In un’escalation tanto spettacolare quanto pericolosa, il presidente Donald Trump ha ordinato sabato la cattura di Nicolás Maduro, presidente del Venezuela, definendola parte di una “grande offensiva” contro il regime sudamericano. Lo ha fatto senza l’approvazione del Congresso, senza un mandato delle Nazioni Unite, e soprattutto senza una spiegazione coerente. I senatori repubblicani Rand Paul e Lisa Murkowski, insieme ai deputati Don Bacon e Thomas Massie, hanno già sostenuto una proposta di legge per limitare le azioni militari di Trump in Venezuela. È un segnale chiaro che l’intervento non gode nemmeno del pieno appoggio del suo stesso partito.
Ma oltre alla mancanza di consenso interno, molti accusano Trump di aver violato apertamente il diritto internazionale. Colpendo imbarcazioni sospettate di trasportare droga (senza prove, senza processo e senza possibilità di difesa) gli Stati Uniti hanno ucciso persone sulla base di semplici sospetti. Si tratta di esecuzioni extragiudiziali, vietate dalla Convenzione di Ginevra del 1949 e da ogni trattato sui diritti umani firmato negli ultimi decenni. Lo vieta anche la legge americana. Nessuna guerra, nessuna emergenza, nessuna “dottrina” può giustificare l’abbandono totale delle regole fondamentali della legalità.
Il problema non è difendere Maduro. Nessuno in buona fede può negare che sia un autocrate repressivo, responsabile di torture, elezioni truccate e un collasso economico che ha spinto milioni di venezuelani alla fuga. Ma l’idea che l’unico modo per risolvere la crisi sia un’azione militare unilaterale, fuori da ogni regola internazionale, senza il consenso del Congresso e senza alcun piano per il dopo, è una tragica ripetizione degli errori più gravi della politica estera americana.
È già successo in Iraq, in Libia e in Afghanistan (solo per ricordare i casi più recenti) ; regimi autoritari rovesciati a suon di bombe, seguiti da decenni di instabilità, gruppi armati, ingerenze straniere e un prezzo umano e geopolitico altissimo per l’America, per i Paesi invasi e per l’intero ordine globale. Trump stesso lo aveva riconosciuto da candidato, criticando l’invasione dell’Iraq come uno spreco di vite e risorse. Oggi, invece, pare aver archiviato ogni prudenza in nome di una dottrina tutta sua, scolpita nero su bianco nella sua Strategia di Sicurezza Nazionale: riportare in auge la Dottrina Monroe, dominare l’emisfero occidentale, schierare più truppe in America Latina e “usare la forza letale contro trafficanti e migranti”.
Il Venezuela è solo il primo banco di prova di questo ritorno a una logica imperialista. E il fatto che l’azione sia avvenuta senza alcun confronto pubblico, senza una discussione parlamentare e in violazione delle leggi internazionali, la rende ancora più pericolosa. La guerra non è mai solo una questione di obiettivi; è questione di legittimità, metodo, responsabilità. Anche George W. Bush, con tutte le distorsioni del caso, cercò e ottenne un voto del Congresso per l’invasione dell’Iraq. Trump, invece, agisce in totale autonomia, senza nemmeno provare a costruire una parvenza di consenso.
E sotto il velo retorico della “lotta alla droga” si cela ben poco. Il Venezuela non è un attore centrale nel traffico di fentanyl, che proviene in gran parte da altre rotte. E mentre accusa Caracas, Trump ha recentemente graziato l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, che per anni ha gestito un vero e proprio cartello quando era presidente dal 2014 al 2022. Se questa è una guerra ai narcos, è condotta in modo confuso e incoerente.
Ma oltre alla legalità violata, c’è anche il puro interesse strategico. Qual è il piano dopo Maduro? Chi controlla oggi l’esercito venezuelano? Chi garantisce che le forze armate, o i gruppi paramilitari come i colectivos, non si riorganizzino in una guerriglia ancora più sanguinosa? Come verrà gestito il caos economico in un Paese già stremato da anni di iperinflazione e isolamento? E che impatto avrà tutto questo sul flusso migratorio, sulla stabilità della vicina Colombia e sulla sicurezza energetica della regione?
La verità è che Trump ha lanciato l’America in un’altra guerra inutile e pericolosa. E lo ha fatto in modo illegale.
Se davvero l’obiettivo è sostenere la democrazia in Venezuela e fermare il traffico di droga, esistono strumenti diplomatici, economici e multilaterali molto più efficaci. Ma richiedono pazienza, cooperazione e legittimità; tutto ciò che questa amministrazione ha deciso di ignorare.
Nel frattempo, i rischi aumentano. Per i civili venezuelani. Per l’equilibrio regionale. Per la credibilità stessa degli Stati Uniti sulla scena globale. E per un ordine internazionale che, già fragile, si spezza ogni volta che una superpotenza decide di farsi giustizia da sola.







