Adolf Hitler possedeva l’abilità tanto pericolosa quanto calcolata di trasformare presunte crisi di “ordine pubblico” in strumenti per rafforzare il proprio potere. Alimentando paura e tensioni – spesso create ad arte dai suoi stessi seguaci – riuscì ad erodere le garanzie costituzionali della Repubblica di Weimar e a ridurre all’impotenza i Länder tedeschi, assoggettandoli a un controllo centralizzato senza precedenti.
Nel marzo del 1933, parlando con Hans Lex, deputato del Partito Popolare Bavarese, lo ammise senza esitazioni: «Un tempo ero federalista, ma ora sono convinto che la costituzione di Weimar sia fondamentalmente difettosa».
A suo giudizio, il federalismo non era altro che un freno all’unità nazionale, un sistema che consentiva ai singoli Stati di anteporre le proprie priorità agli interessi del Reich. La sua visione era mettere fine a quella che definiva “l’eterna battaglia” tra centro e periferia, abolire i diritti locali e forgiare una “volontà unificata” per tutta la Germania.
All’inizio di febbraio, però, appena tre giorni dopo la sua nomina a cancelliere, Hitler si era mostrato molto più prudente davanti al Reichsrat, l’assemblea che rappresentava i governi statali. In quell’occasione aveva definito i Länder “i mattoni storici della nazione tedesca” e assicurato di non voler intaccare la loro sovranità. Aggiunse persino che l’intervento del governo centrale sarebbe avvenuto solo “laddove assolutamente necessario”.
Ma quella prudenza era pura facciata. Bastarono poche settimane e l’incendio del Reichstag per offrirgli l’occasione di rovesciare ogni promessa e inaugurare la strada verso l’accentramento autoritario.

La sera del 27 febbraio 1933 il Reichstag, simbolo della fragile democrazia di Weimar, fu avvolto dalle fiamme. Sul posto venne arrestato Marinus van der Lubbe, un giovane muratore olandese accusato di essere l’autore dell’incendio. Per Hitler, insediato appena da un mese come cancelliere, quell’episodio rappresentò un’occasione irripetibile: lo presentò immediatamente come la prova di un complotto bolscevico volto a rovesciare lo Stato tedesco.
La narrazione funzionò perfettamente. Agitando lo spettro della rivoluzione comunista, Hitler riuscì a convincere il presidente Paul von Hindenburg ad emanare un decreto d’urgenza ai sensi dell’articolo 48. Il risultato fu il cosiddetto Decreto del Presidente del Reich per la protezione del popolo e dello Stato, firmato il 28 febbraio.
Nel primo paragrafo il decreto cancellava, di fatto, le libertà civili garantite dalla costituzione: libertà di stampa, di espressione, di associazione e di riunione. Tutto ciò che costituiva il cuore della democrazia parlamentare veniva congelato con un colpo di penna, offrendo al nuovo cancelliere uno strumento legale per mettere a tacere oppositori e partiti scomodi.
Il secondo paragrafo del decreto era, se possibile, ancora più insidioso, dato che stabiliva che, qualora uno Stato federato non fosse stato in grado di mantenere l’ordine pubblico, il governo centrale avrebbe potuto assumere direttamente i poteri dello Stato stesso. In altre parole, un grimaldello legale per esautorare i Länder e sostituire le loro autorità con commissari fedeli al Reich.
La Baviera fu il primo e più forte campanello d’allarme. Qui il presidente del governo, Heinrich Held, era da tempo uno dei più tenaci difensori dei diritti degli Stati federati. Giurista di formazione, vedeva con chiarezza le falle della costituzione di Weimar e temeva che l’articolo 48, con i suoi poteri d’emergenza, potesse trasformarsi in un’arma pericolosa nelle mani sbagliate. Ora, con il decreto firmato da Hindenburg, le sue paure diventavano realtà.
Già nei primi giorni del cancellierato hitleriano, Held aveva scritto a Berlino denunciando il rischio che il rapporto tra Reich e Stati potesse cambiare in modo radicale. Guardava a quanto era accaduto l’anno precedente in Prussia, dove un commissario del Reich era stato imposto con il pretesto di ripristinare l’ordine pubblico.
La sua preoccupazione non era solo teorica. Il 25 ottobre 1932 la Corte Costituzionale aveva emesso una sentenza contraddittoria sul caso prussiano perché se da un lato riconosceva la legittimità dell’intervento del Reich, dall’altro dichiarava che la Prussia conservava formalmente i suoi poteri amministrativi. Una decisione così ambigua lasciava spazio a ogni interpretazione, e Held aveva colto subito la fragilità di quella costruzione giuridica. Non a caso, temeva che la Germania si stesse avvicinando a un bivio: o l’autorità centrale si sarebbe imposta manu militari, o il Paese sarebbe precipitato in una crisi costituzionale con il rischio di una guerra civile.
E con l’incendio del Reichstag e il decreto d’emergenza, lo scenario che più lo angosciava stava prendendo forma. Held e i suoi alleati del Partito Popolare Bavarese ribadirono che lo Stato era perfettamente in grado di mantenere l’ordine da solo e che qualunque tentativo di imporre un governatore del Reich sarebbe stato considerato un affronto diretto alla sovranità bavarese.
Per un attimo sembrò che la Baviera potesse resistere. Le elezioni del 5 marzo 1933 regalarono a Hitler un risultato imponente sul piano nazionale – il 44% dei voti – ma a Monaco Held riuscì a consolidare un fronte solido, con oltre un milione di consensi. A proteggerlo non c’era solo la forza elettorale, ma anche la Bavarian Watch, la milizia statale di trentamila uomini veterani della Grande Guerra, costituiva un deterrente concreto contro eventuali colpi di mano delle SA e delle SS.
Di fronte a questa combinazione di consenso politico e minaccia militare, lo stesso Hitler mostrò incertezza. Perfino l’ombra del principe Rupprecht, erede della dinastia reale bavarese, aleggiava sullo scontro. In caso di crisi estrema, il suo nome poteva diventare il simbolo di un ritorno alla monarchia e catalizzare le forze conservatrici contrarie al nazismo. Era un rischio che il Führer in pectore non poteva ignorare, ma con i suoi luogotenenti elaborò una strategia di caos e panico: le truppe d’assalto avrebbero inscenato disordini pubblici, innescando così una risposta ai sensi del paragrafo 2 dell’Articolo 48, e consentendo al cancelliere di deporre il governo Held e di insediare al suo posto un governatore del Reich.
La tensione esplose l’8 marzo. A Monaco, sotto le finestre del palazzo governativo, i militanti nazisti intonarono cori e canzoni di partito, creando un clima di intimidazione. Poco prima di mezzogiorno tre figure di primo piano del regime (Ernst Röhm, capo delle SA, Heinrich Himmler e Adolf Wagner) si presentarono nell’ufficio di Held, indossando le uniformi brune, gli stivali lucidi e un atteggiamento minaccioso.
Röhm, indicando i suoi uomini che protestavano in piazza, sostenne che la situazione stava degenerando e che la Baviera non era più in grado di garantire l’ordine. Chiese quindi che Held accettasse l’imposizione di un governatore del Reich. Per rendere più esplicita la minaccia, Wagner sbatté una frusta sulla scrivania del governatore.
Held, però, non si lasciò piegare. Con calma rispose che, come capo del governo bavarese, prima di qualsiasi decisione avrebbe dovuto consultare il suo gabinetto. Quando gli fu imposto di dare una risposta immediata, replicò ironicamente: «A mezzogiorno è ora di pranzo. Non prendo decisioni a quell’ora».
Nel pomeriggio, i tre emissari nazisti tornarono accompagnati da Franz von Epp, il candidato scelto da Hitler come governatore per la Baviera. Ma anche allora Held rifiutò di cedere. Dichiarò che lo Stato era perfettamente in grado di mantenere la pace con le proprie forze e che non avrebbe accettato ricatti né pressioni. La sera stessa telegrafò a Hindenburg chiedendo il sostegno della Reichswehr di stanza a Monaco nel caso i nazisti avessero tentato un colpo di mano. Il presidente, però, rifiutò di intervenire.
In pochi giorni, la pressione nazista si fece insostenibile: le SA occuparono le sedi amministrative, i funzionari furono minacciati e lo stesso Held, isolato, divenne il bersaglio diretto degli uomini di Hitler. Picchiato e intimidito, il leader del Partito Popolare Bavarese, Fritz Schäffer, fu ridotto al silenzio; la famiglia di Held ricevette minacce sempre più gravi. E alla fine, il governatore fu costretto all’esilio in Svizzera.
Con lui fuori scena, la Baviera venne inglobata nel nuovo ordine nazista. Franz von Epp assunse ufficialmente la carica di governatore del Reich, e con quella nomina la sovranità bavarese cessò di esistere. Joseph Goebbels, annotando la notizia nel suo diario il 15 marzo, scrisse con tono trionfale: «Non si può più parlare di resistenza da nessuna parte».

Ironia della sorte, proprio Held, quasi dieci anni prima, aveva avuto tra le mani l’occasione di allontanare il pericolo nazista dalla Germania. Nel 1924, dopo il fallito putsch di Monaco, Hitler era stato condannato a cinque anni di carcere a Landsberg. Il direttore della prigione segnalò già allora che la detenzione non aveva attenuato il suo fanatismo. Lo descrisse come “più maturo, più calmo, ma anche più calcolatore nelle sue convinzioni”. Prevedeva che, una volta liberato, sarebbe tornato alla vita politica con rinnovata energia.
Held, da poco nominato presidente del governo bavarese, decise di agire. Preparò la deportazione immediata di Hitler in Austria, il suo Paese d’origine. Una delegazione bavarese partì per Vienna per organizzare il trasferimento, ma le autorità austriache si rifiutarono di riprendere quello che ormai consideravano un ex cittadino. Per via del servizio militare prestato nell’esercito bavarese, Hitler aveva infatti perso la nazionalità austriaca e risultava ufficialmente apolide.
“Poiché l’Austria non intende accoglierlo, la sua espulsione non è più possibile”, scrisse Held in un promemoria riservato. E così quell’uomo senza patria, che Held avrebbe voluto rimandare oltre confine, divenne presto il dittatore più temuto d’Europa.







