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Perché Hitler odiava gli ebrei?

Perché il regime nazista cercò di cancellare il popolo ebraico dalla faccia della terra? Da decenni gli storici cercano di rispondere a questa domanda e le conclusioni sono molteplici e a volte discordanti.

L’odio di Hitler verso gli ebrei ha radici personali: studi psicologici sulla sua figura hanno collegato le sue ossessioni antisemite al trauma della morte della madre, avvenuta mentre era in cura da un medico ebreo. Tuttavia, questo non basta a spiegare l’ampiezza e la forza dell’antisemitismo che, sotto il nazismo, si propagò ben oltre i confini della Germania, trovando consenso nel popolo tedesco e in quelli alleati, alimentando complicità e collaborazioni in diversi Paesi europei, Italia inclusa.

Nel testamento che lasciò ai posteri Hitler fu molto chiaro:

Soprattutto impongo ai dirigenti della nazione di mantenere rigorosamente le leggi razziali e di opporre una resistenza inesorabile all’avvelenatore di tutti i popoli, il giudaismo internazionale.

Le opinioni antisemite di Hitler non erano semplicemente una comoda copertura politica, ma riflettevano autenticamente il suo pensiero, condiviso anche da molti altri membri del Partito Nazista a ogni livello. August Kubizek, amico di Hitler durante i suoi vent’anni a Vienna, scrisse: “Il suo odio accumulato per tutte le forze che minacciavano i tedeschi era concentrato principalmente sugli ebrei, che giocavano un ruolo di primo piano a Vienna”. Hitler sembrava particolarmente irritato dal numero elevato di ebrei presenti in città, che a suo dire privavano Vienna del suo carattere “germanico”.

Di certo l’esperienza viennese fu decisiva nella formazione ideologica del giovane Hitler anche per la presenza di Karl Lueger, primo cittadino della capitale austriaca dalla fine dell’Ottocento fino al 1910 ed esponente di un antisemitismo volgare, rozzo, popolare, che ebbe una grande diffusione e preparò il terreno all’ideologia nazionalsocialista. I suoi sostenitori lo chiamavano il “re di Vienna”, ed Hitler nel Mein Kampf lo definì “il più formidabile sindaco tedesco di tutti i tempi“.

Pur avendo conoscenti ebrei e frequentando salotti musicali ebraici, il giovane Adolf chiarì presto le sue posizioni. In una lettera del 1919 scrisse:

I fatti sono questi: in primo luogo, l’ebraismo è assolutamente una razza e non un’associazione religiosa… La loro danza attorno al vitello d’oro sta diventando una lotta spietata per tutti quei beni che più apprezziamo sulla terra… Nei suoi [dell’ebreo] effetti e conseguenze egli è come una tubercolosi razziale delle nazioni.

Su queste basi la propaganda nazista presentò al popolo tedesco l’idea che gli ebrei fossero il nemico numero uno. Hitler sposò la cosiddetta leggenda della pugnalata alle spalle, secondo la quale gli ebrei e i socialisti furono la causa della sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale; sosteneva che avevano chiesto insistentemente la fine anticipata del conflitto, minando la volontà di combattere della popolazione tedesca; inoltre, era convinto che gli ebrei avessero esercitato una presa soffocante sull’economia, compromettendo così lo sforzo bellico.

Per lui, gli ebrei erano parte di una cospirazione internazionale per controllare l’economia e la ricchezza della Germania del dopoguerra, ostacolando così la prosperità della gente comune. E i nazisti unendo questa narrativa del nemico comune a una teoria razziale pseudoscientifica e incoerente, costruirono una giustificazione apparentemente logica e accademica per il trattamento riservato al popolo ebraico.

Il “Mito del XX secolo” e la costruzione ideologica

L’odio antisemita di Hitler trovò nuova linfa nell’incontro con Alfred Rosenberg. Architetto di formazione, si avvicinò alle teorie razziste leggendo autori come Arthur de Gobineau e Houston Stewart Chamberlain, promotori del mito della superiorità della razza nordica. Nel 1920 pubblicò un saggio in cui sosteneva che gli ebrei fossero la causa sia del capitalismo che del bolscevismo, accusandoli di voler distruggere ovunque la cultura e la moralità.

Rosenberg si basava su ricerche false e dati errati, come quelli sugli aiuti americani destinati solo agli ebrei. Credeva, e convinse anche i suoi compagni di partito, che esistesse una cospirazione ebraica globale. Non a caso il programma del partito nazista del 1920 prevedeva esplicitamente, al punto 4, l’esclusione degli ebrei dalla cittadinanza tedesca:

Nessuno, se non i membri della nazione, può essere cittadino dello Stato. Nessuno, se non coloro che sono di sangue tedesco, qualunque sia il loro credo, può essere membro della nazione. Nessun ebreo, pertanto, può essere membro della nazione.

Dopo il fallito Putsch della Birreria del novembre 1923, Hitler fu incarcerato. Durante la detenzione scrisse il Mein Kampf (“La mia lotta”), integrando, anche grazie alle visite quotidiane di Rosenberg, le sue idee antisemite in una teoria ancora più potente, secondo la quale gli ebrei tedeschi erano i principali nemici dello Stato e la causa del mancato riscatto della Germania. Sosteneva che il Paese avrebbe potuto raggiungere il suo potenziale solo se governato da tedeschi “ariani” di sangue puro, un termine vago che i nazisti usavano per indicare genericamente i non ebrei, ma che si riferiva soprattutto ai popoli nordici.

Equiparando ebrei, comunisti rivoluzionari e capitalisti avidi, poté rappresentare l’URSS, il Regno Unito, la Francia e gli Stati Uniti come minacce all’esistenza della Germania. Sosteneva che il Paese dovesse difendersi dai nemici interni e desiderava trasformare la Germania in uno Stato militarista, riducendo così la disoccupazione e fornendo i mezzi per invadere altri Paesi e sfruttarne le risorse. La guerra diventava, quindi, nella sua visione, essenziale per la sopravvivenza nazionale. L’espansione territoriale verso est, per garantire il Lebensraum (lo “spazio vitale”), era necessaria affinché la razza ariana potesse prosperare, anche se ciò significava inevitabili scontri con slavi ed ebrei.

Nel 1930, Rosenberg pubblicò Il mito del XX secolo, in cui esponeva un’ideologia che univa pseudoscienza, mitologia e revisionismo storico. Vi si sosteneva un sistema dittatoriale, retto da un’aristocrazia razziale ariana, la Herrenrasse (“razza superiore”), contrapposta alle razze “inferiori”.

Ciò contribuì ad accrescere il consenso verso il Partito Nazista durante le elezioni parlamentari degli anni Venti, anche se non fu l’unico fattore di attrazione, dato che il sentimento antisemita era trasversale a più partiti politici. Come osserva lo studioso dell’Olocausto, Cesarani: “Il Partito Nazista non arrivò al potere a causa dell’antisemitismo” . Promesse di lavoro e riscatto nazionale dopo la il Trattato di Versailles furono elementi altrettanto decisivi.

L’applicazione pratica dell’ideologia razziale

Con la nomina a cancelliere nel 1933 e l’instaurazione della dittatura, Hitler trasformò l’antisemitismo in politica di Stato. La teoria razziale giustificava la confisca dei beni ebraici, la conquista militare e il controllo sociale. Come osservano alcuni storici, la razza era insieme ideologia e strumento di potere: “La politica nazista era perpetuamente ispirata dalla fantasia del ‘nemico ebraico’” . E chi si opponeva rischiava percosse, carcere o peggio. Lo Stato totalitario usava la razza per penetrare nella vita privata dei cittadini, reprimere il dissenso e legittimare l’intromissione in ogni ambito dell’esistenza, dalla scuola alla famiglia, dalle professioni alle relazioni personali.

Le prime misure concrete, oltre alla confisca dei loro bene, furono l’emarginazione sociale e l’espulsione progressiva dalla vita pubblica. Nel 1935, con le Leggi di Norimberga, il regime nazista stabilì criteri razziali per definire chi fosse considerato ebreo: bastava avere tre nonni ebrei. Questo portò migliaia di persone, che non si identificavano come ebree, a essere discriminate, isolate e perseguitate. Le leggi vietavano anche i matrimoni e i rapporti sessuali tra ebrei e ariani, per preservare la presunta “purezza del sangue tedesco“. L’ebreo veniva rappresentato così come un corpo estraneo e pericoloso per la società tedesca.

Con l’Anschluss nel 1938, l’occupazione della Cecoslovacchia e l’invasione della Polonia nel 1939, il numero di ebrei sotto controllo nazista aumentò drasticamente. Fino alla conquista della Polonia la politica nazista aveva puntato sull’emigrazione coatta degli ebrei presenti in Germania, Austria e nei Sudeti, cercando, peraltro, di non concentrarli in un unico luogo per evitare che si formasse una nazione ebraica inevitabilmente antitedesca. Gli ebrei che vivevano in Polonia, al contrario, erano più di tre milioni, la grande maggioranza viveva nelle campagne ed era povera. L’idea di obbligarli a trasferirli oltre i confini del Reich divenne pertanto impraticabile.

Nel 1939 fu quindi disposto il trasferimento coatto degli ebrei nei ghetti, ma l’operazione divenne ben presto caotica e incontrollata. Il governatore nazista della Polonia, Hans Frank, intendeva sfruttare la manodopera ebraica per incrementare la produzione industriale e si scontrò a più riprese con il capo delle SS, Himmler, che al contrario prevedeva la deportazione degli ebrei verso est per far posto ai coloni tedeschi ed eliminare ogni contatto con le razze “inferiori”. In breve, la situazione sanitaria ed economica dei ghetti delle città polacche divenne proibitiva: miseria, denutrizione e malattie falcidiarono i reclusi. Fu allora che per un mese tra l’aprile e il maggio del 1943, il ghetto di Varsavia insorse, ingaggiando con i tedeschi una battaglia disperata che si concluse con un’inevitabile sconfitta e la distruzione del grande quartiere ebraico.

Ma già dall’estate del 1941 le Einsatzgruppen presero a fucilare in massa le popolazioni degli insediamenti ebraici che incontravano sul loro cammino. Si passò così, con il decreto Notte e nebbia (espressioni idiomatica che significa “in tutta segretezza“), alla deportazione nei lager dei prigionieri ebrei. E quindi alla “Soluzione Finale“, pianificata il 20 gennaio 1942 in un incontro che riunì nella periferia di Berlino i massimi gradi delle SS, della polizia, di vari ministeri, del partito nazista e del Governorato della Polonia. Gli ebrei sarebbero stati trasferiti dapprima in Polonia, nei ghetti di transito e ai lavori forzati; la selezione naturale per stenti e malattie li avrebbe decimati. I rimanenti, pericolosi perché possibile “seme di una nuova rinascita ebraica“, sarebbero stati “trattati di conseguenza“.

Furono costruiti campi di concentramento e di sterminio nei territori occupati dell’est Europa, lontano da occhi indiscreti ma raggiungibili in treno. Le deportazioni iniziarono su vasta scala e le uccisioni proseguirono fino alla primavera del 1945, cioè fino al suicidio del Führer e alla capitolazione della Germania. Nei processi di Norimberga, figure di spicco del regime – tra cui lo stesso Rosenberg – furono condannate per crimini contro l’umanità.

Le interpretazioni storiche

Esistono due correnti di pensiero che hanno tentato di interpretare una simile ferocia. La prima, definita intenzionalista, attribuisce ad Hitler la totale paternità del disegno di una eliminazione delle minoranze da perseguire con ogni mezzo. A questa interpretazione si è contrapposta quella dei cosiddetti funzionalisti, i quali hanno sottolineato l’esistenza di più centri di potere all’interno della dittatura hitleriana. Questi concordano con gli intenzionalisti sull’esistenza di un disegno centralizzato di eliminazione degli ebrei, ma individuano modi e tappe differenti nel processo di formazione della scelta di arrivare allo sterminio di massa. Lo storio Hilberg, ad esempio, ha evidenziato il nesso tra il genocidio e il nuovo tipo di guerra introdotto dal nazismo con l’invasione dell’Unione Sovietica: una guerra di sterminio, diversa da quelle combattute fino ad allora sul fronte occidentale. Una versione più estrema dell’interpretazione funzionalista interpreta le origini del genocidio come un processo di “radicalizzazione cumulativa” che avvenne non a Berlino, ma per iniziative autonome locali, nel contesto del fallimento dell’offensiva nazista e di un imbarbarimento globale della guerra; la scelta dello sterminio divenne quella più facile in una situazione di crescente scarsità di risorse.

Parimenti l’obbedienza dei soldati a questa violazione dei diritti umani è interpretabile con la logica delle ragioni “comuni” di appartenenza all’esercito e di lealtà nei confronti di compagni e superiori, che poco hanno a che fare con l’antisemitismo e molto invece con quella che Bauman ha chiamato “razionalità burocratica” che abitua a considerare se stessi come semplici ingranaggi passivi di meccanismi collettivi che annullano il senso di responsabilità individuale. Quella che Hannah Arendt sardonicamente chiamò la “Banalità del male“.

Lo sterminio degli ebrei è stato definito “Olocausto“, ma è un termine fuorviante perché rimanda alla pratica di antichi popoli di offrire vittime sacrificali alla divinità e, perciò, implica che esse stesse in qualche modo l’accettassero. La tradizione ebraica, al contrario, lo ricorda con un termine privo di tali riferimenti: Shoah, “distruzione”. Circa sei milioni di persone (incluso un milione di bambini) vennero sterminate. A diversi livelli di consapevolezza e responsabilità, circa un milione di individui (non solo nazisti, non solo tedeschi, ma anche francesi, polacchi e italiani) collaborò al rastrellamento e alla deportazione degli ebrei. A titolo di esempio, dei quasi 9mila ebrei deportati dall’Italia la maggior parte fu individuata e arrestata grazie alla complicità dei fascisti italiani. Mentre per il resto della società civile, non solo in Italia, ma in tutti i Paesi dominati dalla presenza nazista, l’atteggiamento più diffuso fu girare la testa dall’altra parte e rifugiarsi nel privato.

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