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Foto: Arash Khamooshi / NYT / Redux

Perché Israele ha attaccato l’Iran?

Nella notte tra giovedì e venerdì, il silenzio del deserto iranico è stato squarciato da un attacco che potrebbe segnare una svolta storica nella lunga e instabile partita geopolitica tra Israele e Iran. Senza preavviso, come una lama chirurgica nel cuore dell’apparato nucleare iraniano, Israele ha lanciato una serie coordinata di operazioni militari, colpendo con precisione letale l’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz, eliminando sei scienziati nucleari, decapitando la catena di comando militare iraniana e mandando in fumo parte delle difese aeree della Repubblica Islamica.

Le immagini trasmesse dalle tv di stato hanno mostrato palazzi residenziali a Teheran colpiti in punti precisi: stanze in fiamme, pareti sventrate, fumo che si alzava da finestre selezionate con chirurgica intenzionalità.

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L’Iran ha parlato di almeno ottanta civili uccisi, ma la realtà è ancora avvolta nella nebbia della disinformazione. Una fonte dell’intelligence israeliana, rimasta anonima, ha confermato che il Mossad aveva predisposto da tempo basi clandestine all’interno del territorio iraniano, dove teneva nascosti droni suicidi e missili di precisione, pronti per un colpo del genere. Le immagini mostrate, sgranate e in bianco e nero, hanno ritratto agenti mascherati del Mossad mentre posizionavano dispositivi esplosivi, destinati – si presume – a neutralizzare le batterie anti-aeree iraniane.

Per vent’anni, Israele ha minacciato un’azione di questo tipo. Poi, in pochi minuti, ha trasformato la minaccia in realtà. “Stiamo entrando in una situazione completamente nuova“, ha dichiarato la giornalista Yonit Levi.

Ma perché proprio ora?

La risposta a questa domanda si intreccia con una serie di tensioni interne ed esterne. In Israele, la crisi politica sulla leva obbligatoria per gli ultra-ortodossi stava minacciato di far cadere il governo Netanyahu, già indebolito da fratture interne. Allo stesso tempo, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) aveva appena denunciato gravi violazioni da parte dell’Iran rispetto ai limiti sull’arricchimento dell’uranio previsti dall’accordo nucleare del 2015. Secondo fonti di intelligence israeliane, Teheran era ormai vicina alla cosiddetta “capacità di evasione”, ovvero la possibilità tecnica di convertire l’uranio arricchito in una bomba atomica in tempi rapidi: l’Iran, infatti, stava già lavorando con un livello di arricchimento del 60%, ben oltre il 3,67% stabilito dall’intesa internazionale.

Intanto, i negoziati tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare si trovavano in una fase di stallo, ma erano attesi a breve nuovi colloqui in Oman. E per molti analisti, l’attacco israeliano aveva anche l’obiettivo di far deragliare quel fragile processo diplomatico. Raz Zimmt, uno dei principali esperti israeliani sull’Iran, ha ammesso che “Israele non voleva un cattivo accordo“, ma ha escluso che questa fosse l’unica motivazione. Secondo lui, l’intento era piuttosto quello di colpire in modo tangibile e duraturo le capacità operative iraniane.

Un’interpretazione ancora più decisa è arrivata da Nadav Eyal, editorialista di Yediot Ahronot, che ha descritto l’attacco come un’operazione calcolata, lanciata deliberatamente tra due round di negoziati per cogliere di sorpresa la leadership iraniana. L’obiettivo, scrive Eyal, era quello di creare un’illusione di sicurezza per poi colpire nel momento di massima vulnerabilità. Una vera e propria trappola strategica.

A confermare questa linea è anche Yaakov Amidror, ex consigliere per la sicurezza nazionale, secondo cui il Mossad avrebbe condotto ben tre operazioni coordinate sul suolo iraniano. “Un attacco militare si può rimandare: basta ordinare ai piloti di tornare alla base” – ha spiegato – “Ma quando si ha una rete attiva dietro le linee nemiche, come quella del Mossad in Iran, il tempo diventa un nemico. Ogni giorno in più aumenta il rischio di essere scoperti.

E ha aggiunto che l’attacco è stato pianificato anche in funzione del momento di debolezza strategica dell’Iran: le sue milizie in Siria e Libano, un tempo temute, erano ormai indebolite, le difese aeree danneggiate e le reti logistiche colpite.

Il giorno successivo, un secondo raid ha nuovamente colpito l’impianto di Natanz, e secondo alcune fonti, anche il sito iperprotetto di Fordo sarebbe stato preso di mira. La notizia ha riacceso immediatamente il dibattito su un possibile coinvolgimento statunitense. Nadav Eyal ha scritto che “senza il via libera da Washington, nulla di tutto questo sarebbe potuto accadere“. Coordinamento dello spazio aereo, intelligence condivisa, catene logistiche e approvvigionamento munizioni: nulla che possa essere improvvisato. Eppure, mentre il Segretario di Stato Marco Rubio ha negato qualsiasi partecipazione americana, il Presidente Donald Trump ha lasciato trapelare tutt’altro tono, dichiarando con ironia:

Sono stati colpiti duramente. Ma non è finita. C’è dell’altro in arrivo.

Sull’entità dei danni, regna ancora l’incertezza. Teheran ha ammesso solo danni limitati al complesso di Natanz, mentre le fonti israeliane sottolineano che non sono i dettagli a contare, ma il messaggio lanciato.

Israele ha dimostrato di poter colpire dove e quando vuole. Questo è ciò che importa.

Yaakov Amidror, ex maggiore generale e consigliere per la sicurezza nazionale di Israele

Secondo Amidror, colpire gli scienziati nucleari ha un valore strategico persino superiore rispetto alla distruzione delle strutture: è un attacco alla competenza, al capitale umano, al cuore intellettuale del programma atomico iraniano.

In Israele, la popolazione ha reagito con una miscela di fierezza e preoccupazione. Dopo il trauma dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, l’operazione è stata vissuta come una prova di forza, una risposta capace di restituire fiducia all’apparato di sicurezza. Ma tra le pieghe dell’orgoglio, si è insinuata un’altra domanda: e ora?

Hezbollah ha annunciato che non interverrà. Ma l’Iran, sotto la pressione dell’opinione pubblica interna e della propria retorica di potenza regionale, non può permettersi di rimanere a guardare. Venerdì, la minaccia si è fatta esplicita: “Saremo noi a scrivere la fine di questa storia“, ha dichiarato un portavoce ufficiale. In Israele, scuole, sinagoghe e uffici pubblici sono stati chiusi; la popolazione è stata invitata a restare vicino ai rifugi. E la risposta iraniana non ha tardato.

Nella notte tra venerdì e sabato, secondo le Forze di Difesa Israeliane, l’Iran ha lanciato un centinaio di droni e missili contro il territorio israeliano. La maggior parte è stata intercettata, ma diversi edifici sono stati colpiti. Il ministro della Difesa ha promesso vendetta: “Il regime degli ayatollah pagherà un prezzo molto alto“. Ma il dubbio, condiviso da molti, è se quel prezzo lo pagherà solo Teheran o anche il resto della regione.

Intanto, il significato profondo dell’attacco resta oggetto di interpretazioni. C’è chi lo legge come l’inizio di una nuova era strategica, in cui Israele ridefinisce le sue linee rosse con un approccio attivo e offensivo. Secondo indiscrezioni, Netanyahu avrebbe parlato in privato di una “fine dell’era delle guerre“, intendendo forse la possibilità di spegnere sul nascere le minacce esistenziali. Altri, più prudenti, vedono nell’azione un segnale di debolezza mascherato da forza, un tentativo di guadagnare tempo in un quadro politico sempre più fragile. Un sondaggio recente, infatti, ha rivelato che oltre il 50% degli israeliani è convinto che Netanyahu stia prolungando la guerra a Gaza per ragioni di sopravvivenza politica.

Non è ancora chiaro se il colpo inferto all’Iran sia stato definitivo o solo un temporaneo rallentamento. Ma una cosa è certa: si è aperta una nuova fase, in cui deterrenza e guerra preventiva si fondono in un equilibrio instabile. È in questo spazio grigio, tra strategia e necessità, tra calcolo geopolitico e impulso difensivo, che oggi si gioca il destino della sicurezza regionale e, forse, dell’intero ordine globale.

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