il disastro della Deepwater Horizon
Un pellicano bruno ricoperto di petrolio nei pressi di Grande-Terre Island, in seguito all'esplosione della Deepwater

Come avvelenare un oceano

Nel settembre del 2009 il biologo Erik Cordes si trovava nella sala di controllo della Ronald H. Brown, una nave da ricerca che galleggiava nel Golfo del Messico. Intorno a lui oltre ai monitor, c’era quella concentrazione silenziosa che accompagna sempre le esplorazioni in profondità. A circa millequattrocento metri sotto la superficie, un veicolo telecomandato stava scandagliando il fondale del Mississippi Canyon, un’area a sud-est della Louisiana ben nota alle compagnie petrolifere. All’inizio sugli schermi comparivano solo fango, sedimenti e un paesaggio uniforme e scuro, quasi privo di riferimenti. Poi, dopo ore di immersione, il fondale cambiò improvvisamente volto. Dal marrone opaco emersero rossi, arancioni, gialli e viola. Il ROV era arrivato in un giardino di coralli.

Cordes, biologo marino specializzato negli ecosistemi abissali, si trovò davanti a uno spettacolo che ancora oggi ricorda come qualcosa di quasi irreale. Gli sembrò di galleggiare in una foresta. Tra i rami dei coralli si nascondeva un mondo nascosto allo sguardo umano da secoli, eppure vivo, complesso, ricchissimo.

Sette mesi dopo, tutto cambiò.

A circa undici chilometri da quel giardino di coralli, l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon della BP uccise undici lavoratori e aprì una ferita immensa nel fondale marino. Quando la fuoriuscita venne finalmente fermata, tre mesi più tardi, nel Golfo si erano riversati circa 780 milioni di litri di petrolio, il più grande sversamento marino della storia. Cordes rimase sconvolto, ma per un momento si aggrappò a una speranza perché il petrolio, in fondo, tende a galleggiare, e forse quella comunità marina e rigogliosa si era salvata.

Ma quando il suo gruppo tornò laggiù, trovò il disastro. I colori brillanti dei coralli erano stati soffocati da una melma grigia, molle, appiccicosa. Dalle colonie fuoriusciva muco, un chiaro segno di stress e di danno biologico. Una miscela di petrolio, plancton e disperdenti chimici utilizzati per frammentare la chiazza in superficie era scesa fino agli abissi, depositandosi su quel paesaggio come una neve tossica. Fu uno choc.

il disastro della Deepwater Horizon
Il disastro della Deepwater Horizon

Da quel momento la sua carriera prese un’altra direzione. Il biologo che sperava di studiare un ecosistema incontaminato si ritrovò a lavorare come un medico d’urgenza chiamato dopo una catastrofe. Bisognava capire chi fosse sopravvissuto, chi stesse morendo e che tipo di danni si stavano propagando nel tempo. Negli anni successivi, insieme al suo gruppo monitorò quasi trecento colonie di corallo entro sedici chilometri dal sito dell’esplosione. Scoprirono che i coralli ricoperti oltre la metà dalla miscela petrolchimica avevano pochissime possibilità di ripresa. Secondo le sue stime, circa un quarto dei coralli osservati è morto o non mostra alcun segno di recupero. Alcune di quelle colonie avevano probabilmente secoli di vita.

Quel lavoro contribuì a chiarire un punto che l’opinione pubblica tende spesso a dimenticare. Le fuoriuscite di petrolio non devastano soltanto ciò che vediamo dalla costa, non colpiscono solo gli uccelli imbrattati o le spiagge annerite. Il danno si diffonde in tutta la colonna d’acqua, dall’alto verso il basso, attraversando ecosistemi che raramente entrano nell’immaginario comune. Sulla superficie, il plancton può assorbire composti del petrolio e perdere la capacità di fotosintetizzare correttamente, con effetti diretti anche sulla produzione di ossigeno. Ma quando questo plancton muore e affonda, le tossine scendono con lui e passano da un organismo all’altro. Gli embrioni di molti pesci, se si sviluppano in ambienti contaminati, possono nascere con difetti cardiaci o deformazioni dello scheletro.

Per qualche anno, Cordes aveva pensato che almeno una lezione fosse stata imparata. Dopo la Deepwater, nuove regole erano state introdotte e le trivellazioni offshore nelle acque statunitensi sembravano destinate a rallentare. Le compagnie si stavano spostando verso altri fronti, nei Caraibi meridionali o al largo dell’Africa occidentale. Il Golfo, per un momento, pareva meno esposto. Poi Donald Trump è tornato alla Casa Bianca e, nel suo discorso inaugurale, ha lanciato un nuovo messaggio: trivellare ancora.

Lo scorso novembre il Dipartimento degli Interni ha presentato piani per mettere a disposizione fino a 1,27 miliardi di acri di acque pubbliche per nuove attività offshore. Questo non significa che ogni concessione si tradurrà automaticamente in una piattaforma, ma l’indirizzo politico è chiaro. Il Center for Biological Diversity ha avvertito che, se questi programmi verranno attuati su larga scala, il numero di fuoriuscite potrebbe superare quota quattromila, senza nemmeno contare i grandi incidenti catastrofici. E come se non bastasse, poco dopo, l’amministrazione Trump ha allentato altri vincoli, intervenendo sul National Environmental Policy Act e alleggerendo le tutele garantite dall’Endangered Species Act ai progetti nel Golfo.

Nel frattempo, il contesto geopolitico ha fatto il resto. Con l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, i prezzi del petrolio sono saliti, rendendo ancora più appetibili le nuove perforazioni. A marzo, il Bureau of Ocean Energy Management ha diffuso nuove stime sulle riserve non ancora sfruttate e ha venduto concessioni nel Golfo a tariffe molto favorevoli. Poco dopo è arrivato anche il via libera a Kaskida, un progetto di trivellazione ultra-profonda da cinque miliardi di dollari che potrebbe entrare in funzione nel 2029. Il Golfo del Messico è tornato a essere, apertamente, un territorio d’espansione per l’industria fossile. Cordes non ha dubbi su cosa questo significhi: più si trivella, più petrolio finirà nell’ambiente. Per lui la questione è lineare. E dopo sedici anni dall’ultima grande catastrofe, teme che sia solo questione di tempo prima che se ne verifichi un’altra.

Per capire perché il Golfo sia tanto conteso, bisogna tornare molto indietro, molto prima delle piattaforme, dei mercati e delle guerre energetiche. Questo mare si è formato circa duecento milioni di anni fa. Durante lunghissimi periodi geologici, in questo bacino si accumularono sale, sedimenti, resti organici di alghe e microrganismi. Sepolti sotto chilometri di depositi, quegli strati si trasformarono lentamente in cherogene e poi in petrolio e gas. Il Golfo del Messico è, in sostanza, una gigantesca cucina geologica dove la materia organica è stata compressa, riscaldata e intrappolata nelle rocce nel corso di ere intere. È questa combinazione di abbondanza e struttura geologica a renderlo uno dei luoghi più appetibili al mondo per l’estrazione.

Anche Mandy Joye, microbiologa oceanografica dell’Università della Georgia, ha studiato a lungo questi ecosistemi. Le sue ricerche hanno mostrato che quasi ogni tipo di idrocarburo può essere degradato da qualche microrganismo. In condizioni normali, però, questi microbi sono presenti in quantità minime; restano ai margini dell’ecosistema, quasi invisibili, finché un cambiamento improvviso non mette loro a disposizione la sostanza di cui si nutrono. Dopo il disastro della Deepwater, successe esattamente questo. Nella colonna d’acqua contaminata si svilupparono, una dopo l’altra, diverse comunità microbiche, ciascuna specializzata nel degradare una specifica componente del petrolio. Fu una sorta di staffetta naturale: ogni gruppo interveniva su una frazione diversa del greggio. Secondo Joye, tra il 30 e il 40 per cento del petrolio venne così metabolizzato dai microbi. Fu un aiuto enorme, ma non bastò a impedire la devastazione. Il petrolio, infatti, non sparì. Cambiò semplicemente aspetto e traiettoria. Una parte rimase sospesa nelle profondità marine, un’altra salì verso l’alto per poi ridiscendere, un’altra ancora si mescolò al plancton morto, ai detriti organici e alle sostanze chimiche, finendo per precipitare sul fondale sotto forma di una pioggia tossica. In alcune aree, questa sorta di “neve oleosa” raggiunse uno spessore di cinque centimetri (una quantità impressionante, pari a migliaia di anni di sedimentazione concentrati in pochi mesi). Per granchi, vermi e altri invertebrati degli abissi non c’era alcuna via di fuga. Per i coralli fu come venire sepolti vivi.

il disastro della Deepwater Horizon
Un pellicano bruno ricoperto di petrolio nei pressi di Grande-Terre Island, in seguito all’esplosione della Deepwater | Foto: Win McNamee, Getty Images

Eppure, anche dentro questo scenario di distruzione, gli scienziati osservarono piccoli segni di resistenza. Vicino al sito dell’esplosione, Cordes vide alcune ofiure (parenti sottili e flessibili delle stelle marine) aggrappate ai coralli contaminati. Con i loro bracci rimuovevano lentamente i residui di petrolio, facendo riemergere il tessuto giallo ancora sano. Fu la prima prova diretta di una relazione di mutuo vantaggio tra le due specie: le ofiure ottenevano un punto elevato da cui nutrirsi, mentre i coralli venivano, poco a poco, ripuliti. Anche se era una scena commovente, quasi dolorosa da guardare. Negli anni, i ricercatori hanno tentato anche interventi di ripristino. In alcuni casi si è sperimentato l’uso di microbi “probiotici” per accelerare la degradazione degli idrocarburi nei coralli di acque basse. Altrove si sono studiati coralli artificiali o il riutilizzo delle piattaforme dismesse come barriere. Solo nel Golfo, più di seicento infrastrutture offshore sono state trasformate in reef artificiali dagli anni Ottanta in poi.

Cordes continua a scoprire nuove meraviglie negli abissi. Nel 2024 il suo gruppo ha quasi completato la mappatura di una gigantesca barriera corallina al largo della Carolina, a circa mille metri di profondità. Ma accanto allo stupore c’è sempre la paura. Nelle profondità marine il tempo non assomiglia al nostro. Un corallo può crescere per secoli nel silenzio assoluto, senza che nessuno lo veda mai. Poi arriva una perforazione, una perdita e tutto quel tempo si interrompe. La tragedia della Deepwater Horizon è stato un atto di violenza contro mondi remoti che l’umanità aveva appena iniziato a intravedere. E ora che il Golfo del Messico torna a essere offerto alle trivelle con rinnovata aggressività, la domanda non è se il rischio esista ancora, ma quante volte siamo disposti a ripetere lo stesso errore prima di accettare che gli abissi, come le coste, hanno una capacità di sopportazione molto più fragile di quanto continuiamo a raccontarci.

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