C’è un’isola nel Pacifico che non si arrende al mare. Un’isola che si batte con tutto ciò che ha, con la dignità di chi sa che il tempo è poco, di chi sente l’oceano avanzare sotto i piedi. Le Fiji, arcipelago di oltre 300 isole e meno di un milione di anime, sono oggi il simbolo della battaglia contro il cambiamento climatico. Ma questa non è solo una storia di cicloni e inondazioni. È una storia di vite spezzate, di legami con la terra che si sbriciolano, di villaggi interi che devono ricominciare da capo. È una storia che il mondo guarda, ma non capisce fino in fondo.
Il piano di chi non può aspettare
Da quattro anni, una task force governativa delle Fiji si dedica a un compito che sembra impossibile: spostare intere comunità prima che il mare le inghiotta. Hanno messo insieme un piano, 130 pagine di grafici, tabelle e procedure, lo Standard Operating Procedures for Planned Relocations. Un titolo freddo, burocratico, che però racchiude una tragedia umana. Perché non si tratta solo di spostare case. Si tratta di spostare chiese, scuole, cimiteri. Si tratta di sradicare una cultura intera, una comunità, un’identità.

E il tempo è contro di loro. Dal ciclone Winston del 2016, che ha causato 1,4 miliardi di dollari di danni – un terzo del PIL nazionale – le Fiji sono state colpite da altri sei cicloni. Circa 42 villaggi sono ora in lista per essere spostati nei prossimi dieci anni, sei sono già stati ricollocati, e ogni nuova tempesta rischia di aggiungere nuovi nomi all’elenco. Le temperature aumentano, il mare avanza. Ogni nuovo disastro aggiunge un nome alla lista dei villaggi da salvare. Eppure, spostare un villaggio in queste isole montuose è un’impresa colossale.
Non si tratta solo di muovere 30 case. Bisogna spostare un’intera comunità. Le scuole, le strade, l’acqua, persino i cimiteri. Provate a farlo.
Satyendra Prasad, ambasciatore delle Fiji presso l’ONU
Vunidogoloa: un villaggio strappato al mare
Vunidogoloa è stato il primo villaggio ad essere trasferito. Un luogo che oggi sembra desolato, con le sue case abbandonate, le persiane rotte, i tetti crollati. Il mare ha divorato tutto, trasformando la radura erbosa dove la comunità si riuniva in una palude. Quando il villaggio si trasferì, nel 2014, la gente pianse. “Abbiamo lasciato i nostri genitori, i nostri nonni. È stato come lasciare la nostra anima“, ha raccontato Sailosi Ramatu, l’ex capo del villaggio.
Il nuovo Vunidogoloa è più sicuro, con case verde pallido che guardano il mare dall’alto. Ma non tutto è stato perfetto. Le case sono state costruite senza cucine, e nonostante la sicurezza, qualcosa è andato perso. Inoltre, la pesca, una parte essenziale della vita quotidiana, è diventata più difficile, e molti abitanti sono costretti a tornare al vecchio villaggio per procurarsi il cibo.
Terra e denaro: le battaglie invisibili
Il piano operativo delle Fiji è stato elogiato dagli esperti come il più avanzato mai sviluppato, ma non è privo di lacune. A Nabavatu, il ciclone Ana ha reso il villaggio inabitabile e le persone ora vivono in tende, senza elettricità, senza bagni, senza futuro. E poi c’è Tukuraki, un villaggio trasferito su un terreno di un clan vicino. Le tensioni sono esplose quando la comunità ospitante ha visto che le nuove case erano migliori delle loro. “È la natura umana” – ha detto Makereta Waqavonovono, attivista climatica – “Dai la terra, ma poi vedi gli altri prosperare, e nasce il risentimento“.
E poi c’è il problema del denaro. Trasferire un villaggio costa, e il governo delle Fiji non ha i fondi. Con il 65% della popolazione che vive entro 5 km dalla costa, le Fiji stanno affrontando una trasformazione epocale. Il Green Climate Fund, il primo fondo fiduciario al mondo per la ricollocazione, finanziato da tasse ambientali e contributi internazionali, ha destinato al Pacifico solo una frazione di ciò che sarebbe necessario.
Ma c’è qualcosa di ancora più sacro del denaro o della terra: il peso dei morti. In molte comunità, i cimiteri sono già sott’acqua. A Togoru, le lapidi degli antenati sono sommerse e i pesci nuotano tra le tombe. Eppure, Lavenia McGoon, 70 anni, non vuole andarsene. “Sono troppo vecchia per ricominciare“, dice mentre combatte l’oceano costruendo barriere con vecchi pneumatici. Togoru non è sulla lista dei villaggi da trasferire. Lei spera che lo resti.
Dico ai miei nipoti: studiate, lavorate, andate via. Perché qui, non c’è futuro.
Le Fiji sono solo l’inizio. Sono il laboratorio di un futuro che molti altri Paesi dovranno affrontare. E mentre il mondo guarda, a distanza, c’è una lezione che emerge chiara: il cambiamento climatico non è un problema di domani. È una realtà che strappa case, identità e vite, qui e ora. La domanda non è più se il mare avanzerà, ma chi pagherà il prezzo. E soprattutto, quanti villaggi dovranno essere sacrificati prima che il mondo agisca?







