La contesa non è solo sul campo. È anche – e sempre più – nel linguaggio con cui cerchiamo di nominare l’orrore. Da mesi, una frattura attraversa il mondo degli studiosi della Shoah. Da un lato ci sono storici come Norman J. W. Goda, docente di Holocaust Studies all’Università della Florida, che respingono l’accusa di genocidio rivolta a Israele; dall’altro figure, come lo storico israeliano Omer Bartov, per i quali la lezione del Novecento impone di non tacere quando la storia sembra ripetersi.
“L’accusa di genocidio contro Israele non serve a descrivere un crimine, ma a escludere un intero popolo dal consesso dell’umanità”, ha scritto Goda nel suo saggio The Genocide Libel. Per lui, parlare di genocidio in relazione alla guerra di Gaza significa trasformare il linguaggio del diritto internazionale in un’arma politica.
Attribuire a Israele il marchio di Stato genocida significa negargli la legittimità stessa dell’esistenza.
Bartov, sopravvissuto alla diaspora e tra i massimi esperti di storia del nazismo, la pensa diversamente: “Se gli storici dell’Olocausto non riescono a riconoscere i segni di un genocidio quando li hanno davanti, che senso ha il nostro lavoro?” ha scritto in un editoriale che ha diviso le università americane ed europee, e che puntava il dito proprio contro Goda.
Il nodo sta nella definizione stessa di genocidio. La Convenzione ONU del 1948 parla di “intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Ma in un conflitto come quello di Gaza, dove Hamas si nasconde sotto i tunnel e Israele colpisce in aree densamente abitate, l’intenzione è l’elemento più ambiguo. Per Goda, “Israele combatte un nemico radicato tra i civili, non un popolo da sterminare”; per Bartov, invece, l’argomento dell’“intento” rischia di diventare un alibi, un modo per eludere la realtà dei numeri.
Secondo i dati del Ministero della Sanità di Gaza – che Goda giudica “gonfiati” – le vittime civili superano le sessantamila. Ma, anche ammesso un margine d’errore, per Bartov “la sproporzione tra mezzi, linguaggio politico e risultati sul campo rivela un disegno distruttivo che va oltre la guerra”.
Il dibattito non è solo semantico. Tocca il cuore del rapporto tra memoria e presente, tra il dovere della storia e la politica delle emozioni. Goda accusa i suoi colleghi di “usare la Shoah come lente moralistica” e di confondere il giudizio etico con quello storico.
La Shoah fu una frattura della civiltà europea: il progetto di eliminare un intero popolo. Nulla di ciò che accade oggi in Gaza ha quella natura.
Dietro le citazioni e le dispute accademiche si gioca qualcosa di più profondo: la legittimità stessa della memoria della Shoah nel discorso politico contemporaneo. E se per Goda il paragone tra l’Olocausto e Gaza svuota la storia della sua specificità, per Bartov tacerlo significa tradire il principio universale che da quella tragedia dovrebbe derivare: mai più, per nessuno.
Intanto, sul terreno, i fatti sembrano muoversi più velocemente delle definizioni. Le immagini di bambini denutriti e ospedali distrutti alimentano la percezione di una catastrofe umanitaria. E la domanda, inevitabile, è se la memoria dell’Olocausto possa ancora essere una bussola morale per orientarsi in un presente dove la sofferenza è globale e frammentata.
In questo articolo, dedicato alla soluzione dei due Stati, ricordavamo come la politica israeliana degli ultimi vent’anni abbia eroso le basi stesse di una coesistenza possibile. In questo contesto, il dibattito tra storici appare come un riflesso di un disorientamento più vasto. Lo smarrimento di un mondo che non sa più distinguere tra difesa e punizione, tra guerra e annientamento.
Forse, come scriveva lo stesso Goda, “ogni epoca ha il suo linguaggio del male, e il compito dello storico non è usarlo come arma, ma comprenderlo.” O forse, come ribatte Bartov, “comprendere senza giudicare equivale a giustificare.”







