prima guerra mondiale economia
Un uomo con pile di banconote tedesche. Il valore del Papiermark (marco di carta), che nel gennaio 1914 veniva cambiato a 4,2 per ogni dollaro statunitense, raggiunse, nell'agosto 1923, il valore di 1.000.000 di marchi per dollaro | Foto: National Public Radio

Le ripercussioni economiche della Grande Guerra: debiti, inflazione e instabilità in Europa

Quando gli Stati Uniti dichiararono guerra alle potenze centrali nell’aprile del 1917, l’esercito americano contava appena 200.000 uomini, numeri del tutto inadeguati per il teatro europeo. La risposta a questa debolezza fu l’introduzione immediata della leva obbligatoria, che, in combinazione con i volontari, portò a circa cinque milioni il numero di americani che prestarono servizio durante la guerra. E già entro il luglio del 1918, gli Stati Uniti riuscivano a inviare fino a 10.000 soldati al giorno in Francia, i ben noti doughboys.

Questa espansione militare fu accompagnata da una crescita altrettanto significativa della forza lavoro nel settore produttivo, la quale aumentò del 10%, passando da quaranta a quarantaquattro milioni di lavoratori, mentre la disoccupazione si ridusse drasticamente: dal 7,9% all’1,4%.

La Germania, consapevole della crescente presenza degli Stati Uniti, decise di lanciare un’ultima, disperata offensiva nel marzo del 1918, resa possibile dalla resa della Russia dopo la rivoluzione bolscevica, tentando di rompere così lo stallo che caratterizzava la guerra di trincea sin dal 1914. L’Impero germanico sperava di ottenere una vittoria decisiva prima che gli Stati Uniti riuscissero a mobilitarsi completamente, ma le speranze tedesche si infransero contro la resistenza degli Alleati.

A partire da quell’evento, la guerra prese una svolta decisiva. L’impatto economico della guerra aveva già logorato la Germania: il blocco navale imposto dalla Gran Bretagna aveva causato gravi carenze alimentari e crisi economiche, mentre la produzione bellica iniziava a non poter più far fronte alle esigenze del conflitto. L’esercito tedesco si trovava a corto di risorse, e il morale tra le truppe e la popolazione civile era in netto declino. A novembre, di fronte all’offensiva dei “cento giorni” condotta dagli Alleati, la Germania chiese un armistizio, firmato l’11 novembre 1918, che segnò la fine della guerra.

Il conflitto lasciò in eredità non solo distruzione e morti, ma anche un fardello finanziario pesante per le nazioni europee, e in particolare per la Germania. La Repubblica di Weimar, nata dalle ceneri dell’Impero tedesco, si trovò a far fronte alle dure condizioni imposte dal Trattato di Versailles, che stabilì il pagamento di enormi riparazioni di guerra. Queste, pur non essendo una novità (già il Trattato di Francoforte del 1871 aveva imposto pesanti indennità alla Francia), si rivelarono insostenibili. Il Trattato di Versailles affidò a una commissione il compito di quantificare i danni di guerra che la Germania doveva pagare, stabilendo un ammontare di 132 miliardi di marchi oro.

L’iperinflazione che colpì il popolo tedesco fu una delle conseguenze più devastanti del primo conflitto mondiale. Con la moneta svalutata e l’economia in rovina, il Paese non fu in grado di sostenere i pagamenti delle riparazioni, nonostante i tentativi di riforma economica introdotti prima con il Piano Dawes nel 1924 e poi con il Piano Young nel 1929. Questi programmi cercarono di ridurre l’onere delle riparazioni e stabilizzare l’economia tedesca, ma il danno ormai era fatto. Le tensioni sociali ed economiche aumentarono, e il malcontento popolare preparò il terreno per l’ascesa di movimenti politici estremisti, come il Partito Nazista di Adolf Hitler.

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Un uomo ordina pile di banconote tedesche al termine della guerra. Il valore del Papiermark (marco di carta), che nel gennaio 1914 veniva cambiato a 4,2 per ogni dollaro statunitense, raggiunse, nell’agosto 1923, il valore di 1.000.000 di marchi per dollaro | Foto: National Public Radio

Secondo le stime di Derek H. Aldcroft, fellow di Storia economica all’Università di Leicester, nel periodo 1914-1921 le carestie, le disabilità lavorative e il calo delle nascite fecero perdere all’Europa circa 60 milioni di abitanti. Questo portò a un drastico calo dei consumi e una riduzione sia della domanda che dell’offerta di beni, con conseguente contrazione del mercato interno e delle esportazioni. Il finanziamento della Grande Guerra, principalmente tramite prestiti richiesti al sistema bancario e coperti con l’emissione di nuova moneta, provocò un massiccio aumento del debito pubblico e dei tassi di inflazione. Stabilizzare la moneta fu un compito arduo, che si risolse solo nel lungo periodo.

In questo contesto la situazione dell’Italia fu altrettanto critica. Prima della Grande Guerra, il sistema finanziario italiano aveva subito due grandi crisi che indebolirono il sistema bancario nazionale, causando un forte calo dei capitali e dei prestiti. Per mitigare gli effetti, la Banca d’Italia attuò una manovra sui tassi che, però, non riuscì a risollevare l’afflusso di capitali esteri. Di fatto, durante il conflitto l’Italia operò in regime di autarchia finanziaria, ricorrendo in gran parte al debito pubblico, tant’è che allo scoppio della guerra il panico tra la popolazione provocò una corsa agli sportelli, costringendo la Banca d’Italia a limitare i prelievi e a sospendere il gold standard.

Il dibattito politico, poi, tra neutrali e interventisti acuì le tensioni. I primi temevano che un coinvolgimento militare avrebbe reso l’Italia ancor più dipendente dai capitali esteri, mentre i secondi sostenevano che la guerra avrebbe evitato il declassamento dell’Italia a potenza di secondo piano. La decisione finale di entrare in guerra venne presa dal re Vittorio Emanuele III e dal governo, spinti da rivalità storiche con l’Austria e dal “mercato dei territori”. L’alleanza con l’Intesa fu siglata a Londra nel 1915, e nonostante l’assenza di garanzie sulle risorse belliche, l’Italia ottenne un prestito di 60 milioni di sterline, garantito da una parte in oro e una parte in titoli del tesoro italiano.

L’Italia finanziò il 72% del suo fabbisogno bellico tramite l’indebitamento e il restante 28% attraverso tasse e nuova emissione di moneta. La propaganda patriottica e gli alti tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico attrassero risorse interne, ma la fine della guerra portò a un generalizzato stato di decadenza economica. La riconversione industriale fu lenta e difficoltosa, con conseguenti licenziamenti e inflazione galoppante. Il mancato sostegno degli Stati Uniti, disinteressati a sostenere la ripresa economica europea, aggravò ulteriormente la situazione.

In Italia la guerra comportò un costo pari a un terzo del PIL dell’intero periodo bellico, e nel 1918 il Paese registrò il più alto tasso di inflazione, con il potere d’acquisto dei risparmiatori ridotto drasticamente. Le riparazioni imposte alla Germania furono un ulteriore fattore destabilizzante per l’economia europea. Keynes, già nel 1920, aveva criticato pesantemente la scelta di imporre pesanti indennità alla Germania, prevedendo che tale decisione avrebbe depresso l’intera economia continentale e reso instabile il sistema monetario internazionale. La creazione di nuovi Stati in Europa orientale, a seguito della divisione degli imperi austriaco, tedesco e russo, aggiunse ulteriori barriere doganali, aggravando le difficoltà economiche già esistenti. Questa difficile gestione del dopoguerra pose le basi per il crollo del sistema liberale italiano e la successiva instaurazione del regime fascista.

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