C’è un senso di inevitabilità, quasi di destino, nella decisione dell’Accademia di Svezia di assegnare il Premio Nobel per la Letteratura 2025 a László Krasznahorkai, scrittore ungherese la cui opera ha saputo trasformare la disperazione del mondo contemporaneo in arte di assoluta potenza.
Il comitato del Nobel ha motivato la scelta con parole che sembrano già appartenere a una sua pagina: “Per un’opera visionaria che, nel cuore del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte”. Una frase che restituisce perfettamente la cifra di uno scrittore che ha fatto della catastrofe una forma di conoscenza e della frase interminabile un atto di resistenza contro la banalità.
Settantun anni, nato a Gyula nel 1954, Krasznahorkai è autore di romanzi che sembrano più partiture musicali che opere di prosa. Le sue frasi, lunghe pagine intere e spesso prive di punti, seguono il ritmo del respiro e della paranoia. Non a caso Susan Sontag lo definì “il maestro dell’apocalisse”, paragonandolo a Kafka e a Beckett, ma riconoscendogli un tono più visionario e compassionevole.
Un universo letterario tra apocalisse e ironia
Il suo esordio, Satantango (1985), resta un testo fondativo. Ambientato in un villaggio agricolo che cade a pezzi, racconta la dissoluzione di una comunità in una lingua che sembra riprodurre la lenta decomposizione del mondo. Il romanzo fu un caso letterario nell’Ungheria comunista — nessuno capiva come avesse potuto superare la censura — e divenne un film leggendario grazie al regista Béla Tarr, che ne fece un’opera di sette ore di ipnosi visiva.
Il secondo grande romanzo, La malinconia della resistenza, trasposto al cinema da Tarr come Werckmeister Harmonies, è una meditazione sull’ordine e sul caos. Un’enorme balena imbalsamata arriva in una cittadina ungherese e innesca una spirale di fanatismo.
Le mie storie — ha spiegato l’autore a The Paris Review — nascono sempre dall’idea che il mondo stia per finire, e che l’uomo debba decidere se esserne testimone o complice.
Negli anni successivi, Krasznahorkai ha continuato a espandere il suo universo: da Seiobo è discesa sulla Terra, fino al più recente Herscht 07769, pubblicato lo scorso anno. Un monologo unico di una sola frase lunga oltre 400 pagine, in cui un restauratore tedesco scrive lettere immaginarie ad Angela Merkel per avvertirla della fine imminente dell’Europa. Un romanzo che Le Monde ha definito “una preghiera ininterrotta alla sopravvivenza dell’arte nell’età della disintegrazione”.
Un estratto di due minuti dal capolavoro di Bela Tarr "Satantango" tratto dall'omonimo romanzo di László Krasznahorkai, fresco premio Nobel per la letteratura. Il film dura 7 ore e 19 minuti durante i quali potrete ammirare tutta la bellezza del comunismo. pic.twitter.com/3WAjmsLhJX
— nonexpedit 🇻🇦 (@nonexpedit) October 9, 2025
Lo sguardo di chi vede attraverso la rovina
Krasznahorkai non ha mai amato le etichette, ma la sua scrittura è da sempre un dialogo con la decadenza. Il poeta George Szirtes, suo traduttore inglese, ha detto che i suoi romanzi “non parlano di politica, ma del modo in cui la politica frantuma le vite ordinarie”. In effetti, l’universo di Krasznahorkai non è quello dei grandi ideologi, ma delle persone comuni intrappolate in una società che si sfalda: pastori, impiegati, vagabondi, filosofi improvvisati, tutti in bilico tra fede e follia.
Nella sua Ungheria, oggi dominata dall’autoritarismo di Viktor Orbán, la sua voce è rimasta isolata ma inflessibile. “Tiene uno specchio satirico davanti alla società ungherese” — ha spiegato la traduttrice Ottilie Mulzet — “È coraggioso perché rifiuta ogni compromesso con il potere”.
Non sorprende che Krasznahorkai stesso abbia più volte dichiarato:
Non ho mai scritto romanzi politici. La mia resistenza non è contro un governo, ma contro la stupidità di una società che accetta la paura come normalità.
Il romanziere che diffida della letteratura
Paradossalmente, Krasznahorkai detesta parlare di letteratura. In un’intervista concessa anni fa al New York Times, confessò: “Scrivere per me è un atto privato. Parlare della mia scrittura sarebbe come discutere dei miei segreti più intimi.” È forse anche per questo che la sua figura rimane circondata da un’aura quasi sacrale. È il romanziere che ha riportato la letteratura europea a un grado di gravità e mistero che sembrava perduto.
Eppure, accanto alla cupezza cosmica dei suoi romanzi, scorre un umorismo sottilissimo, quasi kafkiano, che emerge dai dettagli più assurdi, come un prete ubriaco che predica l’apocalisse in un’osteria, o un uomo che parla ai piccioni mentre il mondo crolla. “Dentro tutto questo buio — ha osservato la sua editrice americana Barbara Epler — si apre una risata, una comicità quasi divina. È l’arte che ride della propria impotenza.”

László Krasznahorkai è solo il secondo autore ungherese a ricevere il Nobel, dopo Imre Kertész nel 2002. Ma il riconoscimento, al di là del valore individuale, appare anche come la consacrazione di una letteratura europea che rifiuta la semplificazione, che si ostina a scavare nell’inquietudine dell’uomo contemporaneo.
In un mondo che ha fretta e pretende risposte brevi, Krasznahorkai continua a scrivere frasi interminabili. È la sua forma di resistenza all’oblio, alla superficialità, alla stupidità programmata.
Non volevo essere una nuova versione di Kafka o di Dostoevskij — disse una volta — volevo essere completamente libero.
Con questo Nobel, la sua libertà è diventata un patrimonio universale.







