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Foto: Raúl Cacho Oses

Tangeri, c’è chi è ancora capace di sognare

Ma quasi tutto, a Tangeri, è insolito. Prima di partire ricordatevi di queste tre cose: fatevi vaccinare, ritirate tutti i vostri risparmi e dite addio ai vostri amici – solo il Cielo sa se li rivedrete mai.

Truman Capote, 1956

Cent’anni fa, Tangeri era considerata una delle città più straordinarie al mondo. La città bianca, incastonata all’estrema punta nord-occidentale dell’Africa, veniva celebrata, raccontata, maledetta. Vi sono passati tutti: noti e ignoti, artisti e derelitti, e molti di loro sono rimasti, attratti da un fascino che sfuggiva a ogni logica. Scrittori, musicisti, pittori, stilisti, imprenditori eccentrici, spie, braccianti, sfruttatori, transessuali, avventurieri, hippy, commercianti d’oro, girovaghi, pederasti, filosofi e disgraziati: Tangeri li ha accolti tutti, senza chiedere nulla in cambio se non l’abbandono completo al suo spirito irregolare. Si viveva e si lasciava vivere. Tangeri era il Mediterraneo tradotto in nostalgia.

Poi, cinquant’anni fa, tutto crollò. La fortuna si spense, lasciando il posto alla sporcizia e al degrado. Mentre il mondo guardava verso New York, Parigi o Londra, e il Marocco si stringeva attorno a Casablanca e Rabat, su Tangeri calava un’ombra lenta e inesorabile.

Ma vent’anni fa, quella stessa città coperta di oblio si è riaccesa di luci artificiali. I dollari sono tornati a scorrere. Si sono costruiti boulevard e una nuova promenade. Le imprese europee, americane, giapponesi e cinesi hanno fatto ritorno. Sono arrivati nuovi investimenti; la città è ripartita. Ed è stato costruito il porto più grande d’Africa: Tangeri Med.

Oggi, da quelle rive partono ogni giorno automobili, pale eoliche e componenti aeronautiche. Tangeri si è svegliata, rigenerata, e presto sarà il cuore pulsante del continente. Su 4000 ettari, alla frontiera settentrionale, sta per nascere una tech city: piattaforma per l’automotive, l’aerospazio, il commercio elettronico e la logistica mondiale. Le start-up al Technopark raddoppieranno. Tangeri Med I e II diventeranno l’hub logistico più vasto del Mediterraneo. In pochi anni, il Marocco è passato da Paese agricolo a nodo industriale strategico.

Nello spirito della nuova cosmesi urbanistica, su un terreno a lungo abbandonato e oggi completamente reinventato, è sorto il rinnovato Royal Yacht Club di Tangeri: il primo circolo nautico del continente africano, fondato nel lontano 1925, ora trasformato in simbolo di modernità. Affacciato sul mare con un pontile slanciato, un parcheggio sotterraneo, ristoranti di alta cucina e intrattenimento curato da DJ per i locali e i turisti di fascia alta, questo progetto rappresenta una visione decisamente poco orientale della città. E infatti, molti abitanti lo hanno criticato, definendolo un intervento freddo, senz’anima, sterile.

Per far spazio a questo emblema del lifestyle globale, è stato smantellato il vecchio porto dei pescatori, che sorgeva proprio lì accanto. Con esso è svanita una parte importante dell’identità tangera: le barche di legno con i nomi incisi dei marinai locali, i baracchini che servivano vassoi, a quanto si narra, leggendari di calamari e gamberetti; luoghi più di socialità che di commercio sono ormai ricordi dispersi tra fotografie ingiallite e racconti malinconici.

C’è chi, osservando questo scenario, parla di distruzione culturale; altri, invece, vedono una strategia lungimirante. Sia come sia la trasformazione accuratamente orchestrata di Tangeri è figlia della visione di un uomo: Mohammed VI. Nato nel 1963 e soprannominato M6, eponimo dell’Avenue sul lungomare, è una figura paterna, un eroe popolare, un modernizzatore. Si racconta che, all’inizio del suo regno, in una Tangeri ancora trasandata e dimenticata, durante una corsa in auto lungo la vecchia promenade, si sia voltato e abbia detto: “Con tutte queste case, non riesco più a vedere il mare”.

Era l’alba del nuovo millennio, tra il 2000 e il 2002, a seconda di chi lo racconta. Ma ciò che accadde dopo è certo: i vecchi grattacieli in prima fila — hotel decadenti, chioschi, discoteche, bar e ristoranti — vennero completamente rasi al suolo. Alcuni locali, davanti alla furia ordinatrice della modernizzazione, hanno scelto la clandestinità. Di quell’epoca densa di luci e ombre, restano oggi solo il Bling bling Luxury Club e il Golden Beach. Il nuovo lungomare, con le sue linee pulite e la geometria perfetta, somiglia più al rendering di uno studio di architetti che a un luogo realmente vissuto. Al posto delle palme ondeggianti, ora lampioni sottili e ordinati segnano il ritmo dello spazio, illuminando alloggi di pregio spesso vuoti, finestre chiuse su stanze mai abitate.

I negozi, deserti, sembrano scenografie inutilizzate. I chioschi di alimentari faticano a sopravvivere, a malapena visitati dai passanti. E con le palme sono sparite anche migliaia di prostitute, e con loro un’intera economia notturna fatta di leggerezza, eccesso, allegria voluttuosa; così almeno la pensano i vecchi abitanti di Tangeri.

Mohammed VI, salito al trono nel 1999, ha cambiato la traiettoria del Paese. Ha sostituito le dighe di suo padre Hassan II con offshoring, outsourcing e rotte marittime globali. Il baricentro del Paese è passato da Casablanca a questa città semidimenticata che per posizione e visione, è destinata a diventare un centro vitale del Mediterraneo.

Eppure Tangeri non è una città che si vanta. Non impressiona con monumenti né abbaglia con rovine. Non offre sontuosità architettoniche né musei da copertina. Tangeri si presenta in silenzio, con l’umiltà dei grandi. In 14 chilometri d’acqua si passa dall’Africa all’Europa, da Tarifa a Capo Spartel. Da qui l’Oriente si stende verso l’Occidente, e da Ovest apre le porte al mito del Mare Nostrum.

Non chiede nulla. Non impone nulla. Ma chi arriva sente un richiamo strano, avvolgente, che rifiuta ogni definizione. Nei cafè e nei suq, nei quartieri poveri e tra le terrazze ventose, Tangeri accoglie con disarmante normalità, con un disinteresse quasi inconsapevole. È una città che ti cattura senza accorgersene. Perché Tangeri è Tangeri.

Ai tavolini del Gran Café de Paris, davanti al consolato francese, che dal 1927 attira artisti e uomini d’affari, il tè alla menta accompagna una processione eterna: SUV oscurati, carretti di ambulanti, berberi in djellabah, signore velate con Ray-Ban, senzatetto che bevono di nascosto l’ultimo sorso d’acqua da bicchieri lasciati a metà. Tutto scorre, nessuno giudica.

Poco più in là, la Rue de la Liberté scende verso l’Avenue Mohammed VI. Bastano dieci minuti a piedi per passare dalla Tangeri tradizionale alla Tangeri globalizzata, fulcro del rilancio economico e sociale del Marocco. Un progetto ambizioso che, dopo il tramonto della Libia, punta a collocare il Paese come leader economico dell’Africa. Il motore di questa trasformazione? Un’alleanza strategica con le grandi potenze del Golfo e dell’Asia: i capitali della casa reale saudita e della Cina hanno alimentato una visione ampia, quasi utopica.

Così lo Stato ha iniziato a ridisegnare la città: sono sorti parchi gioco, strade, ponti, e soprattutto una nuova stazione per il primo treno ad alta velocità del continente — il TGV, che collega Tangeri a Rabat in poco più di due ore. Negli ultimi dieci anni, i cambiamenti si sono moltiplicati come per magia: centri commerciali climatizzati hanno fatto la loro comparsa in ogni quartiere, mentre appena fuori città si innalzano uno dopo l’altro complessi residenziali alti da sei a dieci piani, accatastati come scatole nuove di zecca nel paesaggio urbano.

Quella che un tempo era una cittadina adagiata su sette colli è diventata una metropoli da quasi un milione di abitanti. E pensare che appena vent’anni fa — così si racconta tra le vie della vecchia medina — non c’era neppure un marciapiede. Oggi invece ce ne sono ovunque, ampi e puliti, e sul lungomare, quasi disabitato, ogni trenta metri c’è una panchina sistemata con un’accuratezza tutta svizzera. Ecco la nuova Tangeri: ordinata, moderna, pronta a essere ammirata — anche se ancora poco vissuta.

Eppure, se l’aria è limpida, da Tangeri si vedono le finestre di Tarifa. L’Europa è lì, a portata di mano. Ma ora non arrivano più solo francesi e britannici: arrivano cinesi, sauditi, africani. Tangeri, crocevia di due mari, continua a riflettere la grammatica del mondo.

Qui, la luce è così unica, così vibrante e sottile, che perfino Henri Matisse ne fu trafitto. Quando, nel 1912, il pittore francese trascorse un lungo inverno al Grand Hotel Villa de France, ai margini della medina, fu colto da una crisi esistenziale profonda. Cercava se stesso, e si trovò in quella luce: un chiarore pastello, sospeso tra mare e cielo, che lo accompagnò in una rinascita silenziosa. In quella luminosità delicata, Matisse scoprì un nuovo blu — un blu che avrebbe segnato per sempre la sua arte e la sua vita.

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Foto: Kyriacos Georgiou

La sua folgorazione avvenne in una città che allora contava sessantamila abitanti: ventimila musulmani, ventimila cristiani, ventimila ebrei. Non risulta ci fossero controversie né conflitti. A Tangeri, si era soliti iniziare una frase in arabo, proseguirla in spagnolo e concluderla in francese.

Raquel Muyal, intellettuale raffinata e testimone di quella stagione luminosa, raccontò un episodio che l’aveva segnata. Da giovane, mentre camminava per strada, uno sconosciuto, un giovane musulmano, le si avvicinò e, senza una parola, le baciò la fronte. Lei, ragazza ebrea. Lui, un musulmano. E poi, come se niente fosse, quell’uomo proseguì per il suo cammino.

Del rispetto, della libertà di cercarsi, e di quella — più rara — di conquistarsi davvero, hanno parlato e continuano a parlare in molti tra coloro che sono giunti a Tangeri e non se ne sono più andati. Nel tempo, il paradosso della liberté tangera è diventato un mito: a Tangeri si arriva per passare e si finisce per restare; si cerca una sosta e si trova un’àncora. Tangeri è un transito che trattiene. Qui si vendono automobili, certo, ma si cancellano coincidenze e, a volte, si scartano del tutto i progetti di vita.

Lo sapeva bene Paul Bowles, scrittore e compositore americano. Non aveva pianificato di vivere a Tangeri: è successo. Era il 1947, e né l’America né la Parigi del dopoguerra gli sembravano più interessanti. A Tangeri scrisse opere di fama mondiale come Il tè nel deserto, e morì lì, nel 1999, dopo oltre mezzo secolo di vita nella città.

Nel 1950, Brion Gysin, pittore anglo-canadese, venne a trovarlo per una settimana. Restò ventitré anni. Una ventina d’anni fa, lo scrittore parigino Simon-Pierre Hamelin arrivò per una breve visita a un amico. Oggi dirige la leggendaria Librairie des Colonnes. Nel 1994, il belga Vincent Coppée partì da Bruxelles in Land Rover, diretto a Città del Capo. Fece tappa a Tangeri per una settimana, incontrò il direttore della scuola americana e da allora — sono passati venticinque anni — gestisce lEl Morocco Club, nella kasbah, un tempo rifugio di tossicodipendenti, e oggi sede di ostelli, negozi di tappeti e case diroccate.

Tangeri è uno dei pochi posti al mondo in cui, a patto che non ti dedichi a furti, assassinii o forme più o meno crude di violenza antisociale, puoi ancora fare letteralmente quello che vuoi

William Burroughs

La storia moderna di Tangeri cambiò radicalmente nel 1923, quando la città venne ufficialmente dichiarata interzona, un’enclave giuridica e morale di libertà all’interno del Regno del Marocco. Un mondo a parte, con regole proprie, dove l’autorità era condivisa e continuamente negoziata.

L’Interzona era governata da un comitato di controllo, un’assemblea legislativa e un’amministrazione che cambiava volto a seconda delle stagioni geopolitiche: talvolta francese, talvolta spagnola, a volte olandese, portoghese o belga. I tribunali si dividevano in francesi, ebraici e arabi. Ma ciò che rendeva l’Interzona davvero unica era l’assenza quasi totale di vincoli: nessuna imposta sul reddito, nessun dazio doganale, nessuna limitazione alla libera circolazione delle valute.

paul bowles
Paul Bowles nel 1949

Al Petit Socco, nel cuore della Medina, pulsava il cuore finanziario della città: più di 400 banche, 4mila società commerciali registrate. I quartieri brulicavano di strilloni, le strade ospitavano incontri di boxe, le scommesse sui cavalli erano all’ordine del giorno; i commercianti d’oro trattavano affari all’aperto, e per i pederasti europei e americani vi erano bordelli noti.

Indifferente alla propria metamorfosi, Tangeri brillava come una promessa. Nell’Interzona si muovevano diplomatici di ogni nazione, emittenti radio clandestine, agenti segreti, spie, negoziatori: nazisti e comunisti sedevano spesso a pochi tavoli di distanza. Si narra che, durante la guerra civile spagnola, i seguaci franchisti frequentassero il Café Central, mentre i repubblicani socialisti si ritrovavano al Café Fuentes. Le due fazioni si fronteggiavano lanciandosi bottiglie, come in una farsa tragica senza regole.

Più tardi, lo scrittore Tennessee Williams, amareggiato dal fatto che i giovani marocchini non ricambiassero il suo affetto, si rifugiò negli angoli del Petit Socco a scrivere La gatta sul tetto che scotta e Improvvisamente l’estate scorsa. William Burroughs, dal canto suo, imprecava contro gli arabi mentre, nella stanza numero 3 dell’Hotel El Muniria, portava a compimento Pasto nudo.

Tangeri, allora, era il luogo dove tutto era possibile perché nessuno si preoccupava di nulla. Si ritrovavano le menti più lucide di una generazione irregolare, affamata di libertà. Scrittori, artisti, filosofi e visionari trovavano in quella città uno spazio che né l’America né l’Europa erano disposte a concedere. Tangeri era una corte dei miracoli, un crocevia per chi viveva oltre i margini del consentito. Più selvaggia della Parigi bohémien, più democratica della Goa degli anni Settanta. Perché più necessaria.

Al Café Hafa, i contrabbandieri facevano rotolare i pacchetti di hashish giù per le colline della medina, fino alle barche in attesa. E mentre l’Europa si sgretolava tra guerre, rivolte e confini lacerati, a Tangeri arrivavano i profughi, i respinti, i sognatori falliti. Portavano con sé traumi, storie e speranze. Fu persino scelta come modello per un film che avrebbe fatto il giro del mondo: Casablanca – il nome suonava più poetico per i produttori.

In confronto a Tangeri, Sodoma è un picnic della parrocchia e Gomorra una riunione delle ‘Piccole Coccinelle’.

Robert Ruark

Nel 1956, la fine di un’epoca: Tangeri venne reintegrata nel Marocco, divenuto indipendente dalla Francia solo pochi anni prima. Le banche chiusero, l’Interzona si dissolse. L’enclave del laissez-faire si scolorì lentamente, fino al declino.

Per decenni, sotto il lungo regno di Hassan II, il Marocco fu una monarchia autoritaria, con camere di tortura e un’economia ancora basata sull’agricoltura tradizionale. Ancora oggi si vedono i segni di quel tempo spezzato: quartieri in rovina, vicoli fatiscenti, finestre cieche. Eppure, nonostante tutto, continuano ad arrivare qui persone da ogni angolo del Marocco e del continente africano. Perché Tangeri, anche ora, è considerata la città più libera del Paese più liberale del mondo arabo.

A Capo Spartel, all’estremo ovest, l’oceano Atlantico si veste d’argento; a Capo Malabata, verso est, il Mediterraneo assume un blu profondo, quasi minerale. Tra i due si apre una baia a forma di falce, una curva di sabbia disegnata dalle onde leggere della risacca. Qui, racconta la leggenda, Ercole avrebbe separato l’Europa dall’Africa, per motivi a noi ancora ignoti. Si dice che vivesse in una grotta profonda a Capo Spartel, dove i beatnik negli anni Sessanta avrebbero organizzato feste in costume. E dove, secondo un’altra leggenda urbana, il terrorizzato Truman Capote fu trasportato, su un lettino improvvisato fatto di assicelle traballanti, da Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Paul Bowles, giù per un sentiero scosceso, solo per evitare gli scorpioni.

grotte di ercole tangeri
La grotta di Ercole | Foto: Othman Alghanmi

Naturalmente, non esiste al mondo un luogo dove la libertà sia davvero sconfinata. Ma qui, a Tangeri, tutto sembra possibile. Perché, da sempre, lo è. Nel 1777, il sultano Mulay al-Yazīd ibn Muḥammad fu il primo sovrano a riconoscere ufficialmente gli Stati Uniti appena nati. E pochi anni dopo, George Washington aprì nella medina la prima rappresentanza diplomatica americana al mondo.

Il destino di questa città è sempre stato quello di esistere come zona libera. Un secolo fa, in questo spazio avvolto dal mito, si sviluppò un libertinaggio raffinato che attirava ogni spirito indipendente. Oggi, quella stessa idea di libertà si declina nei codici dell’economia globale: il libero scambio.

Attualmente, Tangeri ospita tre zone economiche speciali, distinte ma interconnesse. La più grande si estende a ovest della città, affacciata sull’Atlantico, suddivisa in sette settori dove lavorano, ininterrottamente su tre turni, circa 60.000 persone al giorno. Formalmente, queste zone non sono più territorio marocchino, ma interregni internazionali, regolati da normative autonome. Per accedervi, è necessario preannunciarsi, avere il passaporto e superare controlli di sicurezza. I perimetri sono sorvegliati, recintati con filo spinato.

Queste aree non sono solo spazi industriali, ma vere e proprie macchine produttive win-win, in cui lo Stato marocchino e le multinazionali si scambiano vantaggi mirati: investimenti contro agevolazioni, insediamenti contro occupazione. I benefici per le aziende sono molteplici.

Il mondo torna dove tutto è cominciato. E Tangeri, ancora una volta, è pronta a reinventarsi. Come sempre. Come mai.

Perché Tangeri non cambia mai davvero. Si trasforma. E rimane se stessa.

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