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Le conseguenze della malnutrizione infantile a Gaza

Quando il cibo scompare, il corpo di un bambino inizia a consumarsi dall’interno. Prima spariscono le riserve di grasso, poi tocca ai muscoli, infine agli organi vitali. È un processo lento e crudele che porta alla letargia, al collasso del sistema immunitario, fino all’arresto cardiaco. Anche quando non uccide, la malnutrizione lascia segni permanenti: ossa fragili, crescita rallentata, danni neurologici e una predisposizione a malattie croniche come diabete e problemi cardiovascolari.

Nella Striscia di Gaza, questo non è più uno scenario ipotetico ma un fatto quotidiano. Secondo i dati dell’Integrated Food Security Phase Classification, i livelli di malnutrizione tra i bambini hanno raggiunto il punto più alto dall’inizio della guerra. E quest’estate, per la prima volta, un panel internazionale di esperti di sicurezza alimentare ha dichiarato ufficialmente lo stato di carestia a Gaza City.

I medici descrivono scene che ricordano manuali di medicina d’emergenza. «Abbiamo bambini che arrivano scheletrici, altri con arti gonfi per la ritenzione di liquidi» – ha raccontato Sharif Matar, pediatra all’ospedale Al-Rantisi – «Molti non riescono nemmeno a mangiare: masticare richiede un’energia che non hanno più». Le infezioni più banali diventano letali. Una ferita che non cicatrizza, una febbre che in altre condizioni si sarebbe risolta da sola, qui diventano il colpo finale.

Gli aiuti alimentari, bloccati per undici settimane consecutive nei primi mesi del 2025, hanno ricominciato a entrare a maggio. Ma non bastano. E a luglio, il consumo di cibo ha toccato il livello più basso dall’inizio del conflitto. Israele afferma di aver aumentato le consegne, ma le Nazioni Unite e le ong sul campo sostengono che la quantità rimane insufficiente per coprire i bisogni minimi.

Il risultato è che i bambini più vulnerabili subiscono i danni irreversibili della fame. Alcuni riescono a riprendersi grazie al latte terapeutico e agli alimenti arricchiti forniti dall’OMS, ma le scorte non sono sufficienti. «Dobbiamo razionare» – spiega ancora Matar – «Scegliere chi può ricevere il latte speciale e chi no. È una decisione che nessun medico dovrebbe mai prendere».

Gli ospedali della Striscia non sono preparati. Fino a pochi mesi fa i medici non avevano mai visto una crisi di malnutrizione acuta di questa portata. Molti stanno frequentando corsi d’emergenza organizzati dall’OMS, e altri cercano linee guida online tra un turno e l’altro. Alcuni bambini salvati con latte terapeutico vengono dimessi e tornano nei campi profughi, solo per tornare in ospedale nelle stesse condizioni una settimana dopo.

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Un bambino in cura per malnutrizione presso l’ospedale pediatrico al-Rantisi | Foto: Saher Alghorra

Jamil Suleiman, direttore dell’ospedale Al-Rantisi, ha parlato di «una generazione compromessa»:

Ogni bambino che vediamo è una vita spezzata non solo oggi, ma anche domani. Anche quelli che sopravvivono rischiano di crescere con disabilità permanenti.

Dal lato israeliano, la narrativa è diversa. L’ufficio di Netanyahu ha definito “una menzogna” la dichiarazione di carestia a Gaza City, sostenendo che i dati internazionali non terrebbero conto degli sforzi compiuti per aumentare la quantità di cibo inviata. Ma sono i dati a smentire questa narrazione.

Secondo il rapporto dell’ONU, solo nelle prime due settimane di agosto quasi 6mila bambini su 58mila esaminati presentavano segni di malnutrizione acuta. Numeri che, pur rappresentando una parziale fotografia, danno la misura di un’emergenza che non può essere ridotta a propaganda.

La malnutrizione infantile non è solo un problema del presente. È anche un danno per il futuro. Bambini che oggi sopravvivono a stento rischiano di diventare adulti con gravi limitazioni fisiche e cognitive. «Ogni centimetro perso nella crescita di un bambino è un pezzo di futuro che scompare», ha spiegato un medico di Khan Younis.

Per un adulto, il cibo è energia per affrontare la giornata. Per un bambino, è molto di più: è il mattone su cui si costruiscono ossa, muscoli, cervello e speranze. E a Gaza, oggi, quel mattone manca.

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