Pentecontetia

La Pentecontetia, i cinquant’anni che prepararono la Guerra del Peloponneso

Anche se per la storiografia classica la battaglia di Micale (479 a.C.) segna la fine delle guerre persiane, la realtà fu ben più complessa. La minaccia persiana era tutt’altro che scomparsa e la fragile alleanza greca guidata da Sparta si ritrovò ad affrontare problemi enormi, senza precedenti né strutture istituzionali in grado di supportare decisioni condivise. Va ricordato che i greci non vivevano quegli anni con la sicurezza che solitamente accompagna i vincitori. L’instabilità era palpabile.

Uno dei primi dilemmi fu quello che ogni dopoguerra porta con sé: come trattare coloro che durante il conflitto avevano scelto di schierarsi con il nemico? Alcuni – gli Spartani e forse inizialmente anche gli Ateniesi – proposero una soluzione radicale: scambiare le terre dei medizzati con quelle dei Greci d’Asia, salvando questi ultimi dal vivere sotto la costante minaccia persiana e, implicitamente, “premiando” chi aveva scelto la via della sottomissione. Una proposta tanto crudele quanto irrealizzabile che presto venne accantonata e i Greci d’Asia così restarono nelle proprie case, e vi rimasero per oltre duemila anni, fino al 1923.

Il secondo grande problema era proprio quello del futuro della guerra: cosa fare con i contingenti ancora mobilitati, soprattutto la flotta? Per circa un anno le operazioni militari continuarono quasi per inerzia. Pausania, il reggente spartano vincitore a Platea, guidò la flotta a Cipro e poi prese Bisanzio. Ma il suo comportamento, arrogante e autoritario, provocò malumori tra gli alleati. Nonostante le accuse di intesa con i Persiani non fossero dimostrate, Sparta preferì non riconfermarlo. Atene fu allora spinta dagli altri alleati a prendere in mano la situazione. E fu proprio grazie al suo impegno che, nell’inverno del 478/477, venne conquistata Sesto, l’episodio che chiude le Storie di Erodoto.

Atene e Sparta dopo le guerre persiane

Nel frattempo, gli Ateniesi cercavano di tornare alla normalità. Come scrive Tucidide:

Una volta che i barbari se ne furono andati dal loro territorio, le autorità disposero l’immediato rientro in Attica dei figli, mogli e beni superstiti dai luoghi dove li avevano nascosti.

Decine di migliaia di persone rientravano in una città devastata, pronte a ricostruire le case, riattivare l’economia, ripartendo quasi da zero.

In questo contesto si inserisce l’episodio della ricostruzione delle mura. Tucidide racconta come Temistocle, leader indiscusso del momento, orchestrò una vera e propria messinscena per aggirare le richieste spartane. Questi, temendo il rafforzamento di Atene e delle altre poleis, volevano impedire che le città al di fuori del Peloponneso ricostruissero le loro difese. Temistocle non si oppose frontalmente, ma avviò negoziati, ritardò le risposte, mandò ambascerie, in sintesi: prese tempo. Intanto, gli Ateniesi lavoravano giorno e notte per rimettere in piedi le mura, e quando gli Spartani se ne accorsero, era ormai troppo tardi.

A Sparta, la figura dominante era Pausania. Dopo il trionfo di Platea, il suo comportamento divenne via via più ambiguo. Le fonti ce lo descrivono come ambizioso, superbo, sempre più malvisto dagli alleati e dagli stessi spartani. Le accuse che lo colpirono furono gravi: collusione con i Persiani e contatti con gli iloti per sovvertire l’ordine sociale. Quando, attorno al 470, venne richiamato a Sparta per essere processato, cercò rifugio nel tempio di Atena. Le autorità spartane non esitarono a murarlo vivo dentro il tempio e ad estrarlo poco prima che morisse, per non contaminare il luogo sacro. Le prove contro Pausania erano fragili, forse costruite ad arte, ma il suo profilo individualista mal si conciliava con l’austerità spartana. Il suo destino riflette le tensioni interne della società lacedemone, divisa tra l’ideale di uguaglianza degli Omòioi (gli “Uguali”), e le spinte di cambiamento incarnate da chi, come lui, aveva visto il mondo e ne era rimasto sedotto. A Sparta prevalse la linea del conservatorismo, che vedeva la prosecuzione della guerra come una fonte di corruzione, oltre che di sforzi economici inutili.

Nel frattempo, Atene guardava altrove. Temistocle, Aristide e Cimone dominarono la scena politica. Il primo, stratega visionario, intuì fin dagli anni Ottanta che il futuro di Atene era nel mare. Fu lui a volere la flotta finanziata con l’argento del Laurion, fu lui a guidare la strategia di Salamina, e fu ancora lui a voler ricostruire subito le mura. Poi, la caduta in disgrazia, l’ostracismo, l’esilio, l’enigmatica fuga in Persia. Un destino quasi speculare a quello di Pausania.

Cimone e la democrazia radicale di Efialte e Pericle

Temistocle aveva un rivale altrettanto celebre: Aristide, il cui nome le fonti legano la nascita della Lega di Delo. Ma dopo la vittoria contro i Persiani, le sue tracce si perdono, lasciando spazio a una nuova figura destinata a dominare la scena ateniese. Si tratta di Cimone, figlio del grande Milziade, più giovane di Temistocle e Aristide, e destinato a guidare la politica di Atene per oltre un decennio, fino al suo ostracismo nel 461. Cimone incarnava il perfetto aristocratico: paternalista verso il popolo, legato ai valori tradizionali, amante del lusso, generoso e patriottico. Il tratto che più lo contraddistingueva sul piano politico era però l’amicizia con Sparta, tanto da dare a uno dei suoi figli il nome di Lacedemonio.

In quegli anni, il potere decisionale di Atene si articolava su due livelli. Da una parte, quello formale, il quale dopo le riforme di Clistene, si concentrava nell’ekklesia, l’assemblea popolare, e nel Consiglio dei 500, che aveva il compito di preparare l’ordine del giorno e garantire la gestione quotidiana degli affari pubblici. Ma, accanto a questo sistema teoricamente democratico, sopravviveva un potere più sottile e concreto, esercitato dalle grandi famiglie aristocratiche. I membri delle élite sedevano in larga parte nell’Areopago, l’antico e prestigioso consiglio della città, composto dagli ex-arconti. Erano loro, gli aristocratici più noti, i più rispettati e influenti, a guidare in pratica la vita politica ateniese; grazie alla loro rete di relazioni, al carisma personale e alla capacità di parlare al popolo detenevano ancora una forma di autorità non codificata ma decisiva.

Nel frattempo, sul piano internazionale, Atene dimostrava un acume strategico notevole. Inizialmente, accolse nella Lega Ellenica, come alleate dopo la vittoria su Serse, solo le isole di Lesbo, Samo e Chio. Ma già nella primavera del 477, a meno di due anni dalle battaglie di Platea e Micale, approfittando dell’indecisione spartana e delle richieste di protezione da parte di molte città dell’Egeo, mise in piedi una nuova alleanza.

La Lega di Delo

Questa alleanza, che gli storici hanno chiamato Lega di Delo, fu un progetto completamente diverso dalla Lega Ellenica, perché più strutturata e partecipata attraverso tributi versati su base regolare e un’assemblea degli alleati teoricamente consultiva. Il pretesto in cui nacque era la vendetta contro i Persiani, ma l’obiettivo reale divenne la costruzione di un impero ateniese. E così fu.

Non c’è dubbio che la situazione politica ad Atene fosse in pieno fermento. Di lì a poco Cimone sarebbe stato ostracizzato e avrebbe lasciato spazio a uno degli esperimenti più straordinari della storia politica antica: la democrazia radicale. La rivoluzione di Efialte e Pericle trasformò Sparta nel nuovo nemico, ora potenziale, ora esplicito, mentre tutta la politica estera ateniese venne ripensata nei termini di un impressionante attivismo, che vide la città imperiale impegnata su numerosi fronti contemporaneamente. Alla tradizionale ostilità nei confronti della Persia si sovrappose una crescente instabilità nel mondo greco, un mosaico di tensioni, rivolte e alleanze in continuo movimento.

Atene si alleò con l’antica rivale della città laconica nel Peloponneso, Argo, e accolse Megara nella Lega di Delo. Contemporaneamente conquistò Egina e avviò la costruzione delle “Lunghe mura” (un corridoio fortificato che collegava Atene al Pireo). L’ascesa ateniese provocò reazioni nervose, più a Corinto che a Sparta, dove i progressi di Atene erano percepiti come una diretta minaccia. Quella che alcuni storici definiscono la “prima guerra del Peloponneso” fu, infatti, molto più una guerra corinzia che spartana. Ma sostenere uno sforzo militare su tanti fronti richiedeva risorse enormi. Così, dopo una vittoria navale al largo di Salamina di Cipro, Atene, forte di una posizione strategica favorevole, negoziò una tregua con la Persia. Era chiaro ormai che la potenza asiatica non rappresentava più il fulcro della politica estera ateniese. Anche i Persiani, d’altro canto, accolsero positivamente la cessazione delle ostilità in una zona periferica del loro impero. La cosiddetta Pace di Callia (dal nome del nobile ateniese che la negoziò nel 449) segnò la fine di un conflitto iniziato con la rivolta ionica cinquant’anni prima. Nonostante le discussioni storiografiche sull’effettiva esistenza di questa pace formale, fu evidente che i due contendenti non si sarebbero più scontrati direttamente per decenni.

Paradossalmente, però, l’eliminazione di uno dei fronti di guerra nei quali era impegnata l’aggressiva democrazia radicale ateniese non sembrò in un primo momento migliorare la situazione militare. Nel 447, a Coronea, l’esercito ateniese subì una pesante sconfitta da parte dei Tebani e dovette rinunciare a ogni ambizione sulla Beozia. Subito dopo, Pericle fu costretto a intervenire per sedare una rivolta in Eubea, isola considerata strategica per la sicurezza dell’Attica. Nello stesso momento, un esercito spartano guidato da Plistoanatte invase l’Attica. Gli Ateniesi erano in difficoltà, ma lo spartano si ritirò inaspettatamente, con tutta probabilità corrotto da Pericle, che poté così concludere la repressione della rivolta e consolidare la posizione di Atene.

Il risultato fu la pace trentennale del 446 tra le due potenze greche: Atene rinunciava sì a Megara, che tornava nel giro di appena quindici anni nell’orbita della Lega del Peloponneso, e metteva da parte le sue ambizioni nella Grecia centrale, ma in compenso, il suo impero si mostrava più saldo che mai. Di fatto, ormai, era riconosciuto ad Atene il diritto di disporre degli alleati come meglio credeva. E pochi anni dopo, la città diede una dimostrazione concreta della durezza con cui intendeva esercitare quell’autorità.

lega di Delo
In rosa la Lega di Delo al massimo della sua espansione

La rivolta di Samo

Fu la rivolta di Samo ad offrire ad Atene l’occasione di mostrare i muscoli. Samo era una delle isole più grandi e strategicamente importanti dell’Egeo, nonché uno dei pochi membri della Lega di Delo che avesse sempre fornito navi da guerra invece di limitarsi al tributo monetario. Nel 441, scoppiò un contenzioso con la vicina Mileto, relativo al controllo della polis di Priene. In quanto potenza egemone, Atene fu chiamata a dirimere la questione. L’arbitrato fu favorevole a Mileto, anche se le fonti non chiariscono su quali basi. È stato spesso ipotizzato che a pesare sia stata la natura democratica del governo milesio, in contrasto con il regime oligarchico dei Sami. Alcuni esponenti democratici di Samo, quindi, approfittarono della situazione e, con l’appoggio ateniese, riuscirono a instaurare una nuova costituzione sull’isola. Gli Ateniesi si limitarono a legittimare il nuovo ordine e si ritirarono, convinti che la situazione fosse ormai sotto controllo.

Ma bastarono pochi mesi perché lo scenario cambiasse radicalmente. La fazione oligarchica samia, aiutata da un piccolo contingente di mercenari e sostenuta dal satrapo persiano Pissutne, restaurò l’oligarchia, uscì unilateralmente dalla Lega e invitò altre poleis a fare lo stesso. Samo si rivolse anche alla Lega del Peloponneso, ma qui prevalse un atteggiamento prudente, che scoraggiò ogni intervento diretto. Atene, invece, reagì con prontezza. Una grande flotta, guidata dallo stesso Pericle, salpò verso l’isola e, dopo alcune fasi alterne, completò il blocco marittimo e terrestre. Iniziò così un assedio che si sarebbe protratto per nove lunghi mesi, fino alla resa della popolazione samia.

La punizione fu esemplare: smantellamento definitivo della flotta e l’obbligo di versare oltre 1.200 talenti ad Atene come rimborso delle spese di guerra, una cifra enorme.

L’imperialismo ateniese

L’imperialismo era nel DNA della Lega di Delo. Lo dimostra l’uso della parola proschema (pretesto) nel celebre passo tucidideo in cui si parla della necessità di “devastare la terra del Re” e quindi continuare la guerra contro i Persiani. Ma quella guerra era ormai solo un pretesto per imporre il tributo. E con il tributo, la dominazione ateniese sugli alleati.

I primi segnali di trasformazione si colgono già in una distinzione apparentemente tecnica, ma cruciale: alcuni stati fornivano navi, altri versavano denaro. In teoria, se l’obiettivo di un’alleanza è quello di creare una flotta per presidiare l’Egeo e tenere lontani i Persiani, ci si aspetterebbe che ogni membro contribuisca con le proprie forze navali. Ma nella pratica, solo tre comunità continuarono a lungo a fornire navi, tutte le altre preferirono pagare un contributo annuale, fissato e gestito dagli ateniesi stessi. Una scelta che minava alle radici l’autonomia delle singole poleis, ma il motivo è presto detto.

La guerra terrestre, quella degli opliti, era una guerra “povera”. Le città non sostenevano spese perché i cittadini si procuravano le armi da soli, e i conflitti coinvolgevano comunità vicine. La guerra navale, al contrario, aveva caratteristiche completamente diverse. Allestire anche solo una trireme richiedeva risorse e capacità organizzative che molte comunità non possedevano. Non si trattava solo dei costi di costruzione e manutenzione, difficili da calcolare. C’era da mantenere un equipaggio di circa 200 uomini, trovare materiali spesso non reperibili localmente, disporre di arsenali e porti dove ricoverare le navi nei mesi invernali. Tutti elementi che solo le grandi città riuscivano a sostenere.

Questo provocò un cambiamento radicale nella struttura militare della polis. Il divario tra grandi centri e piccole città divenne un abisso. Finì così quell’esperienza unica dell’età arcaica in cui la polis si identificava nei suoi cittadini-soldati.

Ma che cosa significava, nel V secolo, essere una potenza imperiale?

Innanzitutto, trarre vantaggi materiali dal dominio su altre comunità. Non si trattava di politica commerciale — estranea alla mentalità antica — ma di strumenti più immediati: il tributo, in primis, ma anche lo stanziamento di cittadini ateniesi nei territori degli alleati, ormai soggetti.

La maggior parte delle poleis della Lega preferì versare un contributo annuale al tesoro comune, che dal 454 non fu più distinguibile dalle entrate dello Stato ateniese. Le cifre venivano stabilite da una commissione e avevano validità quadriennale. Ogni quattro anni, durante le grandi Panatenee, i rappresentanti degli alleati si recavano ad Atene per essere informati dell’ammontare del tributo. Potevano fare ricorso, ma la decisione finale spettava a una giuria popolare ateniese. I versamenti annuali, invece, si effettuavano in marzo, durante le Dionisie. E per i ritardatari erano previste multe calcolate in base ai giorni di ritardo. L’intento era umiliare le polis soggette, costringendo i loro rappresentanti a presentarsi nella capitale proprio durante le feste più splendide di Atene.

Non sappiamo con esattezza in che modo Atene si appropriava delle terre degli alleati. I cittadini ateniesi stanziati in queste terre erano detti cleruchi. Ma le cleruchie non erano colonie nel senso tradizionale. Non avevano un fondatore, non erano città autonome, e i loro abitanti mantenevano la cittadinanza ateniese. Spesso non restavano lì per tutta la vita. Questi insediamenti avevano soprattutto una funzione militare e venivano fondati nei territori delle poleis che avevano disertato la Lega o che rischiavano di farlo. Atene confiscava una parte dei terreni e li distribuiva ai propri cittadini. Si stima che almeno 10 mila ateniesi siano stati coinvolti in questo sistema (una delle forme più odiate dello sfruttamento imperialistico sugli alleati).

Ma come mantenere un dominio così esteso senza un apparato repressivo?

Platone parla degli “amici fedeli” di Atene. Probabilmente si riferisce ai prossedoi, una rete di notabili locali che agivano come ambasciatori, osservatori, o persino spie, in cambio di onori e vantaggi. Atene poteva anche inviare propri magistrati nelle città soggette, con incarichi di sorveglianza. Tuttavia, il controllo non si basava solo sulla coercizione. È plausibile che i ceti popolari delle comunità alleate vedessero con simpatia Atene e la sua democrazia, anche se l’instaurazione del nuovo regime non era l’obiettivo principale del dominio ateniese.

Atene, in quel momento, era davvero il centro del Mediterraneo. I benefici derivanti dall’impero erano evidenti, soprattutto per la popolazione povera, ben superiori a quelli di cui dovettero godere i cittadini meno abbienti dell’Impero Romano o in età moderna dell’impero inglese. Meno chiaro il vantaggio per l’aristocrazia. Avrà giocato, oltre alla soddisfazione di essere gli esponenti più in vista di una città che deteneva tanto potere, il fatto di non dover concorrere ad alcuna forma di tassazione per il benessere della città, dato che l’afflusso di denaro da parte degli alleati era più che sufficiente a garantire la ricchezza di Atene.

Non sorprende, quindi, che questo dominio non suscitasse dibattito interno. Dalle grandi famiglie aristocratiche all’ultimo cittadino dell’assemblea, nessuno metteva in discussione il diritto di Atene di essere una potenza imperiale. Un’ambizione che presto portò allo scoppio della più grande guerra che il mondo greco avesse mai visto, la Guerra del Peloponneso.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,