Nel cuore della Silicon Valley, l’intelligenza artificiale viene vista come il motore di una nuova era di prosperità. Un’epoca di abbondanza. Nel 2024 Anish Acharya, partner del fondo Andreessen Horowitz, ha pubblicato un articolo intitolato How AI Will Usher in an Era of Abundance (Come l’AI inaugurerà un’era di abbondanza) in cui ha esaltava l’AI come volano della prosperità umana. Testualmente:
La vita dei consumatori sarà arricchita da nuovi canali di creatività ed espressione personale, nuovi percorsi di scoperta di sé e di appartenenza e nuovi modi di svolgere il lavoro più significativo della loro vita.
Lo stesso Elon Musk, nel definire la missione di Tesla, ha parlato di “abbondanza sostenibile”, salvo poi sostituire “sostenibile” con “straordinaria”, perché più d’effetto. Il concetto di abbondanza, in realtà, è una costante nella storia dell’uomo: è nella Bibbia come anche nei testi di Karl Marx. Nella Critica del Programma di Gotha (1875), Marx scriveva che il modo di produzione borghese – il capitalismo – poteva essere pienamente superato solo in “una fase superiore della società comunista, dopo che anche le forze produttive saranno aumentate con lo sviluppo complessivo dell’individuo, e tutte le sorgenti della ricchezza cooperativa sgorgheranno più abbondanti“.
Come spesso accade con i testi di Marx, anche questo è stato oggetto di diverse letture. Tuttavia, in apparenza, il significato è che una società comunista potrebbe realizzarsi solo dopo che l’economia avrà raggiunto un livello talmente elevato di produttività da rendere possibili nuove forme di organizzazione sociale. È curioso notare come, a distanza di oltre un secolo, proprio questa idea venga ripresa da chi oggi promuove l’intelligenza artificiale come motore di una futura rivoluzione economica. Elon Musk ha scritto recentemente che “una crescita a due cifre è in arrivo entro 12-18 mesi”, e che se l’intelligenza applicata è davvero una misura della crescita economica, “la crescita a tre cifre è possibile entro 5 anni”.
Ma le stime degli economisti restano decisamente più prudenti. Secondo Goldman Sachs, l’introduzione diffusa dell’AI potrebbe aumentare il livello complessivo del PIL globale del 7% nell’arco di dieci anni. Negli Stati Uniti, secondo il Penn Wharton Budget Model, il potenziale incremento si fermerebbe all’1,5%. Alcuni studi, inoltre, evidenziano come molte aziende abbiano finora faticato a ottenere ritorni concreti dai propri investimenti in questo mondo, sollevando il timore che si tratti di un’altra bolla tecnologica.
Eppure, lo scenario dell’abbondanza non può essere liquidato con leggerezza. Boaz Barak, informatico di Harvard e consulente per OpenAI, ha elaborato un modello teorico in cui l’intelligenza artificiale viene considerata come un’iniezione annuale nell’economia di milioni di “lavoratori virtuali”, ognuno con un certo livello di competenza. Se questi fossero dieci milioni, il PIL salirebbe del 4%; se arrivassero a cento milioni, potrebbe crescere addirittura del 50%. Si tratta ovviamente di un calcolo ipotetico, ma serve a rendere tangibile l’impatto potenziale della trasformazione in corso.
Lavoro, salari e sostituzione
Anche senza innescare una crescita esplosiva del PIL, l’intelligenza artificiale è destinata a cambiare profondamente il mondo del lavoro e la dinamica dei salari. La questione centrale è se l’AI agirà come supporto o come sostituto del lavoro umano.
Nel primo scenario, potrebbe diventare un potente alleato dei lavoratori, migliorando la loro efficienza, incrementando gli stipendi e generando nuove figure professionali. È l’ipotesi di Séb Krier, manager di Google DeepMind, secondo cui i lavoratori del futuro saranno “orchestratori dell’intelligenza”, chiamati a coordinare e supervisionare i sistemi automatizzati. Ma c’è anche un’altra possibilità, meno rassicurante, in cui l’AI diventi capace di svolgere in autonomia la maggior parte delle attività cognitive. In questo caso, interi segmenti del lavoro d’ufficio rischiano di sparire. Dario Amodei, CEO di Anthropic, ha ipotizzato che, entro cinque anni, la metà dei lavori impiegatizi di base potrebbe essere automatizzata.
E non si tratta solo di professioni da scrivania. Se il connubio tra intelligenza artificiale e robotica si espandesse anche in ambito fisico, come già accade nel settore dei trasporti con i veicoli a guida autonoma, anche autisti, magazzinieri e molti altri lavoratori manuali potrebbero essere coinvolti.
Geoffrey Hinton, uno dei padri del deep learning, ha recentemente riassunto così il paradosso:
È evidente che molti posti di lavoro andranno persi. Non è affatto chiaro quanti ne nasceranno per sostituirli. Il punto non è l’AI, ma il sistema politico. Se la produttività cresce enormemente, chi decide come verrà distribuita questa nuova ricchezza?
La ricchezza di pochi
Philip Trammell (Stanford) e Dwarkesh Patel hanno recentemente riacceso il dibattito sull’impatto dell’A.I. partendo da un punto fermo dell’economia classica: quando il capitale aumenta, cresce anche la produttività del lavoro, ma diminuisce il rendimento del capitale stesso, bilanciando i guadagni tra lavoratori e investitori. L’intelligenza artificiale potrebbe spezzare questo equilibrio. Se il capitale diventa del tutto sostituibile al lavoro umano, i profitti rischiano di concentrarsi esclusivamente nelle mani di chi possiede le tecnologie, facendo svanire ogni forma di redistribuzione. “Se l’AI rende il capitale un sostituto perfetto del lavoro,” scrivono, “alla fine tutto finirà a chi era già ricco al momento della transizione.”
In questo scenario, torna d’attualità la tesi di Thomas Piketty: senza politiche correttive, il capitalismo tende a generare diseguaglianze sempre più profonde. Trammell e Patel riconoscono che finora questa previsione non si è del tutto avverata, ma avvertono che “è probabile che in futuro Piketty abbia ragione.” Per questo, rilanciano la sua proposta di una tassa globale fortemente progressiva, applicata alla ricchezza o almeno ai redditi da capitale.
Tassare o redistribuire?
Non tutti condividono l’idea che l’intelligenza artificiale possa sostituire in blocco il lavoro umano. Alcuni economisti, come Brian Albrecht, mettono in dubbio questa prospettiva e sostengono che la transizione sarà graduale, durante la quale continueranno a valere le leggi economiche tradizionali.
Resta però irrisolto il paradosso dell’abbondanza: se l’intelligenza artificiale rende l’economia più efficiente ma al tempo stesso riduce l’occupazione e i salari, chi acquisterà i beni e i servizi prodotti? Il consumo resta il pilastro della crescita economica, e come osserva Alex Imas, economista dell’Università di Chicago, “se cala la domanda, anche l’impresa più efficiente fallisce.”
Per questo motivo, Imas propone di ampliare l’accesso alla proprietà del capitale. La sua idea è quella di istituire un fondo sovrano che detenga partecipazioni nelle grandi imprese tecnologiche e distribuisca i dividendi direttamente ai cittadini. In questo modo si sosterrebbe la domanda interna e si garantirebbe un reddito minimo, senza disincentivare l’innovazione come potrebbe fare, secondo lui, una tassa sulla ricchezza.
Marx, Keynes e le domande che contano
Ma nessuna di queste soluzioni offre una risposta definitiva, ma tutte segnalano con chiarezza un ritorno di un tema atavico: la distribuzione della ricchezza generata dal progresso. Anche nei contesti più lontani da visioni radicali, la domanda su chi beneficerà dell’abbondanza prodotta dall’AI è ormai centrale.
Nel mondo post-capitalista immaginato da Marx, in cui i mezzi di produzione erano condivisi, le persone avrebbero smesso di essere legate a un’unica occupazione. Avrebbero potuto “cacciare al mattino, pescare al pomeriggio, allevare bestiame la sera e criticare dopo cena”; libere di scegliere, finalmente, come impiegare il proprio tempo.
Anche John Maynard Keynes, pur distante da Marx, aveva immaginato un futuro simile. Nel saggio Possibilità economiche per i nostri nipoti (1930), prevedeva una società in cui si lavorava solo tre ore al giorno, lasciando spazio al piacere e alla libertà. Il culto del denaro, scriveva, sarebbe apparso come “una morbosità piuttosto disgustosa”.
Queste visioni, com’è evidente, non si sono mai pienamente realizzate. Eppure, mentre ci interroghiamo oggi sull’impatto dell’intelligenza artificiale e sul destino del lavoro umano, vale la pena ricordare che le domande fondamentali non sono cambiate: a chi giova davvero il progresso? Chi ne raccoglie i frutti? Chi rischia di rimanere indietro? Sono domande antiche quanto il capitalismo stesso, e continueranno a bussare alla nostra porta.







