Quest’estate, a Londra, Bill Gates si è seduto al tavolo con alcuni degli uomini più ricchi del pianeta. Accanto a lui c’erano Jeff Bezos, fondatore di Amazon; Masayoshi Son, il magnate giapponese di SoftBank; e il principe al-Waleed bin Talal dell’Arabia Saudita. Non discutevano di vacanze né di conquiste tecnologiche del presente. Parlavano del futuro, di un mondo soffocato dal proprio stesso respiro, e di come la finanza potesse trasformare una crisi in un’opportunità.
Un miracolo chiamato denaro
L’idea era tanto ambiziosa quanto controversa: eliminare l’anidride carbonica dall’atmosfera e farlo per profitto. Un’operazione chirurgica sul pianeta, che il mondo della finanza osserva con cupidigia e speranza. Perché dove gli scienziati vedono un esperimento e gli ambientalisti intravedono un’illusione, i banchieri odorano la possibilità di una nuova Eldorado.
In poco più di cinque anni, le aziende che si dedicano a questa missione impossibile hanno attirato più di 5 miliardi di dollari in investimenti. Breakthrough Energy Ventures, il fondo sostenuto dallo stesso Gates, è tra i maggiori promotori, spalleggiato da capitalisti di ventura della Silicon Valley e colossi come United Airlines. Ma la corsa all’oro verde ha una data di scadenza: il pianeta si riscalda più velocemente di quanto la tecnologia riesca a evolversi.
È la più grande opportunità che abbia mai visto in 20 anni di venture capital
Damien Steel, amministratore delegato di Deep Sky
Una promessa ambiziosa, una realtà deludente
Le cifre sono impressionanti, le promesse seducenti. Microsoft, Google e British Airways, per esempio, hanno impegnato 1,6 miliardi di dollari quest’anno per acquistare crediti sulla rimozione del carbonio. Una somma astronomica se si pensa che, solo quattro anni fa, il mercato valeva appena un milione di dollari. Gli analisti, con il loro linguaggio da oracoli, prevedono che il settore potrebbe valere 1,2 trilioni di dollari entro il 2050.
Ma il presente è meno brillante. Le strutture operative si contano sulle dita delle mani, e la più grande tra esse riesce a catturare solo una frazione insignificante dei gas serra prodotti dall’umanità in un giorno. “Non fingiamo che questa tecnologia possa salvarci nel breve termine“, ha ammonito Al Gore. Gli scienziati delle Nazioni Unite sono altrettanto scettici: “Non è provata, né tecnologicamente né economicamente, e comporta rischi sconosciuti“.
Tra speranza e cinismo
Eppure, nonostante le critiche, questa industria attrae investitori con la stessa forza magnetica che il denaro esercita sugli speculatori. La tecnologia, infatti, rappresenta il volto più avanzato della geoingegneria, un termine che evoca scenari tanto futuristici quanto distopici.
Riflettere la luce solare, modificare gli oceani, schiarire le nuvole: sono tutte idee che oggi si muovono sul sottile confine tra scienza e fantascienza. Ma eliminare l’anidride carbonica è la proposta che incarna al meglio il sogno di un mondo redento. Gli esperti sostengono che anche se riuscissimo a fermare tutte le nuove emissioni, avremmo comunque bisogno di ripulire le scorie del passato per evitare una catastrofe climatica. E qui si inseriscono aziende come Climeworks, che ha costruito il più grande impianto di cattura diretta dell’aria in Islanda, o Svante, finanziata da Chevron e altre multinazionali.
Un gioco pericoloso
I critici, però, non tacciono. Mark Z. Jacobson, professore a Stanford, è lapidario: “La cattura del carbonio aumenterà la produzione di combustibili fossili. Non aiuta minimamente il clima“. Ma i capitalisti, con il loro pragmatismo spietato, non si fermano di fronte ai dubbi etici. Per loro, è un rischio calcolato: anche se il 95 percento delle start-up fallirà, basterà un successo per trasformare una scommessa in un jackpot.
C’è chi vede in questa corsa un simbolo di speranza e chi una distrazione pericolosa. Tra incentivi governativi – come i 180 dollari di credito d’imposta per tonnellata di carbonio rimossa previsti dall’Inflation Reduction Act del governo statunitense – e un mercato ancora embrionale, la direzione è incerta. Il prezzo per catturare una tonnellata di carbonio è ancora proibitivo, raggiungendo anche i 1.000 dollari. Ma il tempo stringe, e il pianeta non aspetta.
In questo scenario di ambizioni e contraddizioni, il mondo non cerca solo soluzioni tecnologiche. Cerca redenzione. Forse è qui che la rimozione del carbonio diventa una metafora potente: un tentativo di cancellare i peccati del passato, pur sapendo che il costo di questa espiazione è spesso più alto di quanto possiamo permetterci.







