Da quando Knives Out è arrivato al cinema nel 2019, il vecchio e glorioso “Chi è stato?” ha ritrovato un pubblico nuovo, più giovane e meno paziente verso i gialli impolverati. Nel frattempo il film di Rian Johnson è diventato un franchise vero e proprio, e con Wake Up Dead Man la serie è tornata in streaming con Daniel Craig di nuovo nei panni di Benoit Blanc e un cast pieno di facce note. Non a caso, il film strizza l’occhio ai grandi del passato, da Agatha Christie a John Dickson Carr.
Se dopo i titoli di coda ti resta addosso ancora quella fame da enigma, ecco dieci misteri tra pagina e schermo che sanno essere ingegnosi, cattivi e soprattutto dannatamente difficili da smontare.
L’avventura della banda maculata (1892), Arthur Conan Doyle
Un elenco del genere senza Sherlock Holmes sarebbe un delitto a sua volta, e non solo per rispetto alla tradizione. È che in certe storie di Conan Doyle si vede nascere, quasi in presa diretta, la grammatica del giallo moderno. L’avventura della banda maculata è una delle più memorabili proprio perché sembra semplice all’inizio, quasi domestica, e invece si chiude lentamente attorno ai personaggi come una trappola.
Il caso arriva a Baker Street con il volto di una donna terrorizzata e un racconto che odora di passato, di case di campagna troppo grandi e troppo isolate, di corridoi dove i rumori non dovrebbero esistere. C’è già stato un morto, una sorella che non c’è più, e quella morte non è rimasta davvero sepolta. È un dettaglio fondamentale, perché Doyle costruisce l’ansia sull’idea che ciò che è successo una volta può succedere di nuovo. Holmes e Watson si muovono in un ambiente che sembra fatto apposta per confondere, con indizi apparentemente innocui che diventano sinistri quando li guardi dalla giusta angolazione. La storia ha il sapore del “delitto impossibile”, anche se non è un classico enigma da camera chiusa in senso puro. La sensazione è che comunque qualcosa di inconcepibile è entrato in scena e ha colpito senza lasciare tracce. E più l’indagine avanza, più l’atmosfera si fa densa, quasi soffocante, perché il pericolo non è astratto. È lì, in una stanza, in un oggetto, in un suono, e l’idea che possa ripetersi rende tutto urgente. Una storia breve, sì, ma con un’atmosfera corrosiva che resta addosso, come un odore che non se ne va quando apri la finestra.
L’uomo invisibile (1911), GK Chesterton
Chesterton è uno di quei rari autori capaci di passare dalla filosofia alla cronaca, dalla teologia alla satira, e poi atterrare su un delitto con la stessa naturalezza con cui altri cambiano cappotto. È un pensatore che ragiona per paradossi, e nei racconti di Padre Brown questa attitudine diventa un vantaggio micidiale, perché il suo detective non risolve soltanto con l’astuzia, perché sa cosa può fare una coscienza quando si incrina, e fin dove può spingersi una persona quando si convince di avere ragione.
Un giovane inventore, Conrad, racconta di essere perseguitato da un aggressore sconosciuto, un nemico che non riesce mai a vedere e che per questo chiama “l’uomo invisibile”. All’inizio potrebbe sembrare un’ossessione, una paranoia, uno di quei racconti in cui la mente costruisce mostri per dare una forma alla paura. Poi però succede il fatto che rende tutto più serio e, soprattutto, più difficile da spiegare. Conrad viene trovato morto in una casa sorvegliatissima. Eppure nessuno ha visto entrare o uscire un estraneo. La scena del crimine è una fortezza, e proprio per questo il delitto diventa quasi impossibile. Se il killer non è passato da nessuna parte, da dove è arrivato?
La morte nel villaggio (1930), Agatha Christie
La Christie potrebbe occupare da sola un’intera classifica, ma qui vale la pena partire dalla sua seconda grande creatura, Miss Marple, che debutta proprio in questo romanzo. Un colonnello viene trovato morto nello studio del vicario, con una scenografia da manuale del giallo classico. Poi però il caso si complica, perché non si tratta solo di indizi manipolati. Arrivano anche confessioni in serie, una dietro l’altra, come se la verità fosse una stanza con troppe porte. Il risultato è uno dei rompicapo più soddisfacenti della Christie, con in più un lavoro finissimo sui caratteri e sulle piccole ferocie di provincia.
Le tre bare (1935), John Dickson Carr
Le tre bare (The Hollow Man) è spesso citato come uno dei locked-room mystery più impeccabili mai scritti, e non sorprende che venga evocato anche in Wake Up Dead Man. Con l’investigatore Gideon Fell, il romanzo mette in scena l’omicidio del professor Charles Grimaud, trovato ucciso nel suo studio pochi istanti dopo aver ricevuto un visitatore misterioso che svanisce nel nulla. Carr a un certo punto infila anche una vera lezione sul genere, un discorso in cui Fell ragiona sui trucchi e sulle soluzioni possibili dei delitti “chiusi”, un capitolo talmente famoso da essere stato pubblicato anche separatamente come saggio.

Delitto in bianco (1946), Sidney Gilliat
Qui si passa al cinema, con Sidney Gilliat che adatta un romanzo di Christianna Brand e si porta dietro l’esperienza accumulata scrivendo anche con Hitchcock. L’intreccio è una doppia indagine. Un omicidio avviene in sala operatoria, durante un intervento, e un secondo delitto elimina un testimone nel caos di un blackout in piena Seconda guerra mondiale. L’ispettore Cockrill, interpretato da un Alastair Sim magnificamente ambiguo, deve districare relazioni, attriti e segreti tra i membri dello staff ospedaliero, mentre intorno l’Inghilterra di guerra continua a tremare e correre.
La donna che visse due volte (1954), Boileau-Narcejac
La coppia francese Boileau e Narcejac negli anni Cinquanta ha trasformato il thriller in un laboratorio di traumi e colpi di lama psicologici. Questo romanzo è legato soprattutto al film che ha ispirato, Vertigo di Hitchcock, ma sulla pagina conserva tutto il suo potere di incubo. Un avvocato parigino, Roger, viene incaricato dall’amico Gevigne di indagare sul comportamento inquietante della moglie. Roger finisce per innamorarsene, come se la trappola fosse costruita anche per lui. Da lì in poi la storia mescola insinuazioni soprannaturali e macchinazioni criminali con una crudeltà elegante, fino a rivelare che l’indagine nasconde qualcosa di molto più grande e molto più sporco.
L’uccello dalle piume di cristallo (1970), Dario Argento
Il giallo all’italiana prende il gusto del whodunit e lo spinge verso il sangue e la psiche. Argento, al debutto, ci arriva già con uno stile visivo feroce. Uno scrittore americano a Roma, Sam, assiste di notte al tentato omicidio di Monica in una galleria d’arte e da quel momento viene risucchiato in una storia dominata da un assassino con guanti di pelle e cappello scuro, figura quasi mitologica. I twist sono quelli del giallo classico, ma la violenza è portata a un livello quasi operistico, e il finale ti costringe a rivedere mentalmente ogni dettaglio.

La torre nera (1975), PD James
Dopo la Christie, PD James ha raccolto il testimone del giallo d’indagine tradizionale, ma con un tono più cupo, più malinconico e più “adulto” in senso emotivo. In questa storia Adam Dalgliesh è fuori servizio e sta recuperando da una leucemia, quindi lo segui in una condizione di vulnerabilità rara per un detective. La convalescenza viene interrotta da una serie di morti sospette in una casa di cura rurale. All’epoca qualcuno la trovò troppo lenta, ma con il senno di poi è proprio la lentezza controllata a renderla potente. James preferisce il dettaglio, la caratterizzazione precisa, l’atmosfera da nebbia e rimorso, invece dei fuochi d’artificio.
Gli insospettabili (1972), Joseph L Mankiewicz
Questo è il titolo più autocosciente della lista, perché i personaggi conoscono benissimo i cliché del genere e ci giocano come con un’arma. Un romanziere di gialli, Andrew, affronta Milo, amante della moglie, e trasforma la casa in un teatro di manipolazioni dove i due mettono in scena crimini finti per dominarsi a vicenda. L’adattamento di Anthony Shaffer, tratto dalla sua stessa pièce, è una macchina di crudeltà brillante, sostenuta da due interpretazioni monumentali, Laurence Olivier e Michael Caine. Lo scherzo diventa guerra, e quando arriva la chiusura non hai la sensazione di aver assistito a un gioco, ma a una resa dei conti.
Parti in fretta e non tornare (2001), Fred Vargas
Fred Vargas è una delle grandi voci contemporanee del noir francese, erede di una tradizione che ama mescolare indagine e gotico, come se la città moderna avesse ancora catacombe narrative sotto i piedi. Con il commissario Adamsberg, Parigi sembra più vicina a Hugo o a Leroux che al poliziesco urbano di stampo realistico. Qui tutto parte da un banditore nel 14° arrondissement, pagato da un misterioso mandante per recitare messaggi criptici su una peste che sta per tornare. Poi compaiono simboli della peste sulle porte, poi arrivano morti che sembrano legate a punture di pulci infette che anneriscono la pelle. È un’indagine nerissima, ma impossibile da mollare, un page-turner che ti mette addosso una sensazione di minaccia lenta e inevitabile.
In questa lista c’è una specie di mappa evolutiva del giallo, dal trucco meccanico all’incubo psicologico, dalla stanza chiusa al delitto che sembra un’allucinazione collettiva. Il bello è che cambia la forma, ma resta identica la promessa, una mente che mente, un dettaglio che non torna, e quella strana gioia di scoprire che l’impossibile aveva solo bisogno dell’angolazione giusta.







