Nel ciclismo, esistono gare e poi esistono i Monumenti, cinque classiche che non appartengono solo al calendario, ma alla memoria collettiva dello sport europeo. Cinque momenti sparsi tra marzo e ottobre, in cui la bicicletta smette di essere mezzo e diventa linguaggio. Milano-Sanremo, Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix, Liegi-Bastogne-Liegi e Il Lombardia: cinque paesaggi, cinque riti, cinque idee diverse di fatica e bellezza.
Il 2025 li ha visti rinascere attraverso la figura di Tadej Pogačar, il corridore che ha cancellato ogni confine tra scalatore, passista e classico. Lo sloveno, già dominatore dei Grandi Giri, ha trasformato la stagione delle corse di un giorno in un romanzo personale: tre vittorie, cinque podi, un dominio che non si era più visto dai tempi di Eddy Merckx.
Ma al di là dei risultati, questo è stato l’anno in cui i Monumenti sono tornati a parlare una lingua epica, fatta di luce, fango e silenzi. Una storia che si può leggere meglio nelle fotografie che nelle classifiche.
Milano-Sanremo
Una corsa lunga, quasi immobile per duecento chilometri, poi improvvisamente nervosa e tattica tra Cipressa e Poggio. Quest’anno, sotto un cielo che alternava pioggia e sole, Mathieu van der Poel ha vinto per la seconda volta in tre anni, battendo Filippo Ganna e Pogačar in una volata che sembrava scolpita nella luce del tardo pomeriggio ligure.


Giro delle Fiandre
Nelle Fiandre, la corsa non attraversa il paesaggio, lo crea. Lì, tra i muri di pavé e la folla che grida “Allez!”, Pogačar ha costruito una delle sue vittorie più monumentali. Sulla salita del Koppenberg, mentre Van der Poel e Mads Pedersen lottavano per resistere, lo sloveno ha aperto il gas e non si è più voltato. Le immagini del suo volto, sporco e concentrato, mentre affronta l’Oude Kwaremont tra due ali di tifosi, restituiscono tutto il senso di questa corsa: il ciclismo come rito collettivo, come religione popolare.


Parigi-Roubaix
Nessun luogo racconta la brutalità e la grazia del ciclismo come i 55 chilometri di pavé della Roubaix. Quest’anno Van der Poel ha scritto la sua pagina più dura e perfetta: terzo trionfo consecutivo, come Francesco Moser quarantacinque anni prima. Ma la fotografia più potente non è quella della vittoria, ma quella di Pogačar, seduto solo nella polvere del velodromo, lo sguardo perso nel vuoto. Aveva corso da Tour winner in un territorio proibito ai Tour winner, cadendo e rialzandosi come un eroe stanco di mitologie.



Liegi-Bastogne-Liegi
La più antica, la più elegante, la più francofona delle classiche. La “Vecchia Signora” delle Ardenne ha incoronato di nuovo Pogačar, che ha attaccato sulla Côte de la Redoute e non è più stato visto. L’immagine simbolo mostra il suo scatto solitario, la maglia iridata che si staglia contro il verde delle colline valloni: il gesto puro, senza teatralità. Dietro di lui, il gruppo arranca, piccolo e indistinto. È il momento in cui il ciclismo diventa geometria, un’equazione che solo lui sembra in grado di risolvere.



Il Lombardia
“La classica delle foglie morte” quest’anno era sorprendentemente verde. Ma nulla di quel giorno è stato casuale. Pogačar, fresco campione del mondo ed europeo, cercava la quinta vittoria consecutiva — un record assoluto in qualunque Monumento. L’americano Quinn Simmons ha provato la fuga impossibile, ma lo sloveno lo ha raggiunto e superato con la leggerezza di chi conosce il finale a memoria. Nella fotografia che chiude la stagione, si vede il lago di Como riflesso negli occhiali del vincitore, la strada che si piega sotto il sole d’autunno e il pubblico che applaude in silenzio.





















