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Sparire nel XXI secolo: l’arte (quasi impossibile) dell’invisibilità

Viviamo sotto un cielo digitale che non dorme mai. Ogni click, ogni spostamento, ogni acquisto lascia una scia invisibile di dati. Non li vediamo, non li sentiamo, eppure esistono, si accumulano, si vendono. Sono il nuovo carburante del capitalismo. E noi, inconsapevoli o rassegnati, siamo diventati fornitori volontari della nostra identità.

Ma c’è chi sceglie di reagire. Di non essere più trovato. Di scomparire.

In questo mondo fatto di tracciamenti e predizioni algoritmiche, esiste una minuscola élite di consulenti che insegnano, o meglio vendono, l’arte dell’invisibilità. Uno di loro si chiama Alec Harris. Vive in una casa che non risulta intestata a lui, riceve la posta in un UPS Store, ha decine di numeri di telefono diversi e centinaia di carte virtuali intestate a nomi fittizi. Ogni sua azione è progettata per frammentare e confondere la sua presenza nei grandi database del mondo.

Un gioco di specchi in cui l’unica regola è non lasciare tracce riconoscibili.

Il club esclusivo di chi può permettersi l’invisibilità

Alec Harris non si limita a predicare la privacy. La vende. Ed è un bene di lusso.

È l’amministratore delegato di HavenX, una società nata nel 2023 come spin-off di Halo, azienda specializzata in sicurezza per clienti governativi, e oggi tra i leader in un settore tanto opaco quanto vitale: l’occultamento digitale estremo. La clientela di HavenX non è composta da semplici cittadini preoccupati per la propria cronologia su Google, ma da celebrità, dinastie miliardarie, dirigenti sotto pressione, magnati delle criptovalute. Uomini e donne per cui la perdita della privacy non è fastidio, ma pericolo.

Alcuni pagano decine di migliaia di dollari al mese. E non per paranoia. Dopo l’omicidio di Brian Thompson, CEO di UnitedHealthcare, le richieste da parte dei vertici aziendali sono esplose. Un effetto domino alimentato anche da incidenti come la fuga di dati su Signal, in cui il direttore di questa stessa rivista si è trovato per errore in una chat segreta dell’amministrazione Trump. Gli allarmi non scattano più solo nei corridoi della NSA: oggi bastano due click e un indirizzo sbagliato per diventare un bersaglio.

Il caso più delicato? Il mondo delle criptovalute. Qui, la ricchezza è liquida, tracciabile e rubabile. Alcuni clienti di HavenX hanno accumulato fortune improvvise, senza conti in banca dove rifugiarsi. Altri gestiscono piattaforme cripto e, nel bene o nel male, sono percepiti come i guardiani delle chiavi digitali di milioni di dollari. Il recente boom del settore ha avuto conseguenze tangibili: un’ondata di rapimenti, estorsioni, torture psicologiche o fisiche per estorcere accessi a wallet elettronici.

Harris stesso ha dichiarato che il primo trimestre di quest’anno è stato il più frenetico da quando HavenX è nata. La privacy, per i suoi clienti, non è più un desiderio: è un’urgenza.

E mentre giganti della sicurezza come Kroll si muovono su scala industriale, HavenX ha scelto una strada diversa: posizionarsi come risolutore di problemi impossibili, quelli che sfuggono ai protocolli tradizionali.

Abbiamo ricevuto una chiamata da un grande gruppo aziendale. Il loro chief security officer ci ha detto: ‘Uno dei nostri dirigenti è vittima di estorsione. Il nostro team ha isolato un account X, un contatto Telegram, un numero africano. Ma non sappiamo chi c’è dietro.’

È lì che finisce il loro lavoro. Ed è lì che inizia il nostro.

Alec Harris, CEO di HavenX

La guerra silenziosa dei dati

L’approccio di Harris non è un vezzo paranoico, ma una risposta metodica a una realtà che conosciamo ma non comprendiamo fino in fondo. I dati non dormono. Non dimenticano. Le aziende, attraverso reti di sorveglianza invisibili (telecamere intelligenti, app, beacon Bluetooth, barometri nei telefoni) sanno dove sei, cosa guardi, cosa pensi di comprare. E a volte, prima ancora di te, cosa comprerai.

Il pericolo non sta solo nella raccolta, ma nella rielaborazione: le macchine sono in grado di dedurre chi sei incrociando ciò che lasci per strada – un login, un indirizzo IP, il tempo trascorso davanti a una pagina. L’anonimato è un’illusione fragile.

E la verità più inquietante è che, quando ognuno di noi si libera incessantemente del proprio DNA informativo, vivere nel privato è un’impresa quasi impossibile. Se a darti la caccia è uno Stato sovrano con una rete di sorveglianza elettronica, puoi anche dimenticare l’idea di sparire: il tuo volto, la tua voce, la tua andatura o anche solo il modo in cui muovi il mouse possono tradirti. Esistono metodi come il Van Eck phreaking, in grado di replicare ciò che compare sullo schermo del tuo portatile da una stanza adiacente, captando le radiazioni elettromagnetiche, anche se il tuo laptop è offline. Il Pentagono ha perfino testato un sistema laser, chiamato Jetson, capace di identificare una persona da 200 metri analizzando i suoi ritmi cardiaci.

E se pensi che siano solo teorie, considera questo: Jeff Bezos ha sostenuto di essere stato hackerato dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, tramite un video su WhatsApp infetto da spyware. L’ambasciata ha negato, ma gli esperti ONU sono convinti che sia vero. Se può succedere a lui, che chance abbiamo noi?

Non si tratta solo di spegnere il Wi-Fi o usare DuckDuckGo (un motore di ricerca che a differenza di Google, Bing o altri motori più diffusi, non traccia le ricerche, non salva cronologie personali e non costruisce profili utente a fini pubblicitari), Harris, e figure come Michael Bazzell, ex investigatore diventato guru dell’occultamento digitale, adottano una filosofia da clandestini del nuovo millennio. Trust anonimi, borse Faraday, backup nascosti in oggetti comuni, account criptati, falsi obituari, indirizzi postali fittizi. Nessuna fotografia pubblica. Nessuna traccia sul cloud.

Il tutto con il solo obiettivo di rendere impossibile l’associazione tra l’identità reale e le sue emanazioni digitali.

Bazzell, autore del manuale cult Extreme Privacy, si è spinto a creare identità parallele, stringere rapporti senza mai rivelare il proprio nome, ed è arrivato a sparire anche dalla rete che lui stesso aveva alimentato. I suoi podcast sono scomparsi. I suoi profili, evaporati. Una mossa che ha il sapore del testamento professionale: non insegnare solo come scomparire. Fallo.

Vivere fuori dalla rete

Questo azzeramento dell’identità, richiede però molto più che tecnicismi. È una scelta di vita. Significa dire addio alla comodità per abbracciare il controllo. Per evitare che ogni decisione, anche la più banale, diventi un tassello in un mosaico tracciabile.

A volte, questo significa anche mentire.

Jameson Lopp, dopo essere stato vittima di un finto allarme omicidio (uno “swatting”), ha investito oltre 100mila dollari per scomparire. Ora vive sotto falso nome. I suoi vicini non conoscono la sua identità, e i suoi familiari non sanno dove abita.

Ma è davvero possibile sparire? In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale riconosce il volto, la voce, perfino il battito cardiaco, la vera domanda non è più come farsi dimenticare, ma se valga la pena provarci. Le leggi aiutano, certo: il GDPR, il CCPA, i regolamenti sull’AI promettono protezione. Ma il mercato è veloce, predatorio, spietato. I dati sono merce. E ogni giorno ne produciamo di più.

Per chi non può permettersi un consulente come Harris – i cui servizi partono da migliaia di dollari al mese – la privacy resta una battaglia impari. Un sogno. O forse un’illusione.

Alec Harris e sua moglie Ellyn non si definiscono fanatici. Cercano solo di vivere in equilibrio tra il diritto all’invisibilità e il bisogno di relazioni. Hanno amici. Hanno figli. Spediscono cartoline (anonime). “Non vogliamo diventare fantasmi” – dice Harris – “Vogliamo solo scegliere quando essere visibili.”

E in questo mondo sovraesposto, forse è questa la vera forma di libertà.

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