Nelle sue opere monumentali come Sátántangó e The Turin Horse, il regista ungherese Béla Tarr ha trasformato il degrado, il tempo e la disperazione in materia cinematografica. Con la sua morte, avvenuta dopo una lunga malattia all’età di settant’anni, scompare una delle figure più radicali e oracolari del cinema europeo contemporaneo.
Per chi lo seguiva, la sua scomparsa lascia una scia d’incredulità e di smarrimento. Le sue immagini, spesso in un austero bianco e nero, si muovevano lente e inesorabili, portando in scena l’erosione della società, il fallimento delle ideologie e la stanchezza dell’uomo. I suoi film si guardavano come si guarda un paesaggio dopo la catastrofe.
"A French journalist said to me, "'The Turin Horse' (2011) looks like a Bible.” I said, “Yes, but without God.”"
— DepressedBergman (@DannyDrinksWine) January 8, 2026
— Béla Tarr pic.twitter.com/UKdFWqsW6n
Nel 2011, dopo aver presentato The Turin Horse, annunciò che quello sarebbe stato il suo ultimo film. E mantenne la parola, a differenza di altri maestri (da Soderbergh a Miyazaki) che hanno più volte ripreso in mano la macchina da presa dopo un addio. Chi ha visto The Turin Horse non ha mai dubitato della necessità di quel silenzio. Il film, ambientato in un cottage spazzato dal vento e immerso in un tempo ciclico e immobile, è una meditazione vertiginosa sull’eterno ritorno e sulla fine. Un film che non ha bisogno di risposte perché è esso stesso l’ultima parola.
Eppure Tarr, l’uomo, non si è ritirato nel silenzio. Nel 2012, disgustato dalla deriva autoritaria del governo Orbán, si trasferì a Sarajevo dove fondò film.factory, una scuola di cinema internazionale dallo spirito libero e sperimentale. Per alcuni anni, quel progetto divenne un faro per giovani cineasti, e coinvolse come docenti, personaggi del calibro di Apichatpong Weerasethakul, Gus Van Sant e Pedro Costa. La scuola chiuse nel 2016 per mancanza di fondi, ma lasciò dietro di sé un’eredità pedagogica fatta di rigore intellettuale e libertà formale.
Tarr stesso non ebbe una formazione accademica. Nato a Pécs nel 1955, in una famiglia immersa nel mondo del teatro e del cinema, girò il suo primo documentario a soli sedici anni: Guest Workers, oggi perduto, che raccontava la vita dei lavoratori rom nel tentativo di ottenere un permesso per lavorare in Austria. Il film non piacque al regime comunista, che lo escluse dall’università. Ma fu proprio quella repressione a spingerlo verso il cinema.
I suoi primi film erano ancorati al realismo sociale: Family Nest (1979), The Outsider (1981), The Prefab People (1982) raccontavano la claustrofobia dell’esistenza domestica nella Budapest del tardo comunismo. Poi, con Almanac of Fall (1984), qualcosa cambiò e arrivò il colore, e con esso un’ossessione per la composizione e la lentezza.
Ma è con Damnation (1988) che si aprì il periodo più iconico della sua carriera, grazie anche alla collaborazione con lo scrittore László Krasznahorkai. La loro alleanza ha dato vita a tre film centrali: Sátántangó, Werckmeister Harmonies e The Turin Horse. In queste opere, l’atmosfera è plumbea, la narrazione ridotta all’essenziale, la camera si muove con ostinata lentezza. L’umano è fragile, eppure centrale; immerso nella miseria, eppure osservato con uno sguardo che rasenta il sacro.
Tarr era ateo, ma nei suoi film si avverte la presenza ineludibile del male. Come nel momento, indimenticabile, in cui il postino Janós guarda fisso l’occhio spalancato di una balena imbalsamata in Werckmeister Harmonies e sussurra: “Quanto è misterioso il Signore, che si diverte con creature così strane.” Tarr non credeva in Dio, ma conosceva a fondo la vertigine del divino.
La sua è un’opera che ha saputo anticipare le ombre del presente. Il suo sguardo, impietoso ma mai cinico, ha raccontato prima di altri l’ascesa del nazionalismo e la disgregazione sociale I suoi film pur essendo spesso catalogati sotto l’etichetta di “slow cinema”, sono in realtà intensi, febbrili, fisici. Vederli in sala è un’esperienza corporea: Sátántangó, con le sue sette ore, ti fa uscire dal tempo; The Turin Horse ti obbliga a respirare al ritmo del vento. E quando le luci si riaccendono, ci si guarda attorno come reduci di una traversata.







