un giorno tutti diranno di essere stati contro

Un giorno tutti diranno di essere stati contro

È qui che i poeti interrompono
e dicono: “Mostra, non dire”.
Ma questo dà per scontato che la maggioranza veda.

Marwa Helal

Il 25 ottobre 2023, dopo tre settimane di devastanti bombardamenti su Gaza, Omar El Akkad scrisse su X queste parole: “Un giorno, quando sarò sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro“.

Da quel post, è nato un libro, Un giorno tutti diranno di essere stati contro, che racconta Gaza per quello che è oggi: un nome per designare il male. Quella volontà non di sconfiggere il nemico, ma di annientarlo, cancellarlo dalla faccia della terra. E sebbene ci si divida sul senso di chiamare tutto questo genocidio, il risultato non cambia: c’è un intero popolo che muore senza alcuna possibilità di porre fine alla propria sofferenza. Disgusto e rabbia sono probabilmente i sentimenti che più dovrebbero animare noi, che non subiamo questa tragedia — o almeno così dovrebbe essere. Noi, che nella comodità del nostro credo occidentale, nella fortuna della distanza dall’epicentro dei proiettili, dalle grida e dai pianti, continuiamo a compatire e giustificare. Nonostante tutto.

Perfino i ragazzini, raccogliendo briciole di conversazioni adulte, hanno capito — o quantomeno intuito — la gravità di ciò che sta accadendo. Lo vediamo a Gaza, ma avremmo dovuto allarmarci già in Ucraina o in Sudan, nella guerra più devastante degli ultimi anni. Lo scopriamo ora, in una terra perennemente in crisi, ostaggio del più forte. Una terra in cui chi vive ha imparato da tempo ad avere sempre un valido motivo per esistere.

Da mesi, praticamente ogni giorno, vediamo immagini di bambini mutilati, giustiziati, morti.
Corpi in brandelli, genitori che si puliscono addosso gli arti dei figli. Eppure plachiamo la nostra coscienza dando la colpa a una sola parte — quella che sta perdendo, Hamas — ignari (oppure no) che proprio coloro che additiamo come unici responsabili di questa devastazione sono stati per anni finanziati da chi oggi sta realmente trucidando persone inermi. E se la parola genocidio fa storcere il naso agli esperti bacchettoni del diritto internazionale, massacro è un termine che non ne sminuisce la tragedia.

E noi, buoni occidentali, cresciuti nel credo del “domani sarà un giorno migliore”, quasi ci stupiamo nel leggere le parole di questo giornalista egiziano naturalizzato canadese. Perché ciò che scrive non è un’accusa a Israele o ai suoi alleati e sostenitori, non è un racconto autobiografico sulle ambiguità dell’Occidente.
No, questo è un resoconto di una fine.

A luglio del 2024, almeno 108 giornalisti palestinesi erano già stati uccisi, secondo il Committee to Protect Journalists, probabilmente il numero più alto della storia.
Oltre a loro, altri hanno visto qualcosa di forse ancora peggiore della propria morte. Wael Al-Dahdouh, per essersi macchiato del crimine di fare il tipo di giornalismo che il governo israeliano non approva, ha visto gran parte della propria famiglia giustiziata in un attacco missilistico. Poco tempo dopo è stato ferito anche lui. Appena ha potuto, è tornato a fare il suo lavoro.

Come scrive El Akkad:

Il fatto che la maggior parte dei principali premi giornalistici occidentali che emergeranno dalla copertura di questo massacro trascureranno — o, nel migliore dei casi, accenneranno appena — al lavoro di uomini e donne come Al-Dahdouh per paura di essere considerati tendenziosi, è un chiaro segno che l’etica giornalistica è compromessa ormai ovunque.

Quando, qualche mese fa, sul canale TV Channel 14, il parlamentare del partito Likud, quello di Netanyahu, Moshe Saada, ha dichiarato: “Sì, faremo morire di fame gli abitanti di Gaza, è nostro dovere; o quando un cantante piuttosto noto, Kobi Peretz, sul quotidiano Yedioth Ahronoth, senza alcun pudore affermava: “Non mi fa pena nessun civile a Gaza. Non provo nemmeno un briciolo di pietà.”; o ancora, quando Sarai Givaty, attrice e modella israeliana, in TV criticava Smotrich e Ben Gvir non per le stragi, ma perché “dovrebbero sterminare i bambini, ma senza dirlo apertamente”; o quando l’ex ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant definì i palestinesi “animali”, nessuno, qui da noi, ha mostrato disgusto.

Nulla di tutto questo ha suscitato scalpore.

Altri palestinesi moriranno domani. Ma per i mutui, le bollette, il lavoro di chi vive dove le bombe vengono costruite, nei luoghi da cui vengono lanciate, non cambierà assolutamente nulla.

Alla fine, come scrive El Akkad, l’unica domanda, la più necessaria, che dovremmo porci è: “Chi, nei momenti fondamentali della storia, si è schierato con la giustizia e chi con il potere?” Ciò che rende un momento storico come questo così pericoloso e al tempo stesso chiarificatore è che, in un modo o nell’altro, tutti siamo costretti a rispondere.

un giorno tutti diranno di essere stati contro

È emblematico come quasi sempre, sta a noi occidentali decidere e dirimere situazioni di vita e di morte; e, quasi sempre, sono gli altri a morire. Ed è affascinante osservare come anche i più progressisti ben intenzionati, davanti a scene di edifici che crollano e folle disperate che hanno perso tutto, si stringano nelle spalle dicendo: “Sì, è una tragedia, ma sai, è tutto così complicato.” Tutto è sempre così dannatamente complicato.

E ora che è stato firmato il cessate il fuoco, possiamo tornare ad avere la coscienza in pace.
Perché — almeno fino al prossimo scoppio di proiettili — tutto è finito.

Anche la percezione di noi stessi, della nostra comunità, del nostro Paese si complica e muta, assumendo man mano connotazioni cangianti. In un saggio del 2016, l’ex soldato americano Roy Scranton ha raccontato di quando aveva guardato Star Wars durante una missione a Baghdad. In quel momento aveva realizzato che l’autopercezione dell’americano medio verso il proprio Paese è sempre quella del ribelle, dell’eroe della Resistenza, mentre è palese come in realtà per il resto del mondo gli Stati Uniti rappresentino l’Impero.

In momenti come questi molti tendono a fare appello all’interesse personale, dicendo: ‘Gli orrori che stai permettendo busseranno un giorno alla tua porta’. Ma questo appello non funziona. Se le persone servite da un sistema che tollera questi massacri immaginassero anche solo per un istante di poter subire la stessa sorte, farebbero subito a pezzi quel sistema. E, comunque, quando accadrà, noi saremo già morti e sepolti.

È usanza nostrana avere opinioni flessibili. Lo vediamo nei talk show, negli editoriali di qualsiasi giornale, e nei commenti con amici e colleghi. Un atteggiamento liberale che consiste nel lanciare una frase di circostanza sulla preoccupazione per i civili palestinesi, affrettandosi subito ad aggiungere che “in fondo se la sono cercata”. Del resto, perché non si ribellano loro, per primi, ad Hamas, la causa di tutto questo disastro?
E tra le righe si percepisce il sollievo di essere nati nella parte “migliore” del Pianeta. Nel nostro apatico mondo abbiamo imparato a giustificare l’orrore. Siamo la piccola fetta privilegiata che consuma insaziabilmente, mentre tutti gli altri possono solo sperare di non essere consumati. Non è un caso se impieghiamo mesi, anni, per riconoscere un genocidio, ma non ci pensiamo due volte prima di bombardare il più piccolo e povero Stato del Pianeta per accaparrarci un giacimento. Siamo intrappolati nella logica che “bisogna cambiare il sistema da dentro”, ma forse, dopo anni di fallimenti, dovremmo chiederci se non sia il sistema, invece, ad aver cambiato noi.

Il 26 maggio 2024, il Tribunale dell’Aia ha stabilito che Israele debba essere processato per crimini di guerra, e spiccato dei mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant. Poco dopo, Stati Uniti, Canada, Regno Unito e altri Paesi hanno tagliato i finanziamenti all’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite che fornisce aiuti ai rifugiati palestinesi, per un sospetto (un sospetto, non una prova!) che alcuni suoi dipendenti fossero coinvolti negli attacchi del 7 ottobre. Così centinaia di persone sono morte e continuano a morire, perché dall’altra parte del mondo qualcuno, per un sospetto, ha bloccato centinaia di milioni di dollari di aiuti.

Un giorno, quando gli oppressi saranno liberati, o quando ne saranno sopravvissuti pochi, il massacro finirà. Ci si aspetterà che dimentichiamo tutto, o quasi, e molti dimenticheranno per una forma di autodifesa psicologica. Così spesso si vive e si muore per grazia dell’oblio.

Nel febbraio 2024, il corpo in decomposizione di Hind Rajab, una bambina di cinque anni, è stato ritrovato in un’auto insieme alla sua famiglia, vicino all’ambulanza incenerita che era stata mandata a salvarla. Un’indagine indipendente ha scoperto che l’auto era stata crivellata con 355 colpi. Hind aveva afferrato un cellulare e implorato aiuto, piangendo e confessando di essersi fatta la pipì addosso.

Come si reagisce a tutto questo? Come si prende coscienza che a Gaza, come in Ucraina, in Sudan o in Myanmar, c’è gente innocente che viene trucidata solo perché è nata lì? Con la paura. La paura, non di morire, ma di perdere il comfort a cui ci siamo affezionati, fino a quando questa paura non si trasforma in indifferenza, pur di salvare una parvenza di normalità.

Il 25 febbraio 2024, un uomo di nome Aaron Bushnell si è dato fuoco davanti all’ambasciata israeliana a Washington. Le sue ultime parole sono state: “Free Palestine.” Prima di morire, Bushnell ha parlato con lucidità, con un rigore morale raro alle nostre latitudini. Eppure, senza alcuna prova, molti opinionisti lo hanno liquidato come uno affetto da seri problemi mentali.

Facciamo fatica a concepire un gesto così estremo senza immaginarne un tornaconto. Siamo così lobotomizzati dalla logica del guadagno che non comprendiamo più chi sacrifica la propria vita per un ideale.

El Akkad lo ha capito da tempo. Lui, che appartiene a un’etnia e a una religione spesso marginalizzate, scrive:

In realtà non importa cosa condanni, o con quanta forza. Appartieni a una religione, a un luogo, a una gerarchia dell’Occidente per cui non basta condannare. Dobbiamo sempre e solo farlo: condannare, scusarci, rimanere in silenzio su qualsiasi atrocità commessa da chi non è quello a cui dobbiamo fedeltà.

Già prima del 7 ottobre, El Akkad aveva raccolto testimonianze, cronache, dichiarazioni. Tutto questo è confluito nel suo libro, un “diario delle atrocità”, come lo ha definito lui stesso. Ma in questo calendario di mutilazioni, assassinii e bombardamenti si trovano anche lampi di umanità: il medico palestinese che non ha abbandonato i suoi pazienti, anche quando le bombe cadevano sempre più vicino; l’intellettuale islandese che ha raccolto fondi per far uscire profughi da Gaza; i medici e gli infermieri americani che hanno rischiato la vita per andare a curare i feriti in un campo profughi; il burattinaio che, cacciato da casa e ferito, si è messo a costruire bambole per far divertire i bambini; la deputata che ha mantenuto la sua posizione di fronte alla censura e all’indifferenza dei suoi stessi colleghi; i manifestanti, quelli che hanno rinunciato ai loro privilegi, al loro lavoro, che hanno rischiato qualcosa pur di parlare; le persone che hanno filmato, fotografato e documentato tutto questo, anche mentre lo vivevano, mentre seppellivano i loro cari.

Non è difficile credere, anche nei momenti peggiori, che il coraggio sia contagioso. Che investire nella solidarietà valga più che nella distruzione. Che così come è sempre stato possibile distogliere lo sguardo, è sempre possibile smettere di farlo. Niente di tutto questo male è mai stato necessario. Alcuni vagoni sono dorati, altri lucidi di sangue, ma la stessa motrice traina tutti noi. Dobbiamo smontarla ora, costruire qualcosa di diverso. Oppure continueremo a correre verso il precipizio, cullandoci nella certezza che, quando sarà il momento, impareremo a posare i binari sull’aria.

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