democrazia atene

La democrazia ateniese

Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’amministrazione dello Stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale ma più per quello che vale.

Queste celebri parole che Tucidide attribuisce a Pericle nell’epitaffio pronunciato durante l’inverno del 431-430 a.C., sanciscono l’adozione, da parte del mondo occidentale, di un principio destinato a segnare la storia: la democrazia. Un principio oggi universalmente accettato, ma allora un esperimento accolto dai contemporanei con stupore e sospetto, quando non con dichiarata avversione. 

L’abolizione di gran parte delle prerogative dell’Areopago nel 461 a.C. segnò un momento cruciale nella storia di Atene e, più in generale, della politica occidentale. Per la prima volta nel mondo greco – e si potrebbe dire nella storia – si affermava un regime in cui il potere apparteneva interamente al popolo: le decisioni venivano prese rispettando la volontà della maggioranza, espressa tramite votazioni regolari e pubbliche.

A questo sistema gli ateniesi si affezionarono profondamente, al punto da conservarne i princìpi cardine per quasi 140 anni, eccezion fatta per due brevi interruzioni. Il grado di partecipazione politica che caratterizzò Atene tra il V e il IV secolo a.C. fu straordinario; una forma di impegno pubblico per noi oggi quasi inconcepibile, che contribuì a creare una nuova identità civica fondata sull’essere prima di tutto cittadini.

Per l’ateniese, infatti, ciò che contava davvero non era il privato, popolato da donne e schiavi, né la sfera religiosa o ideologica. Quello che lo identificava e in cui si riconosceva con dedizione e passione era la partecipazione attiva alla vita politica e giudiziaria della città.

La parola democrazia (dēmokratia) deriva da dēmos, che si riferisce all’intero corpo cittadino, e kratos, che significa governo. Qualsiasi cittadino maschio poteva partecipare all’ekklesía, l’assemblea generale, che rappresentava il principale organo decisionale della città. Tra il V e il IV secolo a.C., il numero dei cittadini con diritto di parola e di voto oscillava tra i 30mila e i 60mila, a seconda dei momenti storici. Tuttavia, lo spazio della partecipazione attiva era più ristretto: l’assemblea si riuniva sulla collina della Pnice, in un’area capace di ospitare un massimo di 6mila persone.

Gli incontri si tenevano almeno una volta al mese. Ogni cittadino presente poteva prendere la parola e proporre la propria opinione, esercitando la parrēsía, la libertà di espressione. Le decisioni venivano poi approvate per alzata di mano, a maggioranza semplice.

A guidare i lavori c’erano nove proedroi, presidenti sorteggiati che restavano in carica per un’unica volta. A loro spettava il compito di gestire l’ordine del giorno, organizzare le votazioni e garantire che il dibattito seguisse le regole stabilite.

Quasi tutte le magistrature ateniesi venivano assegnate tramite sorteggio, considerato all’epoca il metodo più democratico e imparziale possibile. Solo alcune cariche sfuggivano a questa regola: gli strateghi, i dieci generali incaricati delle operazioni militari, e poche magistrature finanziarie che comportavano l’amministrazione di ingenti risorse pubbliche.

Perfino l’arcontato, il collegio magistratuale più prestigioso, fu con il tempo aperto al sorteggio. E quando caddero anche le restrizioni di accesso alle cariche, ogni cittadino, a prescindere dalla propria condizione sociale, poté ambire a un ruolo nell’amministrazione pubblica. Naturalmente, il sorteggio avveniva tra una lista di volontari perché non tutti desideravano partecipare alla vita politica, e ci furono sempre cittadini che preferirono restare ai margini, tant’è che dal IV secolo in poi, si iniziò a notare una certa tendenza alla professionalizzazione della politica; cosa che non snaturò il principio egualitario alla base del sistema.

Tra le innovazioni più radicali della democrazia ateniese vi fu il misthòs, ovvero la retribuzione per chi ricopriva cariche pubbliche. Introdotta intorno agli anni Cinquanta del V secolo e perfezionata nella seconda metà del secolo, questa pratica divenne uno dei cardini della democrazia. Il principio era semplice e rivoluzionario: il cittadino che dedicava tempo alla vita pubblica veniva compensato, così da non essere penalizzato economicamente (la somma corrisposta non era alta, ma equivaleva più o meno al guadagno di una giornata di lavoro).

Secondo la tradizione, sarebbe stato Pericle a introdurre il misthòs, nel tentativo di contrastare la generosità ostentata del suo rivale Cimone, che attirava consensi con donazioni e pasti gratuiti. Ma ridurre tutto a una mossa elettorale sarebbe fuorviante, che non rende giustizia alla la portata rivoluzionaria dell’iniziativa. D’altro canto è facile immaginare lo sconcerto suscitato tra gli aristocratici. Con questa misura crollava un pilastro fondamentale della loro visione del mondo: l’idea che solo chi poteva permettersi di vivere di rendita avesse il tempo e la dignità per occuparsi di politica. Secondo i detrattori, la retribuzione delle cariche avrebbe finito per incentivare l’ozio e moltiplicare i fannulloni, soprattutto tra i cittadini poveri che abitavano in città. Ma non esiste alcun indizio serio che gli ateniesi fossero meno laboriosi degli abitanti di qualsiasi altra polis del mondo greco.

Due ulteriori elementi definivano il funzionamento della democrazia ateniese. Il primo era la collegialità: nessuna carica veniva affidata a una sola persona. Le magistrature erano quasi sempre composte da dieci membri, uno per ciascuna delle dieci tribù. E all’interno di questi collegi non esisteva nemmeno la figura di un presidente con maggiori poteri: le decisioni si prendevano per votazione, e il principio dell’eguaglianza tra pari era rigorosamente rispettato. Il secondo elemento era la brevità dei mandati: tutte le cariche pubbliche avevano durata annuale. Tutto ciò aveva lo scopo fondamentale di evitare che un cittadino accumulasse un tale potere da poter mettere in crisi l’intero apparato democratico.

ostracismo
L’assemblea aveva anche il potere di votare per ostracizzare da Atene qualsiasi cittadino che fosse diventato troppo potente e quindi pericoloso per la polis. In questi casi si svolgeva una votazione segreta in cui i cittadini potevano scrivere un nome su un pezzo di ceramica rotta (ostrakon). In foto, l’ostrakon con il nome di Pericle.

Alcuni degli strumenti istituzionali che gli ateniesi “inventarono” dimostrano un’elevata capacità creativa. Di essi il più noto è l’ostracismo, mediante il quale un cittadino, la cui influenza era ritenuta pericolosamente eccessiva, poteva essere esiliato per un periodo fino a dieci anni senza perdere, però, cosa molto importante, né le proprietà né i diritti civili. Le radici storiche dell’ostracismo si fonda­vano sulla tirannide e sul timore di un suo ritorno, ma se questa prassi sopravvisse, lo si deve alla quasi intol­lerabile insicurezza dei capi politici, che erano costretti dalla logica del sistema a tentare di proteggersi allonta­nando materialmente dalla scena i principali sostenitori di idee politiche alternative.

Un congegno ancora più sofisticato era quello della cosid­detta graphé paranomon, un’azione pubblica con la quale si poteva accusare e processare un cittadino per aver fatto in Assemblea “una proposta contraria alle leggi”. È impossibile inquadrare questa procedura in una qualun­que categoria costituzionale convenzionale. La sovranità dell’Assemblea era illimitata e per un brevissimo periodo, verso la fine della Guerra del Peloponneso, fu addirit­tura manipolata perché votasse l’abolizione della demo­crazia stessa. Ma chiunque esercitava il pur fondamentale diritto dell’isegoria (il diritto di parlare nell’Assemblea) correva il rischio di essere severamente puni­to per una proposta, che aveva tutto il diritto di fare, anche se era stata approvata dall’Assemblea. La data dell’introduzione della graphé paranomon non può essere fissata tranne che genericamente, in un mo­mento indeterminato del V secolo, e quindi non cono­sciamo gli eventi che la decisero. Tuttavia la sua funzione è abbastanza chiara ed è duplice, in quanto da un lato disciplinava l’uso dell’isegoria e dall’altro conferiva al popolo la possibilità di ritornare su una deci­sione che il popolo stesso aveva preso.

Per lungo tempo, l’accesso alla cittadinanza ateniese era rimasto relativamente aperto, privo di criteri rigidi o formalismi eccessivi. Ma tutto cambiò nel 451 a.C., quando Pericle fece approvare una legge che stabiliva che solo chi fosse nato da padre e madre ateniesi poteva essere considerato cittadino.

Fu una misura profondamente restrittiva. Se applicata retroattivamente, avrebbe escluso dalla cittadinanza persino due eroi della storia ateniese come Temistocle e Cimone, le cui madri non erano di origine attica. Non era neppure una norma facile da applicare: non sempre era semplice provare l’ascendenza materna, data l’assenza di documenti ufficiali e la condizione giuridicamente invisibile delle donne.

Ma la mossa di Pericle non fu affatto casuale. Con il consolidarsi dell’impero e l’introduzione delle retribuzioni pubbliche per incarichi e funzioni civiche, la cittadinanza aveva acquisito un valore concreto, tangibile. Partecipare alla vita politica, ricevere stipendi per le cariche, accedere alla distribuzione delle risorse: essere cittadini voleva dire avere un privilegio. E quel privilegio, proprio per questo, andava protetto.

A conferma di questo clima esclusivo, un episodio del 446 a.C. è particolarmente significativo. Durante una distribuzione straordinaria di grano riservata ai soli cittadini, le autorità decisero di verificare l’autenticità delle iscrizioni alle liste civiche. Il risultato fu clamoroso: circa 5mila persone furono cancellate e private dei loro diritti. Gli ateniesi, evidentemente, erano molto gelosi dei propri diritti e non intendevano estenderli con leggerezza.

È chiaro che tra la piena affermazione della democrazia e l’espansione aggressiva dell’impero ateniese esiste un legame diretto. Il progetto politico basato sulla retribuzione delle cariche pubbliche era assai costoso se si pensa che le risorse di una polis, anche di una grande come Atene, erano modeste, vista anche l’assenza di ogni forma di tassazione diretta sui cittadini. In tale contesto solo i proventi dell’impero garantiti da una politica aggressiva basata sul contiguo impiego della forza potevano assicurare ad Atene le risorse per rispettare tale progetto oltre che per abbellire la città di splendidi monumenti. Non è un caso se nel IV secolo, venuti meno i proventi dell’impero, le difficoltà per mantenere le retribuzioni pubbliche furono assai maggiori e si dovette perciò far ricorso a complesse forme di tassazione dei più abbienti.

Il servizio nella flotta, principale strumento della potenza ateniese, diventava così non solo un mezzo per garantire la difesa della città, ma anche un veicolo di inclusione politica. I cittadini poveri che vi prestavano servizio come rematori ricevevano un salario e, cosa ancor più importante, la legittimazione a partecipare alla vita politica. Da sempre, infatti, era riconosciuta la regola non scritta secondo cui solo chi difendeva la patria in armi aveva diritto a decidere le sorti della comunità. Gli ateniesi poveri ottenevano così questo fondamentale requisito da cui sarebbero stati esclusi nel caso di una guerra di terra basata sugli opliti dotati di un certo censo. 

Ne Le Nuvole di Aristofane, al contadino Strepsiade viene mostrata una carta del mondo su cui è indicata Atene. Egli rifiuta di credere che quella sia la sua città, dato che non vede nessun giudice intento a celebrare processi.

L’importanza dei tribunali nella vita pubblica è ben nota. Già nel V secolo i tribunali erano divenuti un simbolo della città e il grande commediografo non perdeva occasione per bullarsi della passione smodata dei suoi concittadini per la partecipazione alle giurie popolari.

Ad Atene, infatti, la giustizia non era appannaggio di magistrati professionisti o caste specializzate, ma era esercitata direttamente dai cittadini. Ogni anno, tramite sorteggio, venivano selezionati 6mila giurati (dikastai) che, a rotazione, prendevano parte alle sedute dei tribunali e per mezzo di ulteriori complessi sorteggi a far parte delle giurie popolari nei vari processi.

Le giurie popolari si occupavano di tutto: dalle dispute quotidiane alle cause più gravi, dalle accuse di tradimento alle controversie tra funzionari. Il sistema era concepito per essere il più rappresentativo possibile. Accusatori e imputati erano tenuti a parlare in prima persona davanti ai propri concittadini; mentre i magistrati si limitavano a mantenere l’ordine, introdurre il processo e dare la parola alle parti.

Le decisioni dell’assemblea, poi, potevano essere impugnate in sede giudiziaria: una delibera popolare poteva essere annullata da una giuria, mentre la sentenza emessa da quest’ultima era definitiva. È anche per questo che, parlando di democrazia ateniese, non si può prescindere dal ruolo centrale della giustizia.

Nonostante l’estremismo e l’originalità di questo sistema, la letteratura antica fu spesso severa nei confronti della democrazia ateniese. Interrompendo il dominio dei “migliori” e perdendo infine una guerra che Atene stessa aveva avviato con superiorità di mezzi, la democrazia si attirò molti giudizi critici.

Noi soli (sottinteso gli Ateniesi) consideriamo il cittadino che non partecipa all’attività politica non come uno che si fa gli affari propri ma come un cittadino inutile.

Pericle

Più sfumato fu invece il giudizio sulla figura che più di ogni altra ha incarnato quell’esperimento: Pericle. Statista di straordinario carisma, dotato di eccezionali doti oratorie, guidò la polis per circa trent’anni, senza mai detenere poteri speciali. Veniva semplicemente rieletto, anno dopo anno, nel collegio dei dieci strateghi.

Suo padre, Santippo, era stato protagonista delle guerre persiane e aveva comandato la flotta ateniese nella vittoriosa battaglia di Micale. La madre, Agariste, apparteneva alla potente famiglia degli Alcmeonidi, ed era nipote di Clistene, il fondatore della democrazia.

Con l’inizio della Guerra del Peloponneso, fu visto spesso come colui che aveva spinto Atene in una guerra senza senso, fautore di una strategia che aveva permesso agli Spartani di calpestare impunemente il suolo dell’Attica.

A difendere Pericle fu tuttavia un suo grande contemporaneo, lo storico Tucidide, che ne tratteggia un ritratto più che positivo:

Di nome era una democrazia di fatto però il potere era nelle mani del primo cittadino. Invece quelli che vennero dopo di lui, che erano più su un piano di parità tra loro, ma miravano tutti al primato, si dettero a compiacere il Popolo, abbandonando ad esso il governo dello Stato. Questo fu all’origine di errori in gran numero.

Un giudizio che può apparire ingeneroso nei confronti del demos ateniese. Eppure, è un’opinione che ha trovato consensi anche tra alcuni storici moderni. Una visione più equilibrata, tuttavia, dovrebbe sottolineare la portata innovativa dell’esperimento democratico: la partecipazione politica diffusa, la dedizione di migliaia di cittadini, spesso di umili origini, alla vita pubblica e alle istituzioni. Si trattò di un modello inedito, nato e cresciuto su una scala mai vista prima.

Ma cosa facevano, nel frattempo, gli aristocratici? Coloro che un tempo dominavano la scena politica di Atene non si ribellarono apertamente. L’impero portava vantaggi anche a loro: non avevano obblighi fiscali, e le loro grandi proprietà erano intatte, anzi, spesso persino accresciute. Molti si limitarono ad abbandonare la vita pubblica, ritirandosi nei simposi e nei circoli privati (hetairiai), dove il dibattito politico continuava sottovoce.

Altri, invece, scelsero una via diversa mettendosi alla guida del popolo, sfruttando le proprie doti oratorie e intellettuali. È il caso di Pericle, ma anche di Alcibiade, figura ambigua e affascinante, che avrebbe segnato profondamente la fine del V secolo.

Solo due volte l’opposizione oligarchica tentò apertamente di rovesciare il regime. In entrambi i casi, la rivoluzione fallì in breve tempo, segno evidente di quanto la democrazia fosse ormai radicata nella cultura politica ateniese.
Dopo la disastrosa spedizione in Sicilia, nel 413 a.C., alcuni esponenti dell’aristocrazia ritennero che fosse giunto il momento di agire. Temendo che la democrazia stesse conducendo l’impero al collasso, organizzarono un colpo di stato. Secondo la narrazione precisa e appassionante di Tucidide, il protagonista della congiura fu Antifonte, grande oratore e intellettuale di alto profilo, che fino ad allora aveva scelto di restare nell’ombra. Il golpe avvenne nel giugno del 411 a.C. e il potere passò a un consiglio di 400 membri, non sorteggiati ma scelti tra gli oligarchi. Fu immediatamente abolita la retribuzione pubblica delle cariche e la cittadinanza fu ridotta, almeno formalmente, a cinquemila persone. Ma il nuovo regime durò poco. La situazione militare precipitò dopo la rivolta dell’Eubea, e fu decisiva la reazione dura e orgogliosa della flotta ateniese di stanza a Samo, che si schierò a favore della democrazia. E nel settembre dello stesso anno, a soli quattro mesi dal golpe, i 400 furono rovesciati.
All’indomani della sconfitta definitiva nella guerra del Peloponneso, nel 404, Atene fu costretta a subire un nuovo assetto. Anche se il trattato non specificava il tipo di governo, era chiaro che, con Sparta vincitrice, si sarebbe instaurato un regime oligarchico. Così accadde e due mesi dopo la resa, furono nominati 30 cittadini per redigere una nuova costituzione. I mesi che seguirono furono tra i più cupi della storia ateniese: sotto il regime dei “Trenta Tiranni”, morirono più ateniesi per mano dei loro stessi concittadini che durante gli anni di guerra contro gli spartani.
Ma anche questa volta, la democrazia non tardò a risorgere. Gli oppositori del regime si rifugiarono nel Pireo, dove si ricompattarono. Trasibulo, già protagonista della restaurazione democratica del 411, tornò dall’esilio a Tebe e guidò con successo le prime offensive, e nell’inverno del 403, i Trenta caddero.

Ad Atene il teatro non era un passatempo né un semplice svago, ma un’istituzione civile, un rituale collettivo, espressione profonda della vita politica e culturale della polis. L’attività teatrale, infatti, fu sostenuta, protetta e in larga misura finanziata dallo Stato. Tra la fine del VI secolo e i primi decenni del IV (in poco più di un secolo e mezzo) venne prodotta una quantità straordinaria di tragedie e commedie, tale da relegare in secondo piano altre forme di spettacolo che pure esistevano.

I due principali appuntamenti erano le Grandi Dionisie di fine marzo e le Lenee di gennaio, entrambe festività religiose in onore di Dioniso. In queste occasioni si rappresentavano 13 tragedie, 3 drammi satireschi e 10 commedie. Ogni rappresentazione era unica, non esistevano repliche. I testi venivano selezionati mesi prima da una commissione di cittadini sulla base della trama, della reputazione dell’autore e di pochi altri elementi. Gli spettacoli selezionati partecipavano poi a una gara, al termine della quale una giuria di cittadini decretava i vincitori.

Dal tardo VI secolo fino al 386, anno in cui, per la prima volta, fu consentita la riproposizione dei capolavori di Eschilo, Sofocle ed Euripide, il numero complessivo di opere messe in scena fu enorme, se si considera che gli autori erano cittadini ateniesi, parte di una comunità di appena alcune decine di migliaia di persone.

Il teatro, insomma, era popolare nel senso più pieno del termine. Le giornate teatrali potevano durare anche dodici ore, con tre tragedie e un dramma satiresco al giorno, spesso seduti su panche scomode o su gradinate di pietra, esposti al freddo dell’inverno. Ciononostante il pubblico era vastissimo, spesso composto da una percentuale significativa della popolazione, tanto che lo Stato, almeno a partire dal IV secolo, stanziava fondi per permettere anche ai cittadini meno abbienti di partecipare.

Oggi ci resta solo una piccola parte di quel patrimonio: trentadue tragedie e un dramma satiresco dei tre grandi tragici, undici commedie di Aristofane, e migliaia di frammenti. Non abbiamo le musiche, sappiamo poco della recitazione, e possiamo solo intuire le ragioni profonde del successo e dell’impatto che il teatro aveva sulla vita della polis.

La commedia, per molti versi, è più accessibile ai nostri occhi: prendeva di mira personaggi pubblici, politici e filosofi, ridicolizzandoli, e allo stesso tempo metteva in scena temi importanti attraverso mondi immaginari, utopici o paradossali, sempre legati all’attualità. Più difficile da decifrare, per noi, è il linguaggio della tragedia.

A prima vista, infatti, sembrerebbe lontana dalla realtà. Portava in scena miti antichi, eroi leggendari, storie che gli spettatori già conoscevano. Ma proprio perché la trama era nota, ciò che contava era il modo in cui veniva raccontata. Attraverso i miti, la comunità affrontava i grandi dilemmi collettivi: la giustizia, il rapporto tra le leggi dello Stato e la coscienza individuale, tra le norme della tradizione e il cambiamento, tra colpa e destino. Si discuteva il senso della responsabilità, il ruolo dello straniero, la paura dell’altro, la possibilità di convivere con culture diverse.

Il teatro ateniese non era solo intrattenimento, era riflessione pubblica, educazione civile, costruzione di una memoria condivisa. Era lo specchio attraverso cui la comunità cercava di comprendere se stessa, rafforzandosi come corpo politico. Più che uno spettacolo, il teatro attico fu una straordinaria forma di democrazia vissuta.

democrazia atene
Disco elettorale in bronzo

Nella seconda metà del V secolo fanno la loro comparsa ad Atene nuove e controverse figure, dei maestri di sapienza, chiamati sofisti. Provenienti da ogni angolo del mondo greco, si presentavano come insegnanti itineranti di discipline che spaziavano dalla filosofia alla morale, dalla scienza alla politica, fino all’arte della parola in tutte le sue sfumature: grammatica, dialettica e retorica.

A guardarli da vicino, è difficile trovare un tratto comune che li unisca, se non due aspetti fondamentali: il fatto che si facessero pagare profumatamente per le loro lezioni, e il loro atteggiamento critico verso il sapere tradizionale, trasmesso fino ad allora in modo immutabile e spesso dogmatico.

Questa spinta al rinnovamento li rese bersaglio di forti critiche, soprattutto da parte di Platone, impegnato a distinguere il pensiero del suo maestro Socrate dalla figura del sofista che, per denaro, insegnava a sostenere qualsiasi tesi, anche la più assurda (Socrate, infatti, nella vulgata popolare, finì per essere identificato con questi “professionisti della parola”, come mostra l’immortale satira di Aristofane).

Al centro dell’insegnamento sofistico c’erano la padronanza del linguaggio e le tecniche del discorso. La dialettica insegnava a condurre e vincere una discussione; la retorica, a parlare in pubblico con efficacia. In una città come Atene, dove l’assemblea e i tribunali erano i veri luoghi del potere, saper parlare voleva dire saper governare. La parola era azione politica.

Ma proprio per questo, il loro successo suscitava sospetto. L’eristica, l’arte di prevalere in una disputa a prescindere dalla verità, sembrava minacciare i fondamenti morali della città. Se tutto poteva essere messo in discussione, se anche il giusto e l’ingiusto diventavano opinioni discutibili, allora che ne sarebbe stato della coesione sociale?

Ma i sofisti furono anche altro. Socialmente, rappresentarono un’opportunità per nuovi gruppi, estranei all’aristocrazia tradizionale, di accedere al sapere e al prestigio culturale. La loro attività contribuì a spostare l’idea di valore da un criterio di nascita a uno di conoscenza.

La loro sfida, però, si infranse contro i limiti del tempo. La libertà di pensiero e la pluralità delle idee erano ancora concepiti come pericoli per l’ordine della polis. E così, quando la tensione tra tradizione e innovazione divenne insostenibile, fu Socrate a pagare il prezzo più alto. Non era un sofista, ma fu giudicato come tale: colpevole di corrompere i giovani e di non riconoscere gli dèi della città.

Una condanna che a noi appare ingiusta, ma che fu l’esito di una passione civile fortissima.

Se è vero, però, che ad Atene il demos era sovrano, è anche vero che quella sovranità escludeva donne, schiavi e meteci (gli stranieri liberi che vivevano in città). L’uguaglianza, come notò il sofista Antifonte, era incompleta: “Siamo più barbari dei barbari” – scriveva – “perché abbiamo creato un abisso tra Greci e non-Greci, mentre per natura siamo tutti uguali: respiriamo con il naso e prendiamo il cibo con le mani“. Denunciava così l’ipocrisia della civiltà greca, che proclamava l’uguaglianza tra i cittadini, ma discriminava chi greco non era.

Più di duemila anni dopo, nel cuore della Rivoluzione francese, lo storico Constantin François Volney parlava ancora di “una democrazia per élite”. Un’élite ampia, certo, ma esigua rispetto all’enorme massa di esclusi. E Alexis de Tocqueville, nel suo studio sulle democrazie occidentali, lo disse senza mezzi termini:

Ad Atene tutti i cittadini prendevano parte agli affari pubblici, ma non vi erano che ventimila cittadini su trecentocinquantamila abitanti, tutti gli altri erano schiavi. […] Atene con il suo suffragio universale, non era dunque dopo tutto che una repubblica aristocratica in cui tutti i nobili avevano ugual diritto al governo.

E non sempre la democrazia appare come qualcosa di salvifico, spesso il demo onnipotente della città democratica assume le fattezze del tiranno, come nelle drammatiche pagine della Repubblica di Platone:

La democrazia si instaura quando i poveri trionfano nello scontro civile sui loro avversari: un po’ li ammazzano, altri li scacciano. Con quelli che restano si spartiscono i diritti politici e le magistrature, anzi spesso addirittura le tirano a sorte.

About

Zeta è il nostro modo di stare al mondo. Un magazine di sport e cultura; storie e approfondimenti per scoprire cosa si cela dietro le quinte del nostro tempo,