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La Seconda guerra mondiale non è mai finita: ecco come Cina e Russia la stanno usando per riscrivere il futuro

Settembre 2025. Cannoni, jet da combattimento e truppe in marcia sincronizzata hanno occupato piazza Tiananmen. Non era una giornata qualsiasi. La Cina commemorava l’80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale con una parata imponente, teatrale e volutamente muscolare. Ma sotto il clangore dei cingolati e il rombo dei motori si celava una riscrittura della storia.

Nel discorso tenuto durante l’evento, il presidente Xi Jinping ha affermato che Cina e Russia sono stati i “principali vincitori” del conflitto globale. Una dichiarazione densa di implicazioni, che non solo riafferma il peso geopolitico delle due potenze, ma ridisegna l’architettura narrativa della guerra, ponendo Pechino al centro della vittoria contro il nazifascismo e l’imperialismo giapponese. Da quel momento, la Cina ha richiamato il secondo conflitto mondiale in più occasioni, sia nei dialoghi con gli Stati Uniti che nei rapporti con l’Europa, e in generale in tutte le dichiarazioni internazionali.

Una guerra, molte guerre

La Seconda guerra mondiale è stata una guerra come nessun’altra”, ha scritto lo storico Antony Beevor. E per milioni di persone, è la guerra, l’unica vera. Il mondo ha vissuto lo stesso evento, ma in modi radicalmente diversi. Ogni Paese ne ha costruito la propria versione. E oggi, mentre gli equilibri globali si muovono, quei racconti tornano a galla più conflittuali che mai.

In Occidente, la guerra è stata raccontata come lo scontro tra bene e male. Una narrazione morale, che ha sostenuto la legittimità delle democrazie vincitrici. È da quella storia che sono nate le Nazioni Unite, il piano Marshall, la NATO. È da lì che è partito il lungo dominio culturale e politico degli Stati Uniti.

Ma non tutti i vincitori sono stati ricordati allo stesso modo. La Germania si è rifondata sulla colpa, l’Europa sul riscatto. Il Giappone ha convissuto con una memoria ambigua, tra pacifismo e revisionismi. E poi ci sono la Cina e l’Unione Sovietica, rimaste ai margini del racconto occidentale, nonostante il tributo umano più alto (24 milioni di morti per Mosca, 20 per Pechino).

Ma la memoria non è mai neutrale. È un campo di battaglia. Oggi più che mai.

La Russia, che chiama quel conflitto La Grande Guerra Patriottica, ha fatto della sua vittoria sul nazismo una pietra angolare del nazionalismo putiniano. Ogni discorso sulla guerra in Ucraina si rifà direttamente a quella lotta, sotto il vessillo della “denazificazione”.

La Cina, parallelamente, sta promuovendo una propria “epica resistenziale”. Non più come spettatrice marginale, ma come protagonista nella lotta contro l’invasore giapponese. In questa rilettura, il Partito Comunista emerge come il vero artefice della liberazione nazionale, nonostante numerosi storici ricordino che a combattere in prima linea contro il Giappone furono in gran parte i nazionalisti di Chiang Kai-shek, poi rifugiatisi a Taiwan.

Ma questa non è solo una questione accademica, è geopolitica attiva. L’invocazione continua alla guerra del passato serve a legittimare rivendicazioni territoriali del presente, a cominciare da Taiwan.

Il nemico ieri, il nemico oggi

Ogni narrazione ha un bersaglio. Nel caso cinese, è il Giappone. La nuova narrativa ufficiale descrive Tokyo come un ex aggressore mai davvero pentito, ora tornato minaccioso nel Pacifico con il riarmo militare e l’avvicinamento strategico a Washington.

Richiamare la guerra serve anche a isolare Tokyo nel contesto asiatico, rafforzare il consenso interno e costruire una cornice morale per la futura “riunificazione” con Taiwan. Una retorica che, in fondo, ricalca quella americana: anche gli USA hanno legittimato molte azioni militari — dall’Iraq all’Afghanistan — evocando la memoria del 1945, Pearl Harbor e l’11 settembre. Cambia lo scenario, non lo schema.

Nel 2025, questo scontro tra memorie non è più solo diplomatico. È diventato militare prima, culturale e sociale poi. Le istituzioni nate dal “never again” del 1945 sono sempre più logore. Il “post-guerra” si sta esaurendo. Sta nascendo una fase nuova: quella del post-post-guerra.

In questa fase, non si combatte solo per il potere, ma per il diritto di raccontare la storia. Chi vince oggi non è chi conquista territori, ma chi impone il proprio racconto. Chi riesce a dire: “Ecco cos’è successo. Ecco cosa ci è dovuto.”

Nuovo ordine, nuova memoria

Beevor lo ha detto chiaramente: il mondo che è nato dopo il 1945 ha avuto come fondamento la narrazione americana della liberazione. Un’America salvatrice, portatrice di democrazia e libero mercato. Ma la Cina, oggi, propone una narrazione alternativa: la Seconda guerra mondiale diventa una lunga lotta contro l’imperialismo giapponese. La “riunificazione nazionale” — e qui rientra anche Taiwan — è il capitolo finale di quella stessa battaglia.

È un’altra idea di sovranità. È un altro modo di vedere il mondo.

Ottant’anni dopo, la Seconda guerra mondiale non è finita. Le bombe hanno smesso di cadere, ma le narrazioni continuano a colpire. Più sottili e più pericolose. In un’epoca in cui le guerre si combattono con le mappe, gli algoritmi e gli opinionisti, la memoria resta la più potente delle armi.

Chi controlla il passato, ha scritto Orwell, controlla il futuro. E chi controlla la storia della guerra, spesso, controlla anche la pace.

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