“L’America agli Americani”: la Dottrina Monroe, dalle origini ad oggi

Un principio nato nel 1823 che ancora guida la politica estera americana

Dottrina Monroe, 1896. /NAmerican cartoon di F. Victor Gillam, 1896, invocando la dottrina Monroe contro la Gran Bretagna e altri poteri europei al momento del venezuelano disputa di confine.
American cartoon di F. Victor Gillam, 1896

Il 2 dicembre 1823, il presidente James Monroe presentò al Congresso un messaggio che sarebbe passato alla storia. In apparenza era solo una dichiarazione di intenti contro il colonialismo europeo, ma di fatto stava nascendo uno dei capisaldi della politica estera americana: la Dottrina Monroe.

Quello che Monroe descrisse come un avvertimento ai vecchi imperi d’Europa si sarebbe trasformato negli anni in uno strumento di influenza, egemonia e interventismo. Una frase su tutte ne riassumeva lo spirito:

L’America agli Americani.

L’origine: tra rivoluzioni sudamericane e restaurazione monarchica europea

Nel primo Ottocento, l’Europa usciva profondamente trasformata dalle guerre napoleoniche. Il Congresso di Vienna del 1815 aveva ridisegnato la mappa del continente, restaurando le monarchie assolute e consolidando l’influenza della Santa Alleanza, il patto politico-militare tra Austria, Russia e Prussia, nato con l’obiettivo di reprimere qualsiasi rigurgito rivoluzionario e difendere lo status quo monarchico. Questo clima reazionario si estese anche oltre l’Atlantico, dove le potenze europee osservavano con crescente preoccupazione i fermenti indipendentisti delle colonie spagnole e portoghesi.

In America Latina, tra il 1810 e il 1825, si assisteva a un’ondata di rivoluzioni: l’Impero Spagnolo si stava disfacendo sotto la spinta di figure come Simón Bolívar e José de San Martín, mentre il Brasile si avviava verso l’indipendenza sotto il regno di Pedro I. Questi movimenti, ispirati agli ideali di autodeterminazione, minacciavano direttamente gli interessi delle monarchie europee, che temevano un effetto domino anche nei propri territori d’oltremare.

Secondo articoli apparsi su Foreign Affairs e The Atlantic, le cancellerie europee consideravano l’intervento militare per ristabilire il controllo monarchico nelle ex colonie una soluzione percorribile, anche in nome della “legittimità dinastica”. La Francia borbonica, in particolare, aveva già mostrato di voler agire, quando nel 1823, inviò un corpo di spedizione in Spagna per restaurare il potere assoluto di Ferdinando VII, creando un precedente inquietante per le neonate repubbliche latinoamericane.

Parallelamente, la Russia zarista rivendicava, con un ukase (editto) del 1821, diritti esclusivi lungo la costa pacifica del Nord America, spingendosi fino al 51° parallelo, in quella che oggi è l’Alaska meridionale. Gli Stati Uniti vedevano in questi tentativi non solo una minaccia strategica, ma anche un attacco al principio di autodeterminazione che avevano adottato come fondamento della propria identità nazionale.

Il timore non era quindi astratto; si trattava di un contesto internazionale reale e instabile, in cui le aspirazioni repubblicane del continente americano rischiavano di essere schiacciate da un ritorno dell’imperialismo europeo. Come ha sottolineato lo storico Jay Sexton su The American Historical Review, il governo degli Stati Uniti era consapevole del momento critico e comprese che era giunto il tempo di tracciare una linea politica netta. Monroe lo disse chiaramente:

Non possiamo guardare con indifferenza ai tentativi di estendere a qualsiasi parte di questo emisfero il sistema politico dell’Europa, perché tali atti sarebbero considerati una manifestazione di un atteggiamento ostile nei confronti degli Stati Uniti.

Il cuore della dottrina: indipendenza, non colonizzazione, non interferenza

Il messaggio di Monroe si basava su tre concetti chiave:

  1. Le Americhe non devono più essere colonizzate:
    ” I continenti americani, per la libera e indipendente condizione che hanno assunto e mantengono, non devono più essere considerati oggetto di futura colonizzazione da parte di alcuna potenza europea“;
  2. Nessuna interferenza europea nelle nuove repubbliche:
    “Con riguardo ai governi che hanno dichiarato e mantenuto la loro indipendenza […] considereremmo ogni loro interposizione con il proposito di opprimere o controllare il loro destino, da parte di una potenza europea, come un atteggiamento ostile verso gli Stati Uniti“;
  3. Neutralità americana nelle questioni europee:
    “Non abbiamo mai preso parte alle guerre tra le potenze europee […] e non è nostra intenzione farlo“.

Monroe non cerca lo scontro, ma fissa una linea rossa: ogni nuova colonizzazione o interferenza europea nell’emisfero occidentale verrà considerata una provocazione diretta. È un messaggio che, seppur espresso con linguaggio diplomatico, sancisce una svolta nella politica estera americana: gli Stati Uniti si dichiarano custodi della libertà nel continente americano. Una posizione che, nel corso dei decenni, si evolverà fino a giustificare una vera e propria egemonia.

Dal principio difensivo all’espansione: il Corollario Polk

All’inizio, la Dottrina Monroe fu più una dichiarazione simbolica che una reale minaccia geopolitica. Gli Stati Uniti degli anni Venti dell’Ottocento erano ancora una potenza emergente, senza una marina in grado di scoraggiare le grandi monarchie europee. La sua efficacia, nei fatti, fu garantita più dalla Royal Navy britannica — che voleva evitare il ritorno della concorrenza spagnola e francese nei mercati latinoamericani — che da una concreta capacità militare americana.

Ma questa situazione cambiò radicalmente intorno alla metà del XIX secolo. L’America cominciò a pensarsi non solo come una nazione indipendente, ma come una potenza destinata ad espandersi. Fu allora che prese piede l’ideologia del Destino Manifesto: la convinzione che gli Stati Uniti avessero una missione storica, quasi divina, di portare la civiltà, la libertà e il progresso su tutto il continente nordamericano.

In questo contesto, il presidente James K. Polk (1845–1849) diede alla Dottrina Monroe una nuova spinta. Nel suo messaggio al Congresso del 1845, non si limitò a ribadire il rifiuto di ingerenze europee, ma sostenne che l’intero continente fosse di pertinenza americana. Ogni espansione doveva essere prerogativa esclusiva degli Stati Uniti.

Questa visione si tradusse presto in atti concreti:

  • Annessione del Texas (1845), che scatenò la guerra contro il Messico;
  • Trattato dell’Oregon (1846), che fissò il confine con il Canada al 49° parallelo, dopo un braccio di ferro con la Gran Bretagna;
  • Guerra messicano-statunitense (1846–1848), conclusa con il Trattato di Guadalupe Hidalgo, che consegnò agli Stati Uniti un’enorme porzione del sud-ovest, compresa la California;
  • Acquisto Gadsden (1853), con cui vennero acquistati dal Messico gli attuali Arizona meridionale e Nuovo Messico.

In poco più di un decennio, gli Stati Uniti aumentarono il proprio territorio del 70%, trasformando la Dottrina Monroe da semplice dichiarazione di principio in una vera politica espansionistica. La formula originaria — “L’America agli americani” — si trasformò così in una rivendicazione imperiale mascherata da missione civilizzatrice.

L’imperialismo del “grande bastone”: il Corollario Roosevelt

Nel 1904, in un’epoca segnata dalla competizione globale per le colonie e dall’instabilità economica in America Latina, il presidente Theodore Roosevelt diede alla Dottrina Monroe un’interpretazione decisamente più muscolare. Non si trattava più solo di tenere lontane le potenze europee, ma di intervenire attivamente nei Paesi dell’America Latina per “mantenere l’ordine”, proteggere gli interessi economici e impedire pretesti per un ritorno europeo nel continente.

Nel suo messaggio al Congresso, Roosevelt affermò che:

In casi flagranti di illegalità o impotenza, l’adesione degli Stati Uniti alla Dottrina Monroe può costringerli, seppur con riluttanza, all’esercizio di un potere di polizia internazionale.

È la nascita ufficiale del Corollario Roosevelt alla Dottrina Monroe. Ora gli Stati Uniti si autoattribuiscono il diritto di giudicare la legittimità e la stabilità politica dei governi latinoamericani. Se un Paese non è in grado di garantire l’ordine interno, di pagare i debiti o difendere gli investimenti esteri, Washington può intervenire anche con la forza.

Da quel momento, la retorica del “grande bastone” (“speak softly and carry a big stick”) divenne lo strumento operativo della politica estera americana nell’emisfero.

Tra i casi più emblematici:

  • Repubblica Dominicana (1905): sotto la minaccia di un intervento europeo per il mancato pagamento dei debiti, gli Stati Uniti assunsero il controllo delle dogane e delle finanze locali, instaurando di fatto un protettorato;
  • Cuba: dopo la guerra ispano-americana del 1898, l’Emendamento Platt (1901) diede agli Stati Uniti il diritto legale di intervenire ogni volta che lo ritenessero necessario;
  • Haiti (1915–1934): l’intervento fu giustificato dal collasso istituzionale. Gli Stati Uniti occuparono militarmente il Paese, ne controllarono le finanze e sciolsero il Parlamento;
  • Nicaragua (1912–1933): Washington intervenne per garantire la stabilità politica e proteggere progetti infrastrutturali strategici, in particolare il futuro canale interoceanico;
  • Panama (1903): con l’appoggio americano, Panama si separò dalla Colombia, consentendo agli Stati Uniti di costruire e controllare il canale.

Questi interventi, seppur giustificati in nome dell’ordine, si tradussero spesso in occupazioni militari, amministrazioni controllate e forti pressioni economiche. La Dottrina Monroe, nel suo nuovo vestito rooseveltiano, divenne lo strumento chiave di una diplomazia che univa il dollaro alla baionetta.

Come notato da storici come Greg Grandin (Empire’s Workshop) e Stephen Kinzer, fu in questo periodo che nacque l’imperialismo americano “regionale”, un modello di dominio che, pur non assumendo formalmente la forma del colonialismo europeo, ne replicava molte dinamiche di controllo economico, politico e militare.

Trump e il ritorno dell’egemonia esplicita

Durante l’amministrazione Trump, la Dottrina Monroe è riemersa con forza nel discorso pubblico americano, assumendo connotati ancora più diretti e dichiaratamente egemonici. Il contesto è cambiato: non sono più le monarchie europee a minacciare l’“ordine emisferico”, ma le nuove superpotenze globali, come Cina e Russia, sempre più attive in America Latina con investimenti infrastrutturali, forniture energetiche, accordi militari e sostegno politico a regimi ostili a Washington.

In questo scenario, la Casa Bianca ha rispolverato la dottrina del 1823 non come retaggio storico, ma come principio operativo. Nel 2019, l’allora consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, commentando la crisi venezuelana, dichiarò in conferenza stampa:

La Dottrina Monroe è viva e vegeta.

Bolton non esitò a definire Russia e Cina come “potenze straniere espansioniste”, accusandole di sostenere il regime di Nicolás Maduro a scapito della libertà e della democrazia nel continente. Il New York Post ha coniato l’espressione Dottrina Donroe (un neologismo che fonde i nomi di Donald Trump e James Monroe) per descrivere questa nuova postura aggressiva e ideologicamente semplificata:

L’America Latina è il nostro cortile di casa e non tollereremo interferenze.

Secondo analisi pubblicate da Foreign Policy e The Intercept, questa rilettura moderna della Dottrina Monroe ha segnato una rottura con l’approccio multilaterale degli anni precedenti, riportando la politica estera americana a una logica di dominio bilaterale e confronto ideologico, simile per toni e strumenti a quella della Guerra Fredda.

Più che una dottrina rivisitata, quella di Trump è sembrata una riproposizione brutale dell’egemonia, senza compromessi, senza mediazioni e con un linguaggio diretto che ha diviso l’opinione pubblica latinoamericana. E la cattura di Maduro e il controllo de facto del Venezuela sono l’esempio più lampante di questa nuova interpretazione della dottrina.

Un dottrina che era nata per proteggere l’indipendenza delle giovani repubbliche americane, e che poi si è trasformata in un manifesto geopolitico. Come scriveva Monroe nel 1823:

In America, come altrove, l’interesse e il senso di giustizia ci costringeranno a non restare in una posizione di indifferenza.

E così è stato. Per oltre due secoli, dietro il paravento della difesa della libertà, si è spesso celata l’espansione dell’influenza americana. E in questa lunga traiettoria, non è mai davvero morta. Si è solo adattata.

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