Tadej Pogačar

Chi è davvero Tadej Pogačar? Il campione che ha dominato il Tour come fosse un gioco

Il giorno prima dell’inizio del Tour de France 2025, il Teatro dell’Opera di Lille sfoggia stucchi dorati e velluti cardinalizi, ma tutta l’attenzione è rivolta a un ragazzo dai modi semplici, con il sorriso di chi sa di avere già lasciato un segno nella storia. Tadej Pogačar si sistema la maglia iridata da campione del mondo, scruta la sala gremita di telecamere, si gira e si scatta un selfie. “Perché?”, gli chiedono. “Per divertimento”, risponde. E in quella risposta c’è già tutto.

A 26 anni, reduce dalla vittoria del suo quarto Tour de France, Pogačar non è solo un campione: è un simbolo, uno che ha riscritto le regole del ciclismo con una miscela di talento feroce e leggerezza disarmante. Ha vinto ovunque — dalle classiche di primavera ai grandi giri, dai Mondiali alla Liegi, fino a sfiorare la doppietta Giro-Tour nel 2024, interrotta solo da una frattura alla mano. Nel 2025 è tornato in Francia con l’obiettivo di prendersi tutto e… lo ha fatto.

Eppure, dietro questo fuoriclasse c’è un ragazzo cresciuto tra le colline verdi della Slovenia, in una famiglia dove la normalità era un valore e le ambizioni non venivano forzate. Il padre, Mirko, dirigeva una fabbrica di sedie. La madre, Marjeta, insegnava francese. Oggi gestiscono insieme la fondazione intitolata al figlio, ma continuano a seguirlo in camper, tappa dopo tappa, come genitori qualunque in vacanza.

Non c’è stato un momento preciso in cui la famiglia ha capito di avere un campione in casa. Le prime gare importanti sono arrivate tardi, e per anni Tadej è rimasto un corridore minuto, che arrancava contro i più grandi. Ma non si lamentava. E forse proprio per questo ha imparato a non temere la sconfitta.

Non aveva mai pressioni – racconta Marjeta – perché non si era mai abituato a vincere”.

Oggi che domina, continua a comportarsi come quel ragazzino curioso che voleva solo divertirsi in sella. Il suo amico e connazionale Matej Mohorič lo descrive così:

È come un bambino che gioca con la sabbia. Gli importa solo andare in bici, ogni giorno. Non si stressa, non si carica di aspettative. È fatto così.

Nel Tour de l’Avenir del 2018, la “grande Boucle” dei giovani, ha vinto con autorità, battendo corridori più quotati e muscolari. Aveva 19 anni, un paio di scarpe logore, lacci consumati e un’aura da studente universitario. Fu in quel momento che Joxean Fernandez Matxin, oggi suo direttore sportivo alla UAE Team Emirates, vide in lui “un talento puro con un margine di crescita spaventoso”.

Il resto è una progressione vertiginosa: la Vuelta con tre vittorie di tappa, il Tour del 2020 vinto all’ultima cronometro beffando Primož Roglič, le due edizioni consecutive perse contro Vingegaard e poi l’apoteosi. Nel 2024, ha ripreso il trono con una cavalcata monumentale nelle Alpi e una gestione da veterano. Nel 2025, ha chiuso il dibattito con un dominio senza precedenti: quattro Tour a 26 anni, nessuno mai come lui.

La vera forza di Tadej Pogačar non si misura solo nelle gambe o nella capacità di resistere al dolore, ma nella sua testa. Ha un senso del tempo raro: sa quando ridere e quando fare sul serio. Quando non è in gara scherza, balla, chiacchiera con i compagni. Ma basta il suono della partenza per trasformarlo. “Click” – ha raccontato Matxin – “Cambia sguardo. È un altro”.

Eppure, anche quando perde, resta se stesso. Le sue parole dopo le sconfitte del 2022 e del 2023 contro Jonas Vingegaard sono diventate quasi proverbiali: “Non ho rimpianti. Ho dato tutto. C’era qualcuno più forte di me”. Uno spirito sportivo che nasce dall’infanzia. “Se sapeva di aver fatto il possibile, era tranquillo” – racconta la madre – “Ha imparato da piccolo cosa significa vincere, e soprattutto perdere, senza rabbia.”

La gioia, per Pogačar, si nasconde dove gli altri vedono solo fatica. Anche alla Parigi-Roubaix del 2025, corsa che pochissimi campioni da grandi giri osano affrontare, è rimasto incollato alla ruota di Van der Poel per gran parte del percorso. È caduto a 38 chilometri dall’arrivo, ma si è rialzato col sorriso. “Mi diverto a soffrire”, ha detto. Ed è vero: attacca da lontano, rischia, si rialza. Non calcola, sente.

In questo Tour ha dovuto gestire non solo le salite, ma anche i nervi. Il team Visma ha provato a innervosirlo con giochi psicologici, tattiche aggressive, attacchi nei rifornimenti. “Fastidiosi? Sì, un po’” – ha detto dopo una tappa tesa – “Ma io sono qui per correre, non per lamentarmi.” Pochi giorni dopo, ha risposto a suo modo, staccando tutti sull’Hautacam e prendendosi il Tour con un’azione da fuoriclasse.

Di certo, Pogačar non ama le frasi fatte. Parla con naturalezza, sorride ai tifosi, non nasconde le sue emozioni. È seguito in tutto il mondo, ma continua a sembrare il ragazzo che pulisce la bici nel cortile di casa. Quando gli chiedono qual è il suo segreto, alza le spalle: “Mi piace andare in bici. Tutto qui”.

Ed è forse proprio qui il cuore della sua unicità. In un ciclismo dove tutto sembra misurabile – dai watt agli algoritmi, dalle soglie anaerobiche ai piani alimentari – Pogačar è un richiamo a un’idea più romantica del correre. Vince, sì. Ma lo fa con quella stessa leggerezza con cui, da bambino, saltava giù dai marciapiedi di Komenda su un monociclo. Come se, in fondo, fosse ancora un gioco.

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