anni prima e con circa 130 milioni di persone in meno. Se la discesa proseguisse per un altro decennio prima di stabilizzarsi, il picco potrebbe arrivare attorno al 2065, con circa 750 milioni di persone in meno rispetto allo scenario di riferimento.

Per decenni, il timore della “bomba demografica”, di moda negli anni Sessanta, ha probabilmente reso i demografi prudenti nel prevedere un’umanità che smette di crescere e poi comincia a ridursi. Eppure, allarmante o no, è una possibilità sempre meno fantascientifica e sempre più vicina.

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