guerra del peloponneso

La guerra del Peloponneso

Poiché la catastrofe fu così immane che gli uomini, non sapendo cos’altro sarebbe loro successo, divennero indifferenti a ogni religione e a ogni legge.

Tucidide

La guerra del Peloponneso non comincia con uno squillo di trombe, ma con un lento addensarsi di timori. Nel racconto di Tucidide la causa profonda è l’ascesa di Atene e l’inquietudine spartana. Attorno a questa escalation si innestano incidenti e frizioni – Corcira, Potidea, il decreto contro Megara – che offrono l’alib a un conflitto già scritto nella struttura del potere greco. Quando, nella primavera del 431 a.C., un manipolo tebano piomba su Platea dando vita alla catena delle ostilità, quasi tutto il mondo ellenico viene trascinato dentro un vortice che durerà ventisette anni. Non sarà un duello cavalleresco. Sarà una guerra totale, fatta di assedi, tagli di rifornimenti, rivolte interne, spostamenti di intere popolazioni. Sarà, soprattutto, una prova estrema per il linguaggio della storia.

Le origini della guerra

Atene ,dopo la vittoria con contro i Persiani e con il beneplacito di Sparta, si era fatta custode della libertà ellenica; ma, nel giro di pochi decenni, da alleanza difensiva la Lega di Delo divenne un impero. Il tributo che le città versavano per la difesa comune fu trasferito sull’Acropoli, la flotta comune divenne strumento ateniese e il potere marittimo della polis superò quello di ogni altra potenza.

Sparta, chiusa e austera, guardava con diffidenza questo protagonismo crescente. L’alleanza tra le due potenze, cementata nel 446 dalla pace trentennale, era un equilibrio precario. Tant’è che come scrive Tucidide, «la cagione in realtà verissima, ma sempre taciuta, che rese inevitabile la guerra, fu a parer mio Atene cresciuta a grandezza, che impauriva i Lacedemoni» (I, 23). È una formula di straordinaria modernità, che distingue tra cause immediate e cause profonde; non un incidente, ma un lento accumulo di diffidenze sistemiche.

Gli episodi che precedono lo scontro sono solo scintille. Corcira, colonia corinzia alleata di Atene, chiede aiuto contro la madrepatria; a Potidea, anch’essa colonia di Corinto ma membro della lega ateniese, gli attici vietano ogni relazione con i corinzi; e Megara, alleata di Sparta e Corinto, viene colpita da un decreto che le vieta di commerciare nei porti dell’impero ateniese. Tutti questi conflitti marginali, osserva Tucidide, sarebbero potuti essere risolti, ma fu l’impazienza degli alleati spartani, più che della città lacedemone stessa, a rendere la guerra inevitabile.

tucidide
Tucidide (460 a.C. circa – 400 a.C.?)

Le fasi del conflitto

La prima fase della guerra, conosciuta come archidamica dal re spartano Archidamo II, non è solo un confronto militare, ma l’urto di due civiltà politiche opposte. Da una parte Atene, potenza marittima, fondata sul commercio e sulla partecipazione civica; dall’altra Sparta, società chiusa, terriera, ossessionata dall’ordine e dal controllo. Lo scontro tra queste due anime del mondo greco non poteva che accadere. Non una guerra per errore, ma per necessità storica.

Pericle, lo stratego che incarna la lucidità politica di Atene, comprende che non può vincere in uno scontro militare contro i leggendari spartiati. La città deve rinunciare all’orgoglio di vendicare le proprie terre saccheggiate e rifugiarsi dietro le sue mura, difendendo il mare come propria patria mobile. In un passo del suo celebre discorso, Tucidide mette in bocca a Pericle la certezza di un destino diverso: «Il nostro governo non imita le leggi degli altri: siamo piuttosto noi a servire d’esempio. Si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di pochi, ma di tutti» (II, 37). È la dichiarazione di una fiducia che precede la caduta.

La strategia periclea — lasciare che l’Attica venga devastata, ma conservare la flotta e la libertà del mare — funziona sul piano militare e fallisce su quello umano. Atene si chiude dentro le Lunghe Mura, stipata di contadini, animali e paure. Nel secondo anno di guerra, la peste esplode come una sentenza. Tucidide, che ne fu testimone e malato, ne lascia una descrizione che non ha eguali nella storiografia antica. «Nessuna parola potrebbe bastare per dire l’orrore di ciò che accadde, e chi non ne fu testimone non può crederci» (II, 50).

Nonostante tutto, Atene resiste. Punisce Mitilene, cattura vivi gli spartiati a Sfacteria — un evento che Tucidide registra con la misura di chi sa che la vergogna spartana avrà eco profonda — e occupa Citera, minacciando il cuore del Peloponneso. Ma la fortuna cambia direzione. L’iniziativa di Brasida nel nord ribalta il fronte e segna la fine della supremazia ateniese. Il disastro di Delio e la morte di Cleone e dello stesso Brasida ad Anfipoli aprono la via alla pace di Nicia (421 a.C.), che Tucidide descrive senza illusioni: non una vera riconciliazione, ma «una tregua dettata dalla stanchezza di entrambe le parti».

Infatti, la pace dura poco. Alcibiade, il “genio inquieto” che incarna la nuova generazione dell’aristocrazia ateniese, riaccende la guerra con la visione di un impero occidentale. È l’inizio della fase intermedia. La Sicilia è, insieme, miraggio e minaccia. Nelle sue parole, riportate da Tucidide, si percepisce l’energia di chi scambia l’ambizione per destino: «Siamo uomini che, con la libertà e la potenza, possiamo permetterci di rischiare» (VI, 18). Ma la spedizione del 415 a.C. contro Siracusa si trasforma in tragedia. La mutilazione degli Ermi, l’accusa ad Alcibiade, la sua fuga a Sparta, la resistenza di Siracusa e la lentezza superstiziosa di Nicia («Nicia, che aveva in sé troppa religione e poca intelligenza, rinviò la partenza e così perse ogni via di scampo» –VII, 50) sono tutti eventi di una debacle che prenderà piena forma lungo il fiume Assinaro, dove gli Ateniesi vengono sterminati. «Quella notte e quel giorno videro cose che mai più gli uomini potrebbero sopportare», scrive Tucidide, con la misura di chi capisce che l’orrore può essere raccontato solo trattenendolo.

Dopo la disfatta siciliana, la guerra si sposta in casa. Sparta occupa Decelea, strangolando l’Attica, mentre la Persia entra nel vivo del gioco, capovolgendo il peso finanziario che aveva retto Atene per decenni. È la fase, quella deceleica, che Tucidide avrebbe raccontato fino alla fine se la morte non lo avesse fermato. La democrazia ateniese crolla e risorge più volte: il colpo di stato dei Quattrocento, il governo temperato dei Cinquemila e il ritorno dell’assemblea popolare. In mare, Atene mostra ancora lampi di genio – Cinossema, Abido, Cizico – ma la parabola è discendente.

Con Lisandro, la guerra trova il suo esecutore. Lo spartano non è un guerriero d’altri tempi, ma un navarco lucido, capace di usare il denaro persiano come arma. A Egospotami (405 a.C.) distrugge la flotta ateniese mentre è in secca, e così l’anno seguente, Atene, affamata, si arrende. Le mura vengono abbattute “al suono dei flauti”, scrive Senofonte, e molti pensarono che «quel giorno segnasse l’inizio della libertà per la Grecia». Fu invece l’inizio della sua disillusione.

Tucidide non visse abbastanza per narrare l’epilogo, ma lo aveva già previsto. Quando descrive la peste o la stásis di Corcira, parla in realtà della Grecia intera, del punto in cui la civiltà più lucida del mondo comincia a dubitare di sé.

La temerarietà fu considerata coraggio, la prudenza codardia, la moderazione maschera dell’impotenza.

(III, 82)

La brutalità della guerra

Allora, dunque, le città furono in preda alle sedizioni, e quelle che lo furono dopo, informate degli avvenimenti precedenti, fecero grandi progressi nel mutare i sentimenti in peggio, sia mediante l’accuratezza mostrata nelle imprese sia mediante le vendette eseguito in modo inaudito.

(III, 82)

La guerra del Peloponneso non fu solo uno scontro tra potenze. Fu un conflitto totale, che penetrò nel tessuto delle città e ne sovvertì i valori. Tucidide, che ne fu testimone e cronista, lo scrive senza pathos ma con una lucidità devastante: «Mai prima d’allora — afferma — la Grecia fu travolta da simili sofferenze; mai ci furono tante stragi, tanta violenza privata e pubblica» (III, 81).

La destabilizzazione politica cominciò dall’inizio. Nel 433 a.C., l’antagonismo tra l’oligarchica Corinto e la democratica Corcira — l’attuale Corfù — accese la prima miccia del conflitto. Due città legate da vincoli di sangue e da interessi opposti si affrontarono in mare, e la battaglia si trasformò in una guerra civile ante litteram. Corcira era colonia di Corinto, ma si ribellò al controllo della metropoli: quando i Corinzi, dopo i primi anni del conflitto, rilasciarono duecentocinquanta prigionieri corciresi, molti di loro rientrarono sull’isola convertiti all’oligarchia. Organizzarono una congiura, assoldarono ottocento mercenari e, una notte, irruppero nel Consiglio uccidendo sessanta democratici.

Tucidide descrive l’episodio con una precisione che lascia il lettore senza difese. Il popolo, in fuga, si rifugia sull’acropoli; gli oligarchici occupano l’agorà, i campi si riempiono di emissari in cerca di alleati. Entrambe le fazioni arruolano schiavi promettendo libertà, e perfino le donne si uniscono alla battaglia: «Scesero in campo ardite — scrive Tucidide — scagliando tegole dai tetti e superando in prodezza la loro stessa natura» (III, 74). Quando la fazione democratica prevale, gli sconfitti, prima di cadere, danno fuoco alle proprie case, in un delirio che prefigura la fine di un mondo.

Segue una repressione spietata. Chiunque sia sospettato di simpatizzare per gli oligarchi viene giustiziato; i debitori uccidono i creditori per cancellare i propri debiti; la legge scompare, sostituita dalla vendetta. Quattrocento avversari trovano rifugio nel tempio di Era, ma anche quel luogo sacro è profanato.

Ché il padre accoltellava il figlio; e alcuni venivano trascinati fuori dal tempio e furono uccisi accanto ad esso; altri infine morirono perché erano stati murati dentro il tempio di Dionisio.

(III, 81)

Alcuni si impiccano agli alberi, altri si trafiggono con le frecce dei nemici. Due anni dopo, gli ultimi oligarchici, traditi da un inganno, vengono rinchiusi in un edificio e uccisi sotto una pioggia di tegole e frecce. È la guerra di tutti contro tutti: la stásis, la lacerazione dell’anima greca.

Ma Corcira non è un’eccezione. In pochi anni, la brutalità diventa regola. Nel 428 a.C., la città di Mitilene, principale centro dell’Asia Minore, si ribella ad Atene. L’assedio dura un anno e la fame trasforma la ribellione in tragedia. Quando la città cade, il leader ateniese Cleone propone di sterminare tutti gli uomini e ridurre in schiavitù donne e bambini. La mozione passa, le navi partono con l’ordine di eseguire la strage. Solo il giorno dopo, grazie a Diodoto, la fazione moderata ottiene un nuovo dibattito e la decisione viene revocata. Le triremi salpano in senso opposto e raggiungono la l’isola all’ultimo momento, quando la prima flottiglia era già pronta a uccidere.

E subito inviarono in gran fretta un’altra trireme, perché non trovassero Mitilene distrutta nel caso in cui fosse arrivata prima l’altra trireme, che la precedeva di circa una notte e un giorno. Siccome gli ambasciatori mitilenesi prepararono vino e farina per la nave, e fecero grandi promesse se fosse arrivata prima, si verificò un tale ardore nella navigazione che mentre remavano mangiavano focacce impastate di vino e olio, e gli uni dormivano a turno, gli altri remavano.

(III, 49)

La stessa spietatezza ritorna nel dialogo dei Meli (416 a.C.), uno dei momenti più alti e terribili della Storia. Gli abitanti dell’isola di Melo, colonia spartana, chiedono di restare neutrali. Gli Ateniesi li convocano per “ragionare”. Ne nasce una conversazione senza gloria, dove la diplomazia cede alla legge del più forte. «Il diritto — dicono gli ambasciatori ateniesi — vale solo tra uguali; tra chi comanda e chi obbedisce, la regola è che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono» (V, 89).

L’assedio dura pochi mesi. Alla fine, gli uomini di Melo vengono uccisi, le donne e i bambini venduti come schiavi, e l’isola ripopolata con cinquecento coloni ateniesi. L’eco dell’eccidio attraversa i secoli.

Così, tra Corcira e Melo, la guerra del Peloponneso diventa un laboratorio di disumanità. Nelle città, le fazioni si alternano tra vendetta e paura; negli eserciti, la violenza si fa norma; nell’animo dei Greci, la libertà si riduce a un nome senza contenuto. Tucidide osserva tutto questo senza invocare dèi né destini; vede negli uomini, e solo negli uomini, le cause del loro disastro. È questa la sua modernità: la capacità di raccontare la barbarie non come eccezione, ma come possibilità inscritta nella natura umana.

La dissoluzione della Grecia

Dopo il disastro di Siracusa (413 a.C.), Atene si ritrova in ginocchio: meno della metà dei soldati e dei rematori era sopravvissuta, la flotta ridotta a un centinaio di navi e il tesoro esaurito. Nelle città alleate – Eubea, Chio, Lesbo, Rodi, Mileto, Efeso – le fazioni oligarchiche si sollevano contro il potere ateniese, fiutando la fine dell’impero. Ma nessuna di queste rivolte avrebbe potuto avere successo senza l’intervento di Sparta, che, priva di una vera flotta, chiede aiuto alla Persia. È il denaro dei satrapi, più che la lancia spartana, a rendere possibile il contagio della ribellione e a tingere di sangue le strade delle poleis.

Nel frattempo, la democrazia ateniese vive una crisi profonda. La peste, la guerra e l’esilio dei migliori hanno logorato il corpo civico. Le hetairíai, circoli aristocratici che sognavano un ritorno all’ordine antico, guadagnano influenza. Gli oligarchici sostengono che la città non possa più essere governata dalla moltitudine, ma da “uomini di valore”, preparati e rispettati, capaci di imporsi senza dover patire “le velleità della massa radunata nell’assemblea”. È l’eco di un pensiero antico, ma anche la premessa di un colpo di Stato.

Come racconta Tucidide, il terrore diventa strumento politico: «Bastava che qualcuno dissentisse, ed eccolo soppresso all’istante […] né la giustizia apriva un’inchiesta sugli esecutori del crimine, o spiegava la sua autorità repressiva nel caso che nascessero indizi, anche fondati. Il popolo stava ritirato: e gravava così sinistro un clima di terrore, che si poteva ben rallegrare […] chi non pativa qualche infortunio» (VIII, 66).

Nel giugno del 411 a.C. un gruppo di oligarchici armati fa irruzione nell’Assemblea e proclama la fine della democrazia: nasce il governo dei Quattrocento. Per mitigare la tensione, viene creato un corpo di segretari incaricati di redigere la lista dei Cinquemila, cittadini abbastanza ricchi da potersi pagare un’armatura da oplita e quindi degni di partecipare alla vita politica. È un modo per escludere i più poveri, che servono come rematori nella flotta, ma anche per contenere l’estremismo dei Quattrocento.

Durante l’estate si teme una guerra civile: la flotta ateniese di stanza a Samo, fedele alla democrazia, minaccia di tornare a combattere i nuovi governanti. Ma la fazione moderata prevale, e in settembre viene istituito il governo dei Cinquemila, che resta al potere per dieci mesi. Tucidide, sempre avaro di elogi, lo definisce «una temperata fusione di istituti oligarchici e democratici» (VIII, 97, 2). Dopo la vittoria navale di Cizico (410 a.C.), la democrazia viene restaurata pacificamente, senza vendette.

Ma la tregua dura poco. Dopo la sconfitta di Egospotami, Sparta marcia su Atene. Gli Spartani impongono un governo fantoccio di trenta uomini, un’oligarchia spietata che è passata alla storia come quella dei Trenta Tiranni. I beni dei cittadini vengono confiscati, i sospetti eliminati, gli oppositori esiliati o giustiziati. «Chi non pativa un male si riteneva fortunato», scrive ancora Tucidide. Dopo otto mesi, l’odio popolare però esplode, la resistenza democratica torna in città e rovescia i tiranni.

La guerra ha dissolto non solo l’impero, ma la fiducia nella stessa democrazia. Per Tucidide, la crisi della Grecia non è militare ma morale. I partiti, democratici o oligarchici, parlano di libertà o di “governo dei migliori”, ma dietro le parole si nasconde la stessa brama di potere.

Dopo ventisette anni di guerra, la Grecia non conquista una libertà più piena, ma cambia solo padrone. Sparta domina con l’aiuto della Persia, arbitro interessato di un mondo esausto. Atene, privata dell’impero, che conserva la voce più limpida della sua cultura – il teatro, la filosofia, la storiografia – negli anni successivi, si riprenderà abbastanza velocemente al punto da creare una nuova lega delio-attica, ma i fasti dell’impero rimarranno solo un amaro ricordo e motivo di lamento nei discorsi dei retores, come Demostene, che nel IV secolo saranno i veri protagonisti della politica ateniese.

L’arte difficile di dire il vero

La mancanza del favoloso in questi fatti li farà apparire, forse, meno piacevoli all’ascolto, ma se quelli che vorranno investigare la realtà degli avvenimenti passati e di quelli futuri (i quali, secondo il carattere dell’uomo, saranno uguali o simili a questi), considereranno utile la mia opera, tanto basta. Essa è un possesso che vale per l’eternità più che un pezzo di bravura, da essere ascoltato momentaneamente.

(I, 22)

Tucidide non scrive per intrattenere, ma per lasciare un’eredità che resista al tempo. Quando la guerra inizia, è ancora giovane — nato probabilmente intorno al 460 a.C. — ma nel 424 è già stratego, con l’esperienza e l’età necessarie per comandare. Proprio allora commette l’errore che gli costerà l’esilio. Nelle sue pagine non cerca giustificazioni; registra il fatto con la consueta freddezza e aggiunge solo che la lontananza gli offrì una posizione privilegiata per osservare entrambi i fronti. Le miniere di famiglia in Tracia gli garantirono i mezzi per vivere e lavorare, ma non fu mai interessato a raccontare il mestiere dello storico. Nel testo non spiega come raccoglieva le informazioni, non cita fonti, non rivendica la presenza diretta se non in due episodi: la peste di Atene e la campagna di Anfipoli. Alcuni dettagli fanno pensare a una rete di informatori, ma i contorni restano sfocati. Era in assemblea quando Cleone e Diodoto si confrontarono sul destino di Mitilene? Chi gli raccontò la concitata discussione dei generali in Sicilia? Non lo sappiamo. Ci resta solo il metodo.

Un metodo fondato sulla diffidenza verso i testimoni e sulla consapevolezza dei limiti della percezione. «Gli uomini vedono e ascoltano ciò che vogliono credere», sembra suggerire. La memoria tradisce, l’udito distorce, l’emozione altera. Per questo Tucidide abbandona la leggerezza narrativa di Erodoto e costruisce un linguaggio che si piega alla necessità della precisione. Le sue frasi si avvolgono su se stesse, cariche di subordinate, come se solo la complessità della forma potesse restituire quella degli eventi. Invece delle cronologie civiche, frammentarie e locali, inventa una misura nuova del tempo. È un gesto di modernità assoluta, un modo per costruire una griglia che ordini la simultaneità del caos. Dove altri cercavano un presagio, Tucidide cerca una connessione.

Soprannaturale e caso restano sullo sfondo. Gli uomini non controllano tutto, ma ciò che accade è, per quanto possibile, spiegabile secondo cause umane. La peste di Atene è il paradigma. Non una digressione lugubre, ma il laboratorio in cui la malattia diventa fenomeno sociale, crisi di leggi, dissoluzione dei legami, mutamento della psicologia collettiva. L’orrore non è mai fine a se stesso. Serve a mostrare come la città, stretta nelle Lunghe Mura e ferita dalla morte di Pericle, cambi abitudini, parole e giudizi morali.

Tucidide compone un testo che non rassicura. L’opera ci è arrivata incompiuta e, in alcuni passaggi, inquieta. Ci sono sezioni che devono essere state rielaborate tardi, dopo il 404, quando la prospettiva sulla durata e sulla natura della guerra era ormai compiuta. Ci sono pagine – la spedizione in Sicilia, per esempio – che danno l’impressione di essere state scritte di getto, a poca distanza dagli eventi. Ci sono discorsi attribuiti ai protagonisti che non sono stenografie, ma ricostruzioni del probabile. C’è una riflessione sulla Persia, quasi invisibile all’inizio, che acquista peso via via che la guerra cambia geografia e finanza.

Lo stile è la strategia formale di un autore che tenta di catturare la precisione dell’agire umano con la sola arma della sintassi. Periodi che si avvitano, proposizioni subordinate che si stringono fino a togliere il respiro, tempi verbali calibrati per rendere simultaneità e retroazioni.

Sulla religione, Tucidide è gelido senza essere sacrilego. Registra oracoli e presagi perché hanno effetti politici, non perché portino verità. Contano le conseguenze, non la giustezza del responso. In mare, una tempesta può decidere una battaglia e lui lo dice e si ferma lì. Il caso ha parte negli eventi, ma non nell’interpretazione.

Perché scrivere

I Greci avevano già un passato, ma lo avevano per lo più in forma di mito. La storia, come disciplina rigorosa, nasce quando la politica la pretende. Se uomini comuni devono deliberare su guerra e pace, su denaro e alleanze, hanno bisogno di un racconto che non sia un poema. Tucidide non ci consegna un manifesto su che cosa sia la storia, e tuttavia il libro intero funziona come una risposta. Vale la pena dedicare la vita a narrare una guerra con esattezza perché solo così il futuro potrà riconoscere, in situazioni diverse, le stesse dinamiche. Non accetta di consolare, non pretende di edificare. Propone un possesso per sempre perché offre un atlante di cause, paure, ambizioni ed errori ripetibili (ed evitabili).

Si è detto che, se avesse vissuto più a lungo, avrebbe rivisto le prime pagine alla luce dell’ultima fase, ritarando il peso della Persia, limando dissonanze, dando respiro a ciò che nell’ottavo libro resta scheletrico. Forse. Quel che resta a noi è un’opera che porta il segno del cantiere e insieme l’impronta del classico. Un libro scritto in guerra, rieditato dopo la sconfitta, capace di tenere sullo stesso piano il dato militare e lo sfilacciarsi dei costumi, la diplomazia e il vocabolario, il calcolo e la febbre.

La guerra del Peloponneso finisce e non finisce. Le mura cadono, i Trenta sono rovesciati, la democrazia torna. La Grecia, però, ha imparato un’arte pericolosa. Ha capito che si può trasformare la politica in guerra civile, che si può spegnere la voce del diritto in nome dell’emergenza, che si può chiamare necessità ciò che è soltanto paura.

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