La vittoria della Prussia nel 1870 lasciò una cicatrice profonda nel cuore dell’Europa. Per la Francia, la sconfitta significò molto più della semplice perdita dell’Alsazia e della Lorena: fu un’umiliazione nazionale che alimentò per decenni un sentimento di rivalsa, un desiderio febbrile di vendetta noto come revanche. Uno spirito di rivincita che avvelenò il clima politico interno e divenne la linfa della destra nazionalista e militarista, trovando il suo apice simbolico negli anni tumultuosi dell’affaire Dreyfus.
Nel frattempo, l’Impero tedesco — proclamato nel 1871 a Versailles — si imponeva come nuova grande potenza europea, grazie anche alla spregiudicata realpolitik di Otto von Bismarck. Il suo pragmatismo autoritario, cinico ma efficace, fu ammirato da molti leader del tempo. Ma il vecchio sistema multipolare dell’Europa restaurata, costruito dopo il Congresso di Vienna del 1815, stava cedendo il passo a un nuovo scenario bipolare, nel quale la crescente rivalità tra Francia e Germania diventava la principale linea di faglia.
Nel 1879, Germania e Austria siglarono un’alleanza difensiva che avrebbe presto incluso anche l’Italia, dando vita nel 1882 alla Triplice Alleanza. In risposta, nel 1893, Francia e Russia si legarono in un’alleanza che sancì un nuovo equilibrio geopolitico europeo. Questo assetto rispecchiava la strategia tedesca di proteggersi da ogni direzione: a ovest, dalla Francia ancora ferita; a sud, dall’Impero austro-ungarico, antico rivale durante l’unificazione; a est, dalla Russia, suo storico nemico; a nord, dalla potente flotta britannica che dominava il mare del Nord.
Per Bismarck, l’intesa con Vienna era il primo passo per evitare l’isolamento internazionale. Per l’Austria-Ungheria, invece, l’abbraccio tedesco offriva al contempo una rete di sicurezza e un incoraggiamento ad assumere un atteggiamento più aggressivo nei Balcani, dove le spinte centrifughe e le aspirazioni nazionaliste minacciavano la coesione dell’Impero.
Anche la Russia colse l’occasione per stringere rapporti più stretti con la Francia. Per lo zar, ciò significava non solo rafforzare la propria posizione in Europa, ma anche liberarsi le mani per espandere l’influenza russa verso l’Asia e, soprattutto, nei Balcani. Qui, Mosca da tempo ambiva al controllo degli stretti e a ottenere finalmente uno sbocco stabile sul Mediterraneo attraverso il Mar Nero.

Con l’ascesa al trono del Kaiser Guglielmo II nel 1888, l’equilibrio diplomatico costruito con pazienza da Bismarck cominciò lentamente a sgretolarsi. Il giovane imperatore era ambizioso, irrequieto, deciso a fare della Germania una potenza globale a tutto tondo. A incarnare questa nuova visione fu la Weltpolitik, la “politica mondiale”, un programma aggressivo che puntava a proiettare Berlino oltre l’Europa: sulle rotte oceaniche, nei territori coloniali, nei teatri dove si giocava l’egemonia del XX secolo. L’obiettivo era chiaro: assicurarsi accesso diretto alle risorse naturali strategiche necessarie per alimentare la vertiginosa crescita economica e industriale del Reich.
Accanto a lui, sostenitori convinti come il cancelliere Bernhard von Bülow e soprattutto l’ammiraglio Alfred von Tirpitz, teorico della costruzione di una flotta militare oceanica capace di rivaleggiare con quella britannica. Il potenziamento navale, secondo Tirpitz, non era solo uno strumento militare, ma serviva a ridefinire il prestigio della Germania nel mondo, ad aprire nuovi scenari imperiali e, non da ultimo, a deviare l’attenzione pubblica dalle tensioni interne. L’erosione del potere dei vecchi Junker prussiani, l’ascesa dei socialdemocratici e i primi germogli di un parlamentarismo moderno.
Ma questa strategia aveva un prezzo. La costruzione di una potente flotta da guerra rappresentava, agli occhi di Londra, una provocazione diretta. Fino ad allora, la Gran Bretagna aveva mantenuto con orgoglio il suo “splendido isolamento”, intervenendo solo quando l’equilibrio tra le potenze continentali rischiava di rompersi. Era una politica flessibile, oscillante, che le garantiva margini di manovra senza legami rigidi. Ma la corsa agli armamenti tedesca cambiò tutto: per la prima volta, la supremazia britannica sui mari veniva seriamente messa in discussione.
Nel frattempo, la corona inglese affrontava grattacapi imperiali su più fronti. I conflitti con la Francia in Nord Africa, le tensioni con la Russia in Asia centrale e in Estremo Oriente – in particolare in Manciuria e in Korea – e infine la difficile guerra contro i Boeri in Sudafrica (1899-1902), che pur sancendo il dominio britannico nella regione, evidenziò il costo umano ed economico dell’impero. A quel punto, Londra capì che non poteva più permettersi di essere sola.
Il primo segnale arrivò nel 1902 con l’alleanza anglo-giapponese, pensata per contenere l’espansionismo russo in Asia senza impantanarsi negli equilibri europei. Ma fu proprio la Germania a spingere Londra verso un passo ben più radicale. Il riarmo tedesco, percepito come una minaccia alla sicurezza dell’isola, fece da catalizzatore per una svolta storica: nel 1904, Gran Bretagna e Francia firmarono l’Entente Cordiale. Un’intesa che, pur non avendo un carattere militare vincolante, rappresentava la fine dell’isolamento britannico e un cambiamento epocale nella configurazione delle alleanze europee.
L’accordo si basava su un compromesso pragmatico: Londra riconosceva l’influenza francese in Marocco, mentre Parigi accettava la presenza britannica in Egitto. Persino in Asia si cercò un fragile equilibrio, mantenendo il Siam come stato cuscinetto tra l’Indocina francese e la Birmania inglese. L’Europa si stava polarizzando. I blocchi erano ormai delineati. E il conto alla rovescia verso la guerra, inconsapevolmente, era già cominciato.

L’intesa anglo-francese fu messa subito alla prova. Durante la guerra russo-giapponese, la flotta imperiale russa affondò alcuni pescherecci britannici, scambiandoli per sottomarini giapponesi. La tensione tra Londra e San Pietroburgo salì alle stelle, ma fu grazie alla mediazione della Francia, che si trovava legata a entrambe le potenze, che si evitò uno scontro diretto.
Ma la vera scossa arrivò nel 1905, con la Prima crisi marocchina. Guglielmo II, durante una crociera nel Mediterraneo, decise con studiata teatralità di fare tappa a Tangeri. Lì, dichiarò pubblicamente di riconoscere l’indipendenza del Marocco, insinuando che la presenza francese nella regione fosse una prevaricazione. Era un messaggio forte e chiaro, un affronto calcolato contro le mire coloniali di Parigi.
La scelta del kaiser non fu casuale: in quel momento la Francia era politicamente isolata. La Russia, suo alleato strategico, era impantanata in una guerra disastrosa contro il Giappone e alle prese con i primi fermenti rivoluzionari. Berlino sperava così di spaccare l’intesa franco-britannica ancora giovane, approfittando della vulnerabilità di una delle sue gambe.
Ma invece di incrinare l’alleanza, la crisi marocchina la rafforzò: Francia e Gran Bretagna si scoprirono solidali, unite nel rifiuto di accettare una presenza tedesca sulle coste del Maghreb. La sfida diplomatica culminò l’anno seguente con la Conferenza di Algeciras. Formalmente, il congresso riaffermò l’indipendenza del Marocco, ma di fatto assegnò alla Francia il controllo politico e militare della zona. Berlino ne uscì isolata, diplomaticamente sconfitta.
Nel frattempo, la disfatta russa contro il Giappone consolidava a Londra una nuova percezione: la vera minaccia all’equilibrio globale non era la Russia, ma la Germania, con la sua flotta in espansione e il suo crescente protagonismo aggressivo.
Eppure, in quegli anni, la diplomazia internazionale sembrava ancora capace di reggere l’urto delle tensioni. Nonostante gli episodi critici, il ricorso al negoziato sembrava prevalere sul rischio di guerra. Solo nel 1905, si contarono oltre duecento controversie internazionali risolte con mezzi pacifici, tramite arbitrati e mediazioni.
Lo storico Akira Iriye ha ricordato quanto sia ingannevole leggere questi eventi solo come una sequenza inesorabile verso il 1914. Parlare della “strada verso la guerra” significa spesso dimenticare che alternative c’erano, e furono percorse. Numerose organizzazioni, intellettuali, attivisti e governi cercarono soluzioni diverse, credendo che la guerra non fosse affatto inevitabile.
La crisi dei Balcani
Al consolidarsi dei blocchi contrapposti, faceva da contraltare il progressivo sfaldamento di uno degli ultimi bastioni del “vecchio ordine”: l’Impero Ottomano. Ispirato da un fervente desiderio di modernizzazione e ammirazione verso l’Occidente, il movimento dei Giovani Turchi riuscì a infiltrarsi nelle strutture dell’esercito e, nel 1908, impose con un’insurrezione la restaurazione della Costituzione del 1876 e la convocazione del Parlamento.
Le difficoltà dell’impero ottomano riaccesero subito gli appetiti espansionistici dell’Austria-Ungheria, che colse l’occasione per annettere formalmente la Bosnia ed l’Erzegovina, infliggendo un colpo durissimo ai sogni egemonici della Serbia nei Balcani. La Russia protestò, ma il Kaiser fece chiaramente capire che sarebbe stato disposto a entrare in guerra pur di sostenere Vienna. Andava così in fumo la stabilizzazione provvisoria sancita dal Congresso di Berlino del 1878.
L’isolamento diplomatico della Germania portò Berlino ad appoggiarsi sempre più a Vienna, mentre la Francia mostrava una crescente apertura verso le richieste russe nella regione. Eppure, almeno per il momento, la polveriera balcanica non esplose.
Nel 1911, l’attenzione tornò a concentrarsi di nuovo sul Marocco. I disordini interni offrirono alla Francia il pretesto per inviare truppe e imporre il proprio protettorato. La risposta tedesca fu rapida e muscolare: una cannoniera fu inviata nel porto di Agadir, e Berlino pretese compensazioni territoriali per quella che considerava una violazione flagrante degli accordi di Algeciras. Ma, ancora una volta, l’intesa anglo-francese tenne: Londra rifiutò ogni sostegno alla Germania, che venne persino lasciata sola anche dall’Austria.
Fu in questo contesto che l’Italia, fino ad allora marginale, decise di entrare in scena con una delle azioni più apertamente aggressive di inizio secolo. Nel 1911 dichiarò guerra all’Impero Ottomano, invadendo la Libia e le isole egee del Dodecaneso.
Solo un anno dopo, l’Impero Ottomano si ritrovò a fronteggiare una coalizione composta da Serbia, Bulgaria e Grecia, alle cui spalle si intravedeva la longa manus della Russia. L’obiettivo: la conquista della Macedonia. La Serbia ebbe un ruolo cruciale nel contesto della disgregazione dell’Impero Ottomano. Avversaria storica di Istanbul e di Vienna, ma legata a doppio filo con la Russia, Belgrado sognava una federazione di popoli slavi.
L’attivismo della Serbia spinse l’Austria a intervenire, ponendo il veto a ogni espansione serba verso l’Adriatico. Vienna ottenne il sostegno dell’Italia, e le relazioni con la Russia toccarono un nuovo picco di tensione.

Alla fine del 1912, la prima guerra balcanica si concluse con un accordo interlocutorio, che rimetteva alle grandi potenze la definizione del destino di Macedonia e Albania. Ma la pace durò poco: nel 1913 scoppiò una seconda guerra balcanica, quando la Bulgaria attaccò Serbia e Grecia, e sia la Romania che la Turchia si unirono al conflitto. Il trattato di Bucarest che ne seguì spartì la Macedonia tra Serbia e Grecia, costringendo la Bulgaria a pesanti concessioni territoriali.
Sempre in quell’anno il Regno Unito rafforzò i legami con la Francia promettendo l’invio di un corpo di spedizione in caso di guerra. In parallelo, furono firmati accordi navali tra britannici, francesi e russi. In Germania, l’impressione generale, alimentata anche dalla stampa, era quella di un accerchiamento strategico.
Sempre nel 1913, un tentativo serbo di occupare l’Albania fu fermato da un intervento congiunto di Austria e Italia. La situazione nei Balcani era ormai fuori controllo: il moltiplicarsi degli attori nazionali, pronti ad approfittare della crisi ottomana, rendeva vano ogni tentativo di stabilizzazione diplomatica. Il sistema delle grandi potenze aveva evitato fin lì uno scontro generale, ma aveva amplificato i conflitti regionali.
I piccoli Stati balcanici si muovevano con crescente autonomia, trascinando con sé le grandi potenze. Il gioco delle alleanze, si stava trasformando in un pericoloso moltiplicatore delle spinte centrifughe. Era soprattutto la Serbia, con un esercito di 200mila uomini e una posizione strategica al centro della regione, a rappresentare una minaccia diretta per l’Austria-Ungheria, che, debole militarmente, contava sempre di più sull’ombrello protettivo della Germania.
Un sistema fragile guidato da interessi economici
Le vicende interne dell’Impero Ottomano e della Serbia mostravano quanto il potere militare stesse assumendo un ruolo centrale nella gestione del potere politico. Nei Paesi ancora arretrati e prevalentemente rurali, l’esercito era spesso l’unico apparato moderno, efficiente, diffuso capillarmente e organizzato. Ma anche negli Stati industrialmente più avanzati il peso dei vertici militari era cresciuto, di pari passo con la complessità tecnologica delle armi e con l’aumento delle spese pubbliche destinate a sostenerle.
In Germania, l’autorità dell’esercito affondava le radici nella rigida tradizione prussiana, mantenendo una notevole autonomia rispetto al potere politico. Il suo centro nevralgico era lo Stato Maggiore, che rispondeva direttamente al Kaiser e operava da anni su un piano strategico meticolosamente elaborato dal generale Alfred von Schlieffen. L’idea alla base era semplice quanto audace: sferrare un colpo fulmineo alla Francia, aggirando le difese attraverso il Belgio e l’Olanda, per poi volgere tutte le forze contro la Russia sul fronte orientale. Evitare una guerra su due fronti era l’obiettivo supremo, e la velocità d’esecuzione il suo presupposto essenziale.
Ma l’ambizione tedesca, e il riarmo che l’accompagnava, innescarono una reazione a catena. La corsa agli armamenti si fece più serrata anche altrove, in particolare in Gran Bretagna e in Francia, dove il clima politico era già segnato da profonde fratture. Il caso Dreyfus aveva isolato le correnti progressiste, e la destra nazionalista trovò terreno fertile per rilanciare l’ideale di una nazione forte e militarmente preparata. Così, nel 1913, il Parlamento approvò senza troppi ostacoli una legge che estendeva il servizio militare obbligatorio da due a tre anni. Un altro passo verso il confronto che si avvicinava.
Ogni esercito nazionale disponeva di propri piani strategici, capaci di influenzare in modo diretto le scelte dei governi e delle diplomazie. Alla vigilia del 1914, gli Stati Maggiori erano pronti a mettere in atto i rispettivi dispositivi con estrema rapidità. Tuttavia, la decisione ultima spettava sempre ai governi civili. Come ha dimostrato Gian Enrico Rusconi, questi ultimi prendevano in esame l’eventualità della guerra come parte di una strategia del rischio, volta ad ottenere vantaggi politici e internazionali, anche al prezzo di un conflitto.
Lo scoppio della guerra poteva infatti offrire un’occasione per risolvere problemi interni: crisi di consenso, squilibri finanziari e debiti pubblici. Le guerre del passato, brevi e combattute spesso in territori coloniali, lasciavano sperare in un conflitto limitato. Man mano che ci si avvicinava al 1914, la possibilità di una guerra generale appariva meno remota, ma la si immaginava ancora circoscritta nello spazio e nel tempo. Il sistema delle relazioni internazionali, però, era diventato così interconnesso che ogni mossa diplomatica attivava immediatamente un effetto domino.
Nel 1899 e nel 1907, due conferenze internazionali tenute a L’Aia avevano cercato di regolare almeno alcuni aspetti della guerra: il rispetto per i prigionieri e il divieto di attaccare civili. Ma il loro obiettivo era disciplinare la guerra, non prevenirla. Intanto, l’opinione pubblica, informata dai giornali, esercitava una crescente influenza sulle scelte dei governi. Nei territori dell’Impero austro-ungarico, i movimenti nazionalisti alimentavano le rivendicazioni di popoli irredenti; in Italia, la nascita dell’Associazione nazionalista coincise con l’impresa libica; e in Francia, la legge sull’allungamento della leva fu sostenuta da una campagna antitedesca che agitava lo spettro dell’invasione.
Alcuni settori dell’opinione, come i socialisti internazionalisti, cercarono di resistere al clima bellico, ma nessuno fu in grado di impedire il voto sui crediti di guerra. L’antimilitarismo che aveva caratterizzato le sinistre si dissolse con la mobilitazione. Al contrario, il nazionalismo divenne ovunque uno strumento politico per contrastare l’avanzata dei partiti operai. In parallelo, l’espansione degli ordinativi militari fece crescere il peso economico delle industrie belliche: la Krupp in Germania, la Skoda in Austria, la Vickers e la Armstrong in Inghilterra, la Schneider-Creusot in Francia. Questi gruppi avevano rapporti strettissimi con i governi e furono tra i principali fautori della guerra, da cui trassero profitti enormi.
Non meno rilevante fu il ruolo del capitale finanziario internazionale. Gli investimenti all’estero erano prassi consolidata: la Gran Bretagna, pur essendo il Paese con il maggior volume di capitali all’estero, ne destinava solo una piccola parte all’Europa (il 6% ca.). Al contrario, la Francia investiva quasi esclusivamente in Paesi europei, in particolare in Russia, verso cui convogliò un quarto dei suoi investimenti. Il controllo tedesco su due grandi banche italiane – la Banca Commerciale e il Credito Italiano – fu uno dei presupposti dell’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza. E un quarto degli investimenti tedeschi era concentrato nell’Impero austro-ungarico. In generale, le alleanze politiche ricalcavano la geografia degli investimenti.
Le rivalità economiche si traducevano spesso in guerre commerciali, con politiche protezionistiche e campagne stampa contro l’invasione di prodotti stranieri. In Francia e Gran Bretagna proliferavano i pamphlet contro i prodotti tedeschi. Eppure, come ha sottolineato James Joll, sarebbe un errore ridurre le cause della guerra a una deterministica lettura economica. L’umore del 1914 fu il risultato della convergenza di processi diversi che si cristallizzarono nel momento decisivo.

Lo scoppio della guerra
Nell’estate del 1914, l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero austro-ungarico, scelse di visitare Sarajevo. Una decisione audace, forse imprudente: la città, cuore pulsante della Bosnia, era attraversata da tensioni esplosive e da un fervente nazionalismo slavo. Eppure l’arciduca sentiva il dovere di mostrarsi in quei territori turbolenti. Il 28 giugno, a bordo di una vettura scoperta, insieme alla moglie Sofia Chotek, venne assassinato da Gavrilo Princip, un giovane militante serbo legato al gruppo segreto della Mano Nera.
La notizia corse veloce, e la risposta di Vienna fu immediata. L’Impero austro-ungarico puntò il dito contro la Serbia (molto probabilmente estranea all’attentato), accusandola di complicità. L’imperatore Francesco Giuseppe cercò subito l’appoggio della Germania. Il kaiser Guglielmo II non esitò: il 6 luglio concesse quello che sarebbe passato alla storia come l’“assegno in bianco”, garantendo pieno sostegno all’alleato, anche a costo di scatenare un conflitto più ampio.
La Russia, protettrice storica dei popoli slavi e alleata della Serbia, non poté restare a guardare. Lo zar Nicola II si assicurò il sostegno francese e avvertì Vienna delle possibili conseguenze. Nonostante gli appelli al dialogo, il 23 luglio l’Austria consegnò a Belgrado un ultimatum dai toni rigidi e provocatori. La Serbia, pur mostrando apertura a dei negoziati, venne ignorata: il 28 luglio, l’Austria dichiarò guerra.
In un crescendo drammatico, lo zar ordinò la mobilitazione. Berlino rispose con un ultimatum, poi con le armi: il 1° agosto dichiarò guerra alla Russia, e subito dopo le truppe tedesche invasero il Lussemburgo. Aveva così inizio l’attuazione del Piano Schlieffen, ma il Belgio resistette, e il Regno Unito, vincolato a difenderne la neutralità, dichiarò guerra alla Germania il 4 agosto.
Fu come un domino impazzito. L’Austria-Ungheria attaccò la Russia, la Serbia dichiarò guerra alla Germania, Francia e Gran Bretagna entrarono nel conflitto. L’Italia, sebbene alleata degli Imperi Centrali, rimase inizialmente alla finestra, dichiarandosi neutrale. E quella guerra, pensata come breve, si trasformò nella prima, vera catastrofe del Novecento.







