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La storica sentenza dell’Aia: “Il cambiamento climatico è una minaccia esistenziale”

Lo scorso mercoledì ha segnato una svolta storica nella lotta contro la crisi climatica. Con una dichiarazione netta la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite ha stabilito che gli Stati hanno il dovere legale di proteggere le persone dagli effetti devastanti del riscaldamento globale, definito “una minaccia urgente ed esistenziale”.

È la prima volta che il massimo organo giudiziario dell’ONU si esprime in modo diretto sul cambiamento climatico. E lo fa riconoscendo che l’inazione degli Stati può costituire “un atto illecito a livello internazionale”. Un’affermazione che potrebbe avere implicazioni profonde per il diritto internazionale e le future cause climatiche in tutto il mondo.

La Corte ha inoltre sottolineato che la protezione dell’ambiente rappresenta “una precondizione” per il rispetto dei diritti umani. E ha messo in discussione il sostegno pubblico alla produzione di combustibili fossili, considerandolo potenzialmente in contrasto con questi principi fondamentali.

L’ambiente è il fondamento della vita umana, da cui dipendono la salute e il benessere delle generazioni presenti e future.

Ha dichiarato il giudice Iwasawa Yuji, presidente della Corte

Sebbene la pronuncia abbia solo valore consultivo – e quindi non possa essere imposta ai governi – essa rappresenta comunque una potente dichiarazione giuridica. E potrebbe influenzare sia le controversie legali in corso, sia i negoziati internazionali su clima e finanziamenti.

L’opinione della Corte è stata sollecitata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dopo una campagna portata avanti per anni da alcuni Paesi, su tutti le isole Vanuatu e altre isole del Pacifico, tra le più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale. A seguito di quella richiesta, la Corte ha organizzato un’audizione di due settimane nel dicembre scorso, raccogliendo contributi da oltre 100 Paesi, organizzazioni e esperti di diritto e scienze climatiche (il più alto tasso di partecipazione nella storia di quest’organo).

La Corte è stata chiamata a rispondere a due domande cruciali:

  1. Quali obblighi giuridici hanno gli Stati, secondo le leggi e i trattati internazionali esistenti, per proteggere il clima e l’ambiente dalle emissioni di gas serra?
  2. Quali sono le conseguenze legali per gli Stati che, attraverso azioni o omissioni, hanno causato danni significativi?

I principali produttori di combustibili fossili, tra cui Stati Uniti e Arabia Saudita, hanno sostenuto che l’Accordo di Parigi del 2015 rappresenti uno strumento già adeguato per affrontare la crisi climatica. Una posizione difensiva e sempre più isolata, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi politici (con il ritorno dell’amministrazione Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti si sono ritirati per la seconda volta dall’accordo globale sul clima e hanno avviato un processo di smantellamento delle principali funzioni dell’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), in particolare quelle legate alla regolazione delle emissioni).

Nel frattempo, numerosi altri Stati hanno chiesto alla Corte di spingersi oltre, sostenendo che, senza un vero meccanismo coercitivo, l’Accordo di Parigi rischia di rimanere una dichiarazione d’intenti priva di efficacia. Non è sufficiente, hanno detto, per fermare l’innalzamento della temperatura globale, il sollevamento dei mari o la crescente violenza degli eventi meteorologici.

Alcuni governi hanno sollecitato la Corte a riconoscere il principio di responsabilità storica, chiedendo che le nazioni maggiormente responsabili delle emissioni cumulative di CO₂ siano obbligate a fornire riparazioni e risarcimenti a quei Paesi che oggi ne subiscono le conseguenze più gravi. In prima fila, le isole del Pacifico e dei Caraibi, martoriate da inondazioni, cicloni e dalla lenta ma inesorabile avanzata del mare, che hanno denunciato con forza l’ingiustizia di essere trattate come “zone di sacrificio” per il profitto altrui.

Ralph Regenvanu, inviato per il clima di Vanuatu, ha ricordato alla Corte che il suo Paese si trova “in prima linea in una crisi che non ha causato”. E ha chiesto che le azioni – e le omissioni – che hanno già provocato gravi danni “siano riconosciute come illegali, che cessino e che le loro conseguenze vengano riparate”.

Nel corso delle audizioni, la Corte ha anche convocato in sessione riservata un gruppo di scienziati del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), l’organismo scientifico delle Nazioni Unite sul clima. Gli esperti hanno ribadito con fermezza ciò che la comunità scientifica afferma da anni con crescente urgenza: le emissioni di gas serra provenienti dalla combustione di carbone, petrolio e gas sono la principale causa del riscaldamento globale.

Ma ciò che ha davvero sorpreso osservatori e giuristi è stato il tono deciso del verdetto. La Corte Internazionale di Giustizia ha superato le attese: ha dichiarato che tutti gli Stati hanno l’obbligo giuridico di contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali, come stabilito dall’Accordo di Parigi. E ha fatto qualcosa di ancor più significativo dal punto di vista legale e politico: ha lasciato aperta la possibilità che uno Stato possa citare in giudizio un altro per i danni provocati dalle sue emissioni storiche:

Sebbene il cambiamento climatico sia causato da emissioni cumulative, è scientificamente possibile determinare il contributo totale di ciascuno Stato alle emissioni globali.

La Corte ha parlato di “atti internazionalmente illeciti” per definire il mancato intervento degli Stati nella tutela del clima. Ha inoltre evidenziato come le politiche che incentivano, promuovono o sovvenzionano l’uso dei combustibili fossili possano rientrare in questa categoria. Un altro passaggio chiave è il riconoscimento che anche i governi possono essere ritenuti responsabili per i danni provocati da attori privati, come aziende energetiche o grandi inquinatori industriali.

Eppure, dietro l’unanimità di facciata, il cammino verso il verdetto è stato tutt’altro che lineare. Il documento finale è infatti accompagnato da più di una dozzina di opinioni separate, redatte da giudici che avrebbero voluto una presa di posizione ancora più netta, soprattutto in termini di sanzioni legali concrete.

Il verdetto dell’Aia non resterà isolato, ma si inserisce in una sequenza crescente di sentenze emesse da corti internazionali e nazionali che stanno progressivamente trasformando il clima in una questione giuridica oltre che ambientale.

All’inizio di luglio, la Corte Interamericana dei Diritti Umani, con sede in Costa Rica, ha stabilito che gli Stati hanno l’obbligo di prevenire i danni da cambiamento climatico in quanto violazioni dei diritti umani, con impatto diretto su numerosi Paesi delle Americhe. Un anno prima, nel 2024, anche il Tribunale Internazionale per il Diritto del Mare aveva affermato che i governi devono adottare misure concrete per ridurre le emissioni climalteranti

In Europa, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Svizzera per non aver protetto adeguatamente i suoi cittadini dagli effetti del cambiamento climatico, ritenendo che l’inazione costituisse una violazione dei diritti fondamentali.

E lunedì, la Corte di Cassazione italiana ha stabilito che i tribunali ordinari possono giudicare cause sul cambiamento climatico in nome della tutela dei diritti umani, accogliendo il ricorso presentato da Greenpeace Italia e ReCommon contro il colosso energetico Eni.

Sta di fatto che da oggi, il cambiamento climatico non è più solo un problema scientifico da affrontare nei consessi internazionali o una crisi politica da contenere. È una questione legale e morale, su cui i popoli del mondo stanno cominciando a prendere posizione.

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