barriera corallina riscaldamento

Entro il 2040 il 70% delle barriere coralline dell’Atlantico smetterà di crescere

Se le temperature globali continueranno a crescere, quasi tutti i coralli dell’Atlantico rischieranno di smettere di svilupparsi e, in gran parte, saranno erosi entro la fine del secolo. È l’allarme lanciato da un nuovo studio che ha analizzato oltre 400 barriere coralline nell’Atlantico tropicale occidentale. I dati sono drammatici: più del 70% dei reef entrerà in fase di erosione già entro il 2040, anche negli scenari climatici più ottimistici. E se il riscaldamento dovesse superare i 2 °C rispetto all’era preindustriale, quasi il 99% dei coralli della regione sarebbe destinato a sparire.

Non si tratta di un semplice avvertimento teorico: le conseguenze toccano direttamente coste ed ecosistemi. I coralli sono l’ossatura delle barriere, habitat vitale per migliaia di specie marine, e al tempo stesso uno scudo naturale che frena la forza delle onde e difende le coste dall’erosione. La National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) ricorda che un quarto di tutta la vita marina del Pianeta dipende da questi ecosistemi e che oltre un miliardo di persone, in ogni continente, trae sostentamento e protezione dalle barriere coralline.

Per comprendere meglio il futuro di questi ecosistemi, i ricercatori hanno analizzato depositi fossili ricavati da barriere coralline antiche nel Caribe e in zone equatoriali, dove l’attività tettonica ha sollevato porzioni di reef ormai emersi. Questi dati paleontologici, uniti alle condizioni attuali di oltre 400 siti contemporanei, hanno permesso di stimare come le comunità coralline possano reagire al cambiamento climatico.

Per migliaia di anni, i coralli crescevano verticalmente per restare al passo con l’innalzamento del mare. Oggi, invece, con un aumento rapido delle temperature e stress termici frequenti, la capacità dei reef di “tenere il passo” si è interrotta.

Il meccanismo alla base di questo collasso è fragile quanto essenziale. I coralli vivono in simbiosi con microscopiche alghe fotosintetiche che abitano i loro tessuti. Queste forniscono colore e, soprattutto, nutrimento. Ma quando l’acqua diventa troppo calda, le alghe vengono espulse. È il fenomeno noto come bleaching: i coralli sbiancano, perdono energia e, se lo stress termico persiste, non riescono più a riprendersi, fino a morire.

Circa il 60% delle barriere analizzate nelle Florida Keys e quasi il 40% di quelle studiate lungo le coste del Messico hanno ormai smesso di crescere. L’estate del 2023 è stata una delle più drammatiche mai registrate: tra settembre e ottobre il 92,6% dei coralli monitorati ha mostrava segni di bleaching o era già in stato terminale, e più della metà delle colonie osservate risultava morta entro gennaio 2024.

Ma la crisi dei coralli non dipende solo dal calore. L’acidificazione degli oceani contribuisce enormemente alla loro distruzione. Le acque assorbono grandi quantità di CO₂ emessa dalle attività umane, e questo processo riduce la disponibilità di carbonato, il materiale di base che i coralli usano per costruire i loro scheletri. Il risultato è una perdita progressiva di spessore e resistenza, che rende le strutture più fragili e vulnerabili all’erosione.

Per questo motivo, anche i progetti di riforestazione corallina — per quanto fondamentali — si scontrano con difficoltà enormi. I coralli hanno una crescita lentissima. Servono decenni, a volte secoli, perché una barriera torni a essere abbastanza robusta da proteggere le coste. La scienza, però, sta cercando nuove strade. Alcuni ricercatori stanno incrociando specie diverse per selezionare tratti genetici più resistenti al calore; altri sperimentano strutture artificiali che possano offrire ai coralli un supporto iniziale, accelerando il processo di colonizzazione; altri ancora si concentrano sull’individuazione e la protezione delle cosiddette “barriere resilienti al clima”, ecosistemi che hanno mostrato una sorprendente capacità di adattamento e che potrebbero diventare rifugi cruciali nel futuro degli oceani.

Occasionalmente, i reef più profondi, i cosiddetti mesofotici, tra i 10 e i 50 metri, hanno mostrato una resistenza maggiore rispetto a quelli superficiali. In certe aree questi habitat sembrano agire come “rifugi termici”, offrendo un margine di sopravvivenza, anche se non è chiaro se possano davvero compensare le perdite delle barriere più vicine alla superficie.

Il quadro che emerge è spietato. Se l’aumento delle temperature globali sarà mantenuto entro i 2 °C, c’è ancora un filo di speranza, Le barriere potrebbero rallentare la loro regressione. Ma oltre quel limite, il collasso diventa quasi inevitabile.

Le barriere coralline non sono semplici paesaggi da cartolina, ma infrastrutture naturali fondamentali che sostengono interi ecosistemi, la pesca, il turismo e la difesa delle coste. Se scompaiono, non cambia solo il volto degli oceani, ma la stessa stabilità delle terre che essi lambiscono diventa più fragile.

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