16 maggio 1976, il Torino ospita il Cesena, mentre la Juventus gioca a Perugia. Le due squadre torinesi si giocano il titolo. A Perugia mentre i calciatori entrano in campo, uno dei giocatori alza il pugno chiuso davanti alla tribuna d’onore, proprio dove è presente Umberto Agnelli. Pare che l’industriale abbia risposto con un mezzo sorriso. Quel giocatore si chiamava Paolo Sollier.
Nel 1925 Victor Lustig, tra i più celebri truffatori dell’umanità, riuscì a vendere ad un commerciante di ferro, tale André Poisson, la Torre Eiffel per una cifra pari oggi ad 1 milione di euro. Carlos Henrique Raposo per più di un decennio è stato un giocatore professionista senza aver mai giocato una partita.
Kareem Abdul-Jabbar, inventore dello Sky Hook, è stato per anni uno dei migliori interpreti del basket americano, dalle high school all’NBA, passando per l’università di Ucla, in California, dove fui allenato da John Wooden. Nella lega professionistica è stato il centro prima dei Milwaukee Bucks e poi del Los Angeles Lakers dello "showtime", ed una delle figure più rappresentative anche della battaglia degli afroamericani per l’uguaglianza sociale.
Un giocatore che nonostante fosse un predestinato, nonostante eguagliasse in classe Maradona, non diventò mai un fuoriclasse, uno di quei giocatori da ricordare generazione dopo generazione. Perchè? Perchè al calcio preferì la vita. Il suo nome è Jorge Alberto González Barillas, noto a tutti come Mágico González, e questa è la sua storia.
Nel corso degli anni molte regole sono state modificate al fine di rendere il calcio più spettacolare e ai giorni nostri anche la tecnologia sta diventando un valido aiuto per la regolarità di tutte le gare. Una delle regole più importanti, introdotta nel 1890, è quella del calcio di rigore, situazione che rappresenta una metafora della vita: calciatore e portiere uno di fronte all’altro con nel mezzo il pallone e l’esito del calcio di rigore in bilico tra fortuna, abilità e audacia.
Vero. Forse è questo l'aggettivo migliore, ma certamente non l'unico, con cui poter descrivere la figura di Vujadin Boškov. Vero sportivo, ma ancor prima vero uomo, di quelli di una volta con la testa sulle spalle, dedizione al dovere e cultura da dispensare.
Tutti coloro che seguono lo sport sanno che la principale domanda di tutti i ragazzi che intraprendono questa carriera è: che cosa farò da grande? Per sua natura la carriera sportiva è effimera, per quanto redditizia, ed è per questa ragione che chiunque l’abbia intrapresa, se dotato minimamente di testa, all’età di vent’anni ha iniziato a chiedersi cosa fare di tutti quei soldi e come investirli in un’attività futura che garantisca rendita e permetta di mantenere uno stile vita a cui è difficile disabituarsi. Va aggiunta alla questione la riflessione su quanto sia precaria una vita sportiva.
Anfield. Entrando nello stadio del Liverpool attraverso lo Shankly Gate, l’entrata dedicata all’eroe locale Bill Shankly, si trova una scritta che campeggia sopra l’entrata in ferro, You’ll never walk alone. Non si tratta di una scritta ornamentale, né una semplice frase motivazione. È qualcosa di più profondo, più dogmatico nella cultura dei Red
C’è stato un momento in cui la Colombia è diventata una delle nazioni calcistiche più floride e più potenti del Sud America. Una fonte inesauribile di talenti e di squadre pronte a competere nei più grandi palcoscenici del calcio mondiale. Un periodo durato quasi vent’anni che coincide con l’ascesa e il declino dei grandi cartelli colombiani della cocaina perché questa non è solo una storia di calcio.
Parlare di Johan Cruyff è difficile. Lo è per chi lo ha vissuto e per chi si è affidato a video e racconti per conoscerlo. Come si fa a parlare di un monumento? Quello che possiamo fare è rivivere alcuni attimi, cercare di capirne il significato e restare in silenzio.
Il 5 maggio 1956, Finale di FA Cup tra il Manchester City e il Biirmingham. Il City sta conducendo per 3-1 ma ad un quarto d’ora dalla fine Peter Murphy nel tentativo di recuperare la palla dà una ginocchiata in faccia a Trautmann. Il tedesco perse i sensi per qualche minuto. Si riprese, ma i dolori erano lancinanti.
Se ne è andato via in punta di piedi in una fredda e triste mattina. Il 12 febbraio 2019 il mondo del calcio ha detto addio a uno dei suoi straordinari interpreti, un campione vero sia dentro che fuori dal campo. Gordon Banks aveva 81 anni e da tempo stava lottando contro un brutto male.

















