Armand Duplantis ai Campionati mondiali di atletica leggera di Tokyo
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La matematica dei limiti. Perché i record mondiali sembrano essere sempre più difficili da battere?

Ai Campionati mondiali di atletica di Tokyo, conclusi poco più di un mese fa, lo stadio era una cattedrale di rumore quando Armand “Mondo” Duplantis, stringendo l’asta come un’estensione del proprio corpo, prendeva slancio sulla pedana e, per un istante, sembrava sospendere le leggi della gravità. Quando è ricaduto sul materasso, il tabellone segnava 6,30 metri, nuovo record del mondo. È il quattordicesimo della sua carriera, il terzo titolo iridato consecutivo. In un’epoca in cui molti primati resistono da decenni, il giovane svedese continua a spostare più in alto la soglia del possibile.

Ma non tutti gli sport raccontano la stessa storia. Nel salto con l’asta, nel ciclismo o nel nuoto, la tecnologia, la scienza dell’allenamento e la biomeccanica permettono ancora piccoli miracoli (per un approfondimento, Big data, gallerie del vento e barrette: la nuova ricetta per vincere il Tour). In altre discipline, invece, sembra che l’umanità abbia raggiunto il proprio soffitto biologico. Il record mondiale del salto in lungo maschile, fissato da Mike Powell nel 1991 (8,95 metri, sempre a Tokyo) non è mai stato superato. Forse perché, semplicemente, non può esserlo.

C’è un termine che gli statistici usano per descrivere questi fenomeni: stazionarietà. Significa che, in un sistema maturo, la media delle prestazioni non cambia più in modo significativo. Gli atleti continuano a gareggiare, ma i margini di progresso si assottigliano fino a dipendere dal caso. Una folata di vento favorevole, una pedana perfetta, una notte di sonno migliore: dettagli infinitesimali che decidono il destino di un record.

Per capire come e perché accada, la matematica può offrire una lente sorprendentemente chiara. In un sistema stazionario — uno in cui la media delle prestazioni non cambia — i record non scompaiono, ma diventano rari. È come osservare le piogge annuali di cento città nel mondo: il primo anno segna sempre un primato; il secondo, in media, lo farà in metà dei casi; il terzo, solo in un terzo. Dopo un secolo, ci si aspetta cinque record.

Questa progressione, nota come serie armonica, cresce all’infinito, ma sempre più lentamente. È la legge dei limiti in cui anche in un mondo fermo, i record continueranno a esistere, solo che, con il passare del tempo, arriveranno sempre più di rado.

Se in uno sport “stazionario” i record si rarefanno, in un sistema in mutamento dovrebbero invece moltiplicarsi. È ciò che accade al clima terrestre, ad esempio. Negli ultimi decenni, i record di caldo si susseguono a ritmo crescente, mentre quelli di freddo si fanno eccezionali. Gli scienziati parlano di record ratio: il rapporto tra quante volte un primato viene battuto e quante volte, teoricamente, dovrebbe esserlo in un mondo stabile. Per le temperature elevate, questo rapporto ha superato quota sei nel 2024, l’anno più caldo mai registrato. Significa che i record di caldo si verificano sei volte più spesso di quanto accadrebbe in un clima in equilibrio.

Per il freddo, al contrario, il record ratio è crollato sotto lo 0,5, ciò significa che i record di gelo sono meno della metà di quelli attesi in un clima stazionario. È la dimostrazione numerica del riscaldamento globale, scritta non nei modelli ma nella frequenza dei primati atmosferici.

Anche se nell’atletica moderna non esistono dati sufficienti per stabilire con certezza se una disciplina abbia raggiunto la stazionarietà, gli indizi si moltiplicano. Le prestazioni nei 100 metri, nella maratona o nel salto in lungo sembrano ormai oscillare intorno a un tetto biologico. Alcuni studiosi sostengono che l’umanità sia vicina al proprio limite fisico; altri, al contrario, credono che nuove tecnologie o nuovi atleti eccezionali possano ancora spostare l’asticella.

La storia recente offre esempi in entrambe le direzioni. Nel nuoto, il bando dei costumi in poliuretano nel 2010 pose fine a una valanga di record, ma i progressi tecnici hanno lentamente riaperto margini di miglioramento. Nel salto in lungo, invece, le cifre restano congelate; come il record di 7,52 metri di Galina Čistjakova nel 1988 che è ancora intoccabile.

Ci sono poi gli atleti che sfidano le statistiche. Katie Ledecky, la nuotatrice americana più decorata della storia, ha battuto sedici record mondiali. Duplantis, con quattordici primati, appartiene alla stessa specie rara di quegli individui che sembrano smentire le leggi della probabilità. Le eccezioni che confermano la regola.

Ai Mondiali di Tokyo, le temperature sfioravano i 35 gradi, e tre quarti degli atleti hanno dichiarato che il caldo e l’umidità hanno compromesso le loro prestazioni. Persino Sebastian Coe, il presidente della World Athletics, ha ammesso che il cambiamento climatico potrebbe presto costringere l’atletica a rivedere la propria stagione estiva.

E in un certo senso, la matematica dei record e la fisica del Pianeta raccontano la stessa storia. Laddove il mondo naturale accelera, la fisiologia umana rallenta. Il clima diventa sempre più estremo, mentre i corpi degli atleti si avvicinano ai propri limiti.

Ogni record, in fondo, è un anacronismo. È l’attimo in cui il corpo, la tecnica e la fortuna si allineano per un istante irripetibile. Ma ogni nuovo primato porta con sé la consapevolezza che il prossimo sarà più difficile, forse impossibile.

La matematica lo aveva previsto, ma la storia continua a sorprenderci. Duplantis, Ledecky, Bolt. I loro gesti sospendono la logica, piegano la curva del possibile. Forse il futuro vedrà sempre meno record, ma proprio per questo ciascuno di essi continuerà a incarnare ciò che lo sport, e in fondo la vita, cercano da sempre: quel momento in cui il mondo, anche solo per un secondo, sembra superare se stesso.

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