ai data center

L’intelligenza artificiale distruggerà il Pianeta?

Un solo data center può arrivare a consumare più energia di Milano. E queste strutture, grandi come aeroporti e piene di chip, stanno sorgendo ovunque. Sono le nuove fabbriche del digitale, centri di elaborazione dati su cui poggia l’economia dell’intelligenza artificiale. Alimentano ogni richiesta ai chatbot, ogni immagine e video generati. E nel farlo, bruciano una quantità impressionante di energia.

Sam Altman, CEO di OpenAI, lo ha detto senza girarci intorno:

Credo che col tempo gran parte del mondo sarà ricoperto di data center.

Sembra fantascienza, ma è già realtà.

Il giornalista investigativo del New York Times, Stephen Witt, è riuscito ad entrare in uno di questi colossi ancora in costruzione, un data center segreto targato Microsoft, nel cuore degli Stati Uniti. Quello che ha visto l’ha definito come “uno dei più grandi spostamenti di capitale nella storia dell’umanità”. Per trovare qualcosa di paragonabile, bisogna tornare all’epoca delle ferrovie.

All’interno di questi hangar ipertecnologici, l’intelligenza non nasce da sé, ma si fabbrica, letteralmente, con milioni di microchip, chilometri di cavi, raffreddamento costante e sicurezza estrema. Sono ambienti sigillati, silenziosi, progettati per un solo scopo: addestrare reti neurali sempre più potenti. Ogni aggiornamento, ogni nuova versione, ogni piccolo miglioramento del modello richiede risorse immense. È un processo industriale, energivoro, massiccio. Un’intelligenza prodotta con la forza bruta.

Addestrare un modello come GPT-4 richiede una potenza di calcolo colossale. E, con essa, una quantità enorme di energia. Le aziende non rivelano cifre ufficiali, ma secondo alcune stime indipendenti, generare un testo lungo, come una tesina universitaria, consuma quanto tenere acceso un microonde per tre minuti. Di per sé, nulla di sconvolgente. Ma se moltiplichiamo questo dato per centinaia di milioni di utenti, il bilancio diventa rapidamente insostenibile.

E non è solo una questione di watt. L’espansione dei data center sta già contribuendo ad aumentare il costo dell’energia. Le infrastrutture elettriche attuali non sono progettate per reggere una simile domanda. Ogni nuovo centro si collega alla rete come una pompa industriale che risucchia energia, prosciugando risorse e facendo salire le bollette. E a pagarle, ancora una volta, siamo noi.

Il cambiamento climatico è già in corso, e la nostra traiettoria – dicono gli scienziati – è vicina al punto di non ritorno. L’A.I., con la sua fame di energia, rischia di premere sull’acceleratore. Non è il singolo meme generato a rappresentare un problema. È la scala. Ogni video creato, ogni risposta di un assistente virtuale, ogni ciclo di addestramento contribuisce a una spirale crescente di consumo, server, cavi e infrastrutture.

Le grandi aziende tech rispondono parlando di efficienza e di transizione verde. Ma anche l’energia pulita ha dei limiti. E soprattutto richiede tempo: tempo per costruire, per connettere, per abbassare i costi. Tempo che, semplicemente, non abbiamo. Per evitare il collasso servirebbero migliaia di centrali a zero emissioni, in larga parte nucleari. E oggi nessuna grande potenza sembra avere la volontà – o il coraggio – di intraprendere un’operazione di questa portata.

Il paradosso è che stiamo tutti contribuendo a questo sistema. Non solo gli sviluppatori. Anche chi chiede a ChatGPT un consiglio di viaggio, chi genera una foto, chi guarda un video realizzato da un algoritmo. Ogni interazione, ogni clic, ogni output ha un costo. Invisibile, ma reale.

Eppure, è difficile fermarsi. L’intelligenza artificiale è già parte del nostro immaginario, della nostra vita quotidiana, del nostro desiderio di accelerare. Otto milioni di utenti settimanali solo per ChatGPT. E tanti altri strumenti in rapida crescita.

Gli esperti più lucidi non lo nascondono: l’obiettivo a lungo termine è sostituire il lavoro umano. Tutto ciò che oggi richiede competenza, attenzione, creatività è destinato, secondo alcuni, a essere riprodotto da macchine. Che siano software, robot o agenti conversazionali poco cambia.

Scrivere? Anche quello. Forse non oggi, forse non così bene. Ma è solo questione di tempo. Le A.I. migliorano ogni volta che viene aggiunto un chip in più. L’evidenza lo dimostra: più potenza significa migliori risultati. Finché la curva non si spezzerà, continueremo a scalare.

Dunque, l’A.I. distruggerà il Pianeta? Forse. Ma non da sola. Lo farà con il nostro aiuto, con la nostra complicità. Lo farà se continueremo a costruire un mondo dove la promessa dell’efficienza tecnologica vale più della responsabilità ambientale. Lo farà se non sapremo fermarci e porre dei limiti.

Il futuro è una scelta collettiva. E per ora, stiamo scegliendo di bruciarlo.

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