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La COP30 che può cambiare tutto (o niente)

Nel pieno dell’umidità amazzonica, tra padiglioni che perdono acqua e agende diplomatiche che si incrociano senza incontrarsi, la COP30 si distingue non tanto per ciò che concluderà, quanto per ciò che rappresenta. È la prima conferenza sul clima convocata dopo il parere storico della Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato l’inazione climatica una violazione del diritto internazionale. Non più solo questione morale, come ricordava Guterres, ma obbligo giuridico.

Un cambio di paradigma. Eppure, dietro le quinte, il negoziato arranca. Gli Stati Uniti, ormai fuori dai giochi, hanno lasciato spazio a una Cina che si muove con cautela, mentre l’Unione Europea esibisce più fratture che ambizioni. La cornice è inedita, ma le dinamiche sembrano ancora le stesse.

Sul piano formale, la settimana politica della COP30 si è aperta con una lettera firmata dal presidente della conferenza André Corrêa do Lago. La lettera ha dato il via alla fase del mutirão, il rituale brasiliano di cooperazione collettiva scelto come cifra culturale di questa COP: “fare le cose insieme per risolvere problemi comuni”. Un appello gentile alla convergenza che, però, rischia di scontrarsi con un terreno negoziale segnato da linee rosse sempre più invalicabili.

Il problema è che mitigazione, adattamento e finanza sono talmente intrecciati che risolvere un solo nodo senza toccare gli altri è quasi impossibile. Per questo si vocifera che possano addirittura uscire due testi finali distinti: il Belém Package e il Mutirão Package.

Nel frattempo, la Colombia si conferma tra i protagonisti più dinamici, promuovendo con energia una bozza di testo per sostenere la transizione dal carbone e dal petrolio. Un’uscita diplomatica dal fossile che, per ora, stenta a trovare appoggi concreti. Nessun Paese in via di sviluppo ha ancora fatto il passo decisivo per abbracciare il phase-out, e il motivo è semplice: senza finanza, nessuna transizione è possibile. La leva che dovrebbe muovere il sistema è bloccata. Mancano le risorse e manca la fiducia. E finché questo circolo vizioso non si spezza, ogni proposta, per quanto ambiziosa, rischia di restare lettera morta.

Il risultato è uno stallo che si ripete COP dopo COP. E in questo quadro di sfiducia, i Paesi in via di sviluppo si sono irrigiditi. James Fletcher, oggi inviato per il clima dei Paesi caraibici e già ministro dell’Energia di Saint Lucia, lo ha spiegato senza giri di parole: temono che i cento indicatori previsti per monitorare l’adattamento al cambiamento climatico si trasformino nell’ennesimo strumento punitivo. Che servano cioè a giudicarli, a negar loro risorse, a colpevolizzarli due volte: prima per danni che non hanno causato, poi per non averli riparati secondo criteri decisi altrove.

È anche per questo che molti stanno frenando sul Global Goal on Adaptation. Il sospetto è che, dietro la retorica della misurazione e della trasparenza, si nasconda il tentativo di congelare i fondi. «L’adattamento varia troppo da Paese a Paese», ha detto Fletcher, «prima serve triplicare le risorse disponibili, poi possiamo parlare del resto». E guardando il bilancio attuale, la sua richiesta non sembra fuori scala: con tutto il fondo “Loss and Damage” oggi disponibile si riuscirebbe a malapena a coprire i danni di un solo grande uragano come Melissa. E gli altri? E tutto il resto?

È come se qualcuno ti rompesse le gambe e le braccia con una mazza da baseball – le emissioni sono quella mazza – e poi ti offrisse un prestito a tassi da usuraio per comprarti le stampelle.

James Fletcher, oggi inviato per il clima dei Paesi caraibici e già ministro dell’Energia di Saint Lucia

Tassare i voli dei ricchi

Da questa frustrazione nasce la proposta concreta, e sorprendentemente pragmatica, di tassare i biglietti aerei premium per generare nuove risorse destinate alla finanza climatica. L’idea, promossa da una coalizione eterogenea di Paesi del Nord e del Sud (tra cui Francia, Spagna, Kenya, Benin, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, insieme ad Antigua e Barbuda, Brasile, Fiji e Vanuatu come osservatori), prevede l’istituzione di un Premium Flyers Solidarity Contribution. L’obiettivo è far pagare chi inquina di più, senza colpire i viaggiatori comuni. Non si tratta di una rivoluzione fiscale, ma di una breccia nella narrativa dell’impotenza. Volare in business class, del resto, inquina fino a 3,4 volte di più rispetto all’economy.

La misura potrebbe generare fino a 17 miliardi di dollari l’anno, da convogliare in un fondo ad hoc per l’adattamento. E in una versione più estesa, che includa tutti i voli, si arriverebbe potenzialmente a 123 miliardi. Numeri enormi, soprattutto se confrontati con l’attuale stagnazione dei fondi pubblici per il clima. Le risorse per la cooperazione internazionale sono in calo tra il 9 e il 17% rispetto all’anno scorso, complice il ritorno sulla scena di Donald Trump e l’inerzia degli altri grandi attori. Intanto, più di 3,5 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono di più per ripagare il debito che per garantire salute, istruzione e protezione climatica.

Secondo l’ONG Germanwatch, questa tassa sarebbe un precedente, un caso-studio che legittima l’uso di strumenti simili in altri settori, come trasporti marittimi, transazioni finanziarie e persino criptovalute. Nei prossimi cinque anni si punta a implementarla, perfezionarla, e usarla come leva diplomatica per generare una dichiarazione politica forte già entro la fine della COP30.

Nel caos geopolitico che sta paralizzando le decisioni più ambiziose, questa proposta rappresenta una delle poche iniziative che tengono insieme visione politica e realismo operativo. Un piccolo passo, forse. Ma in un tempo in cui la fiducia è crollata e la finanza climatica sembra ostaggio della politica, tassare i voli dei ricchi può diventare paradossalmente la misura più giusta.

E l’Italia?

Nel frattempo, l’Italia resta un passeggero silenzioso nel treno della diplomazia climatica. Alla sua quarta COP da presidente del Consiglio, Giorgia Meloni ha deciso di non presenziare a Belém, delegando la partecipazione al ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il cui intervento al vertice dei leader è stato insipido e pavido (con anche un richiamo a San Francesco, che sta sempre bene su tutto), raggiungendo lo scopo di passare inosservato. Perlomeno non è stata fatta nessuna gaffe, come quella di Baku, dove Meloni aveva inserito con disinvoltura la fusione nucleare (tecnologia ancora lontana decenni) tra le soluzioni italiane per la decarbonizzazione.

Intanto, il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha vissuto una sua curva di apprendimento. Nel 2022, aveva accettato con entusiasmo l’incarico di ministro della Pubblica amministrazione, pochi minuti dopo aveva scoperto di essersi sbagliato e che il suo ministero sarebbe stato quello dell’ambiente. Tre settimane dopo era a Sharm el-Sheik, catapultato nel frullatore della COP27 senza capirne granché, leggendo discorsi scritti da altri. A Dubai, durante la COP28, si erano perfino dimenticati di lui. Il vertice decisivo con il presidente di turno Sultan al-Jaber era già cominciato quando il ministro non era ancora stato avvisato. Un dettaglio imbarazzante, che riassume bene il ruolo marginale dell’Italia nei grandi tavoli della diplomazia climatica. Eppure, all’inizio del suo mandato, Pichetto Fratin aveva almeno il paracadute tecnico-diplomatico di Alessandro Modiano, primo inviato per il clima del governo Meloni: competente, preparato, troppo bravo per restare in quel ruolo. Ora è ambasciatore in Messico.

Dopo di lui, la scelta è caduta su Francesco Corvaro, professore di Fisica tecnica industriale all’Università Politecnica delle Marche, totalmente privo di esperienza diplomatica. È diventato il volto operativo del padiglione italiano. È, di fatto, il frontman di un’Italia che ha delegato la rappresentanza tecnica a un docente universitario e quella politica a un ministro in costante rincorsa. Corvaro sembra esausto, e non potrebbe essere altrimenti.

Pichetto Fratin, dal canto suo, ha fatto progressi. Dai primi interventi spaesati del 2022 oggi appare più informato, consapevole dei dossier, capace almeno di orientarsi nel lessico della diplomazia climatica. Ma da qui a considerarlo un attore di primo piano ce ne passa. L’Italia resta lontana anni luce dalla capacità di incidere che dimostrano Paesi come Spagna, Germania, Francia, Danimarca, Svezia o persino la Polonia, che in questo contesto europeo riescono a giocare partite vere, costruendo alleanze e orientando i testi negoziali.

Il governo Meloni ha trasformato la partecipazione dell’Italia alle COP in un’operazione cerimoniale, più utile a inseguire obiettivi tattici (gli accordi sul gas con l’Egitto, la promozione del piano Mattei, la difesa dei biocarburanti) che a contribuire alla strategia globale. Biocarburanti che, vale la pena ricordarlo, non rappresentano un’alternativa reale all’elettrico per la mobilità privata, perché sono una tecnologia vecchia, inefficiente, che serve più a proteggere gli interessi di un’industria automobilistica in affanno che a ridurre le emissioni. Occupano suolo agricolo, sottraggono risorse dove sarebbero davvero utili e impediscono investimenti nella vera transizione.

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